La neve che scioglie le buone maniere (di Marta Boneschi)

Basta un po’ di neve per scardinare i meccanismi della convivenza di massa? Poiché è da poco svanito il gelo, che quest’anno ha portato con sé guai non trascurabili, con un po’ di anticipo sull’arrivo della pioggia di primavera, vale la pena di ripensare al comportamento di noi italiani di fronte all’avvicendarsi delle stagioni. Non si tratta di discutere del meteo e del clima, ma del coraggio e del buon senso. Non della devastazione del territorio, ma della cura e dell’amore della “casa” comune. Non della scienza e della tecnologia, ma del fattore umano e delle sue straordinarie variabili.

Elio De Nardo è il nostro eroe, insieme alle persone che sono capitate sulla sua strada. A Roma il 7 febbraio De Nardo cade sul ghiaccio e si frattura un polso. Trovato un taxi, si fa portare al Policlinico Umberto I. L’autista rifiuta di essere pagato. Il passeggero insiste. Entra al pronto soccorso e, «pur nello squallore dei locali vetusti e affollati» dell’ospedale romano, viene assistito e curato in modo cortese ed efficiente. Radiografia, diagnosi, gesso, è pronto per la dimissione. Si fa chiamare un taxi, che arriva subito. Passata poco più di un’ora, De Nardo è già a casa.

Scrive al Corriere della sera raccontando la virtuosa disavventura, per rendere merito a chi lo ha aiutato e assistito. Il 19 febbraio il quotidiano pubblica la lettera, intitolandola «Grazie a tutti».

Poche righe, ma preziose. De Nardo racconta con una voce fuori dal coro, cristallina e consolante: nel disagio della nevicata ognuno ha compiuto il proprio dovere, e per giunta con amabilità. Molte righe, invece, ci hanno tediato nella stessa circostanza, con un coro di recriminazioni e invettive, che trovano posto tutte e quante nel proverbiale spartito: «Nevica, governo ladro», inno di categoria degli indignati e degli impotenti.

La voce sola, da una parte, e il coro, dall’altra, stonano in maniera insopportabile. E non c’è verso di conciliarle. Sono il prodotto di due culture, conviventi nello stesso ambiente umano, ma opposte e nemiche tra loro. La prima è quella di chi, individuo libero e responsabile, fa quel che deve e ci aggiunge la buona voglia, il sorriso, la gentilezza. La seconda è di chi, servo e inconsapevole, protesta e s’indigna, ma è incapace di agire, pur da solo, in libertà e responsabilità. E tutto finisce in un vocìo sguaiato.

Esiste e serpeggia tra noi, forte dei suoi buoni risultati, una «cultura civica», patrimonio di individui che sanno quel che fanno, che partecipano alle sorti della comunità, che conoscono diritti e doveri e li praticano con semplicità. Accanto a questa, pullulano i seguaci della «cultura paranoica»: la colpa è sempre di qualcun altro, possibilmente un potere oscuro e inavvicinabile che trama per il male di tutti. Se non urli, la tua opinione non arriva fin lassù. Se non protesti ti schiaccia.

Tra il seguace della «cultura civica» e quello della «cultura paranoica» passa all’incirca la differenza che corre tra il cittadino e il suddito. Nella storia dell’Italia unita, i cittadini hanno sempre preferito battersi attraverso la politica, il dialogo, il negoziato, magari faticando e soffrendo, mentre i sudditi hanno tagliato corto, impugnando il forcone (o la molotov, secondo la moda del momento).

