La rabbia delle periferie e la cultura: intervista ad Augusto Pieroni

Augusto PieroniD: Le periferie si ribellano e protestano: è un’esplosione di rabbia che sembra l’opposto di una consapevolezza civica; quasi emergesse una cultura sotterranea sottovalutata. È così?

R: Dentro una protesta la cultura ufficiale non c’è. Sicuramente la gente esprime una cultura, ma quale? Purtroppo negli anni ho notato quanto questa si sia imbastardita per causa di una cultura di regime arrivata subdolamente attraverso pubblicità, format televisivi e internet. Il web ha dato strumenti di apparente liberazione, ma in realtà ha prodotto piuttosto omologazione, inducendo comportamenti di massa ispirati a valori non negoziati. Se la scolarizzazione è bassa, l’informazione non è considerata un bene primario si diffondono valori, regole e codici di comportamento diversi da quelli che possono nascere nelle persone che leggono, studiano e si confrontano. Ma questo è un problema di tutti, perché l’ignoranza e la chiusura abitano anche la cultura dei quartieri alti. Si dovrebbe chiederlo agli insegnanti, o ai parroci, che forse sono gli unici a sapere cosa succede veramente nel territorio.

D: Che succede quando la cultura diventa un limite alla comprensione di sé e degli altri?

isolamento individuoR: Succede che ti trinceri dietro ai preconcetti e ai saperi precostituiti, dietro agli slogan e alle parole d’ordine, ti affidi ai pensieri pensati da altri. Non sono buonista e penso che, se la tua luce non è stata aiutata a brillare, poco cambia dove vivi. Se, invece, sei una persona che vuole capire meglio e di più, avrai la vita difficile dovunque vivi. L’Italia ha poi subito una riduzione del patrimonio critico offerto dall’istruzione. Quando cominciavo a fare lezione all’università (1994) chi non capiva magari criticava, ma con coraggio chiedeva di saperne di più. Negli anni mi sono accorto delle conseguenze di una scolarizzazione al risparmio, di una banalizzazione sostituita alla complessità. I ragazzi sempre meno riuscivano a mettere in discussione ciò che dicevo, man mano che andavano a compimento le politiche statali sulla cultura e l’istruzione, in quella che si potrebbe chiamare la progressiva distruzione delle basi culturali della consapevolezza culturale e della cittadinanza.

D: Dunque la scuola ha la responsabilità più grande nella diffusione dell’appiattimento, dei comportamenti stereotipi sia individuali che collettivi?

ruolo educativo famigliaR: Non credo che la scuola da sola abbia colpa per la formazione globale dei ragazzi. Le famiglie purtroppo hanno perso completamente il boccino del gioco. Disgregate e poco aiutate, composte da persone già sottostimolate, non riescono più a educare i figli, però pretendono che lo faccia la scuola al loro posto. In realtà la scuola potrebbe ben essere una loro potente alleata: strutturata, ricca di stimoli e consapevole, potrebbe essere di sostegno alle famiglie impegnate nel crescere ed educare i figli. Bisognerebbe che in famiglia ci fossero persone capaci di vivere la propria cultura, curiose e in grado di accettare sfide e stimoli. Se le persone dividono il loro tempo unicamente tra lavoro e intrattenimento di bassa lega – che li distrae da problemi che non sanno affrontare – trasmetteranno ai figli questa cultura massmediale, pigra e appiattita su valori facili e di buon sapore, benché velenosi. Il guaio delle famiglie sono le loro aspirazioni: che i figli diventino “fenomeni” come se ne vedono in tv, e – peggio – che la scuola insegni loro come diventarlo. Quanto di più impossibile e insensato.

D: Se i gruppi esprimono una marginalità esistenziale fatta di luoghi comuni e omologazione, essere collettività comporta invece un pensiero critico più complesso. Cosa si può fare?

solitudine personaR: Il senso critico è sempre un patrimonio individuale, e non facilita l’omologazione. È difficile trovarsi in gruppo a pensare criticamente la stessa cosa! È quel pensiero che ti permette di mantenere un intenso legame di scambio con chi non la pensa come te sapendo che è arrivato a una soluzione diversa dalla tua non per sopraffazione, ma solo seguendo il proprio senso critico. Questo oggi è difficile, ma se ne sente un gran bisogno. C’è voglia di valori, spesso confusi col senso di appartenenza di gruppo; col rischio sempre più frequente, però, di assorbirne anche le parole d’ordine e le omologazioni. Bisognerebbe aver avuto sufficienti stimoli per sviluppare valori interiori, ma è dura: espone a dubbi, alla solitudine. È più facile appartenere a qualcosa che vale al di sopra di te; è tanto più semplice lasciar stabilire ad altri cosa valga: «siamo tanti, questa appartenenza ci unisce, facciamo tutti la stessa cosa; è giusto così».

D: La cultura – senso critico come via per insegnare alle persone a riconoscersi come individui?

individuo e gruppoR: Sì. Costruire l’individuo significa costruire la voglia di condivisione. Chi è ricco interiormente non pensa che la condivisione gli rubi nulla perché quel che ha lo è. Il problema è che sempre più le persone, invece di essere, hanno; e quel che hanno vogliono tenerselo. Quel che non hanno, invece, lo vogliono anche se non sanno chi sono, e a cosa gli serve. Ciò che sei non te lo leva nessuno e solo condividendolo ti senti contento. Per esperienza tutti quelli che hanno un interesse radicato nel proprio essere cercano altri con cui parlarne, confrontarsi e condividere. Non è così coi valori preconfezionati accolti solo per appartenere a qualcosa. Il dramma, secondo me, è che questa è la strada più facile da seguire e ben poco si fa per mostrarne una diversa.

Augusto Pieroni è docente di storia della fotografia, storico e critico d’arte

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