La rivoluzione della politica (di Paolo Andreozzi)

Succede una cosa interessante – e anche bella, a suo modo. Sorprendente, eppure così manifesta – purché si voglia vedere la realtà. In breve, si tratta di questo.

Non c’è giorno che la televisione – i talk-show politici – e la grande stampa non ci informino sull’esito di implacabili sondaggi specializzati: chi voterebbe l’italiano? quale coalizione? pro o contro Monti? e alle primarie? e sulla ri-discesa in campo? e tra politica e antipolitica? Eccetera.
Sondaggi importantissimi, non foss’altro che su questi – e su questi soltanto – si fonda tutta la capacità previsionale del ceto politico nazionale o locale di vertice, e le sue scelte (scusate la parolona) strategiche.

Ma, pure, non c’è giorno che il sondaggio quotidiano non smentisca, almeno parzialmente, quello del giorno prima: ora va su Monti, ora va giù Fornero, ora su Renzi ora giù Grillo, ora giù Casini ora su la foto di Vasto, ora giù Marchionne ora su Bonanni, ora Polverini ora Formigoni, ora un vaffanculo generalizzato. Eccetera.

Col corollario che si capisce benissimo – perciò – con quanta poca scienza e coscienza l’italiano (quest’entità astratta) risponda all’ennesima domanda rivoltagli dall’ennesimo sondaggista in materia.
E ti credo! L’italiano – quello concretissimo – la propria scienza e coscienza la riversa in tutt’altre faccende, molto più politiche (sì: po-li-ti-che) di questa specie di gioco delle figurine che stampa e televisione ci cuciono addosso come fosse invece la realtà, tutto il nostro presente, la sola bussola per il futuro.

I cittadini – i lavoratori, i precari, gli studenti, i pensionati, i disoccupati, gli immigrati – non passa giorno, infatti, che non rispondano a ben altro sondaggio che li riguarda infinitamente più da vicino: essi rispondono – noi tutti rispondiamo – semplicemente decidendo come (e dove e quando e se e perché) distribuire le nostre risorse economiche, fisiche, di tempo, intellettuali, emotive. Scarse, o anche solo residue.

Noi – cioè – compriamo oppure non compriamo, investiamo oppure non investiamo, c’indebitiamo oppure non c’indebitiamo, intraprendiamo oppure no, traslochiamo oppure no, perseveriamo oppure no, molliamo tutto o no, scioperiamo o no, occupiamo o no, manifestiamo oppure no, mettiamo insieme, connettiamo oppure no, stimiamo oppure non stimiamo che una determinata azione reale ci convenga farla adesso, o dopo, o più affatto.
E questo è tutto – o almeno, questo è ciò che fotografa in maniera infinitamente più verosimile di ogni giochino di botta e risposta sulla battuta mediatica di giornata, la nostra scala delle priorità in questo momento storico, le nostre paure, le nostre speranze.

E anche di questa specie di enorme e capillare – e infallibile – sintesi quali-quantitativa esiste il resoconto statistico, misurabile e misurato, conoscibile e pubblico. Sta pure lui sui giornali – però dopo le prime intense pagine di cronaca politichese – e sui telegiornali, al terzo o quarto servizio: sono i numeri, le percentuali, gli indici mensili o annuali, i tassi verso l’alto o verso il basso dei consumi delle famiglie, del fatturato del commercio, della produzione delle imprese, degli investimenti, del credito, dell’occupazione, dell’indotto, del turismo. Eccetera.
Quello è ciò che siamo.

Ciò che siamo (al 99.9% degli umani) in Italia, in Europa, nel mondo (ex) sviluppato e nel mondo (già da parecchio) in via di sviluppo. Quello è la politica: sì, la po-li-ti-ca.

Ciò che dicono quei numeri non sto qui a ripeterlo, lo conoscete.

Di più: voi – e io, noi insomma, quei numeri non dobbiamo nemmeno conoscerli, giacché li creiamo ogni giorno, proprio noi, ciascuno e tutti, con ogni decisione presa, con ogni atto che poniamo in essere nel fare concreto della vita.

Pensiamo al nostro oggi, al nostro domani, nostro e di chi amiamo, facciamo confronti con com’era ieri – con cosa ieri immaginavamo fosse il domani, ossia il presente. misuriamo lo scarto, misuriamo sotto una luce nuova l’importanza relativa di tante cose – importanza che magari prendevamo per buona, senza pensarci, quando c’erano più soldi: anzi, quando ci avevano detto che i soldi c’erano o comunque si potevano fare.

Anzi: quando ci avevano detto che si dovevano fare, e poi si dovevano spendere, e poi fare, e poi spendere, e poi fare e poi spendere, e che questo era vivere – solo questo.

Succede una cosa interessante – e anche bella, a suo modo. Sorprendente, eppure così manifesta – purché la si voglia vedere, la realtà.

Succede che in Italia, in Europa e nel mondo – e lo dicono tutti i numeri, convergenti e nitidi come nessun sondaggio sulle figurine potrà essere mai – gli umani (il 99.9% degli umani) stanno capendo che invece vivere è un’altra cosa. Lo capiscono perché costretti a farlo, dalla pubblicità più potente che esista: lo stato dei fatti.

Meglio: succede che lo stanno direttamente vivendo – prima ancora che capirlo ‘nero su bianco’ – un tutt’altro modo, e che questo vivere diverso è quanto di più intrinsecamente rivoluzionario rispetto al sistema (capitalismo, neoliberismo, consumismo: chiamiamolo come ci pare, a seconda dei contesti analitici) abbiamo mai sperimentato nella storia.

Questo volevo dire. Che non siamo in crisi – o che non è questa la novità. La crisi il sistema la sconta da alcuni decenni e secondo alcuni la crisi è proprio connaturata al sistema in sé.

La novità è che siamo già nella rivoluzione. Eccola, la politica!

Ma dove porti la strada rivoluzionaria oggi non so dire.

Paolo Andreozzi (dal suo blog)

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