La TAV e il male oscuro dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“ ‘Ave ragione ‘o cane”. È questa la sentenza che pronuncia Antonio Barracano nella commedia di Eduardo De Filippo “Il sindaco del Rione Sanità”. Il cane, per difendere il pollaio, ha azzannato la moglie di Antonio provocandole una brutta ferita e i figli della donna vogliono punire immediatamente il cane responsabile di un’aggressione inammissibile in quella casa, la casa del Sindaco del Rione Sanità. Antonio Barracano da decenni si è attribuito il ruolo di giudice implacabile per dirimere le mille controversie che nascono fra gli abitanti del Rione e anche in questa occasione vuole fare giustizia. E assolve il cane.

Egli si fregia di una severità assoluta nel giudicare che applica anche a sé stesso e per questo gode della fiducia degli abitanti del Rione. Ma, attenzione, Barracano ascolta tutti, a lungo, non decide mai senza aver capito bene di cosa si tratta, poi cerca di convincere e solo alla fine decide e sentenzia. Il Sindaco del Rione Sanità è una metafora dell’agire secondo giustizia ed equità con un rigore di cui dà l’esempio in prima persona. In effetti, Eduardo attribuisce ad Antonio Barracano quella virtù che tutti vorrebbero veder praticata nella vita pubblica: la giustizia severa, ma giusta che non guarda in faccia a nessuno anche a costo di danneggiare proprio chi giudica.

Una lunga premessa per affrontare il difficile tema TAV. Quanti di noi vorrebbero che tutti gli affari pubblici fossero permeati da un profondo senso di giustizia? E che quelli che gestiscono per conto della collettività il potere di decidere applicassero a loro stessi la severità che mettono nell’applicare ai cittadini le loro decisioni? E quanti vorrebbero che le decisioni pubbliche fossero “perfette” e incontrovertibili? Tanti sicuramente, ma, purtroppo, la “quadratura del cerchio” non esiste. Ciò che realisticamente si può fare è mettere a base delle decisioni pubbliche procedure trasparenti e affidabili e ricercare da subito la partecipazione e il coinvolgimento  dei cittadini non solo dando l’impressione di voler perseguire soluzioni giuste, ma dimostrando che lo sono effettivamente o che, perlomeno, lo sono secondo gli strumenti di giudizio di cui si dispone.

Probabilmente è ciò è mancato nella vicenda TAV o è arrivato in ritardo.

Tempi e fiducia sono essenziali, ma sono mancati entrambi.

Che sia mancata la fiducia è evidente ed è solo la conferma che in Italia ogni gruppo locale rifiuta qualunque opera che possa modificare l’assetto esistente perché, appunto, non si fida di chi decide e di chi applica le decisioni e non si fida che ci sia giustizia nella distribuzione degli oneri fra le diverse comunità locali.

Perché devo accettare un rigassificatore nel mio territorio? Che se lo prendessero gli altri. Perché la strada deve passare da qui? Fatela più in là che, magari, nemmeno protestano. Perché volete fare una ferrovia? Non vi basta quella che c’è? Sicuramente la fate per i vostri intrallazzi e, quindi, fermatevi perché oggi non ci serve e da qui non passate. E così via.

I dati forniti dalla stampa e rintracciabili sulle fonti disponibili evidenziano che le comunità locali contrarie alla TAV sono solo una parte degli abitanti della Val di Susa, ma probabilmente sono proprio quelli toccati direttamente dai cantieri che saranno aperti.

Altri dati indicano che quei 13 km di tunnel in territorio italiano avrebbero la funzione di rinnovare una ferrovia esistente poco utilizzata perché limitata dal tracciato e dalla pendenza. Altri dati ancora quantificano in oltre 4000 al giorno il numero di veicoli pesanti (Tir) che transitano in quella zona da e verso la Francia. La costruzione di una ferrovia più efficiente farebbe sperare in una riduzione di tale numero.

Infine la TAV si pone come parte di un collegamento est-ovest che fa parte di accordi con altri stati e con l’Unione Europea e di una strategia per rinnovare le reti di comunicazione del continente.

I No-TAV contestano tali dati e dichiarano la loro opposizione irriducibile giungendo a gesti estremi e con azioni di guerriglia urbana sostenute da gruppi estremisti in tutto il territorio nazionale. Sorge spontanea la domanda: ma, in definitiva, non si tratta di costruire una semplice ferrovia? Anzi, un tunnel lungo 13 km. È chiaro che un’opera così non si giudica sulla convenienza nei prossimi 5 anni perché è destinata a durare per molte generazioni e rappresenta un investimento per il futuro come fu già nel passato (pensiamo al traforo del Frejus lungo 13,6 km deciso nel 1857 e aperto nel 1871: quanto traffico poteva esserci in quell’epoca?). E allora perché tanto accanimento?

È interessante notare che le proteste che ci sono state in Italia non ci sono state sul versante francese. Perché? Probabilmente in Francia lo Stato gode di una maggiore fiducia che da noi; una fiducia che riposa su elementi precisi. In particolare sulle procedure di consultazione delle popolazioni interessate da opere pubbliche e su regole di svolgimento di tali opere (Démarche Grand Chantier) che si preoccupano di portare benefici concreti alle popolazioni locali in termini di sviluppo e di occupazione.

Ci deve preoccupare molto che la violenza che si è espressa nelle manifestazioni non sia stata rifiutata dagli abitanti di quei comuni che hanno deciso di opporsi radicalmente alla TAV. E ci deve preoccupare anche che non sia stato seguito il metodo francese sia nel coinvolgimento fin dall’inizio delle popolazioni, sia nel far ricadere sulle collettività locali non solo i disagi, ma anche i benefici di una grande opera. Tutto sembra imposto dall’esterno e la comunità locale si chiude e si ribella.

Apparire come e poter dimostrare di essere veramente “coloro che fanno le cose giuste” e applicano anche a sé stessi il rigore che chiedono agli altri è essenziale per chiunque rivesta funzioni pubbliche.

È ciò che è mancato nella vicenda TAV fin dall’inizio. Ecco l’importanza dei tempi e della chiarezza nelle azioni pubbliche. Purtroppo ciò che è mancato all’inizio è anche ciò che manca alla classe dirigente italiana da ormai troppi anni. Incapace di fare le cose giuste al momento giusto e troppe volte sorpresa a curare il proprio interesse particolare e non quello generale anche a costo di danneggiare o di saccheggiare le risorse pubbliche. Perché poi i cittadini dovrebbero fidarsi quando li si chiama a sopportare un disagio? La diseducazione a fare il bene del proprio Paese è una responsabilità enorme che pesa su chi ha diretto l’Italia negli ultimi decenni ed è il male oscuro che in alcuni casi genera la rivolta, ma molto più spesso porta al rifiuto duro e ostile. Che fare