«Nella cultura paranoica risolvere i problemi è inutile, lamentarsi è obbligatorio. Dobbiamo lamentarci e applaudire chi si lamenta meglio» scrive un quasi trentenne, Alessandro Aresu, autore di Generazione Bim Bum Bam (Mondadori, 208 pagine, 17 euro), un’opera brillante che, con la scusa di rivalutare il valore pedagogico dei cartoni animati della sua infanzia (negli anni Novanta), visita il nostro presente con spirito anticonformista. Rappresentante di una generazione che «non si sente attesa sulla terra», Aresu osserva che «l’atteggiamento degli italiani davanti ai problemi è divertente. Gli italiani inseguono una miriade di ipotesi, non sanno che fare, cercano di capire di chi è la colpa, frugano con attenzione i ritagli di giornale degli anni Ottanta, cercano un appiglio europeo, cercano un appiglio internazionale, vanno a vedere cosa succede sui mercati, trovano un sacco di cinesi, analizzano l’evoluzione della Commissione Trilaterale, dicono che è colpa della famiglia, dicono che senza la famiglia non saprebbero che fare, sperano in un miracolo, dicono che il miracolo sta avvenendo, insultano quelli che credono nei miracoli e poi, alla fine, il debito pubblico è aumentato, noi siano qui a scrivere che l’Italia è un paese di merda e non sappiamo che fare. Allora ci si attacca al vincolo esterno».

E’ inconsueto e sorprendente prendere lezioni da un trentenne. Torniamo presto alla neve, però, e prepariamoci alle piogge, forse saremo pronti, e più costruttivi, per la calura estiva. L’avvicendarsi delle stagioni, in Italia, porta sempre un’emergenza. La «cultura paranoica» fa fronte con i lamenti, quella «civica» si attiene al dovere e al buon senso. Al di là delle norme e regolamenti, che spesso confondono, hanno compiuto il loro dovere i portinai che nei giorni della neve a Milano hanno spazzato i marciapiedi e sparso il sale; non hanno compiuto il loro dovere i lavoratori dei cantieri che, come d’abitudine privi di casco anche nel pieno centro della città e sotto l’occhio della polizia municipale, non hanno provveduto alla pulizia e hanno lasciato che si formasse il ghiaccio.

Qualche volta le cose sono semplici e chiare, e la «cultura civica» si esplica quasi naturalmente. E’ il caso dei medici e paramedici del Policlinico romano, protagonisti della storia di De Nardo. Oppure altri casi appaiono altrettanto semplici e chiari: un’anziana senza tetto cade nella strada, i passanti accorrono e un medico scende dalla sua auto per soccorrerla. Le cose si complicano quando – chi non l’ha sperimentato almeno una volta? – l’idraulico (falegname, muratore, lavamacchine, ma anche medico, architetto) suggerisce un pagamento in chiaro, una fattura di piccola entità, accompagnata da una ricevuta informale, un foglietto stropicciato per il saldo. Accettare, rifiutare, denunciare?

Un principio può guidare nell’esplorazione e nella pratica della «cultura civica», al sud come al nord (dove pure, ci ha insegnato Robert Putnam ne La tradizione civica delle regioni italiane, il civismo è radicato e diffuso): ognuno di noi è un individuo, e fa parte di una comunità (famiglia, quartiere, città, regione e così via, ma anche classe di una scuola, azienda, condominio). Più della contrapposizione tra individuo e potere, è preferibile tenere a mente la coesione e la solidarietà tra simili.

Anche nei minimi gesti quotidiani: un giorno ero all’ufficio postale; arrivato il mio turno, mi sono avvicinata allo sportello. «Buon giorno» ho detto all’impiegata. Guardandomi sbalordita, la signora non giovanissima ha risposto: «E’ la prima persona che mi saluta da quando faccio questo lavoro». E’ possibile costruire le piramidi, con tenacia e buona volontà. Se vogliamo lasciare ai nostri figli, nipoti e discendenti una «cultura civica» e un vivere decente, cominciamo dalle buone maniere. Non quelle del bon ton insegnate da donna Letizia negli anni Sessanta e da Lina Sotis negli anni Ottanta, ma quelle suggerite dalla convinzione che ognuno è parte di una comunità, e che il destino di tutti noi è intrecciato, sia quando si tratta di denunciare una costruzione abusiva (o brutta, perché no?, la bellezza conforta il vivere evoluto) sia quando prendiamo le parti dei figli contro gli insegnanti, deplorando che la scuola pubblica è un disastro (combinato da chi, se non da noi cittadini, tolleranti della cattiva politica, dell’eccesso di burocrazia, dell’incompetenza e del demerito?).

Marta Boneschi da www.lib21.org

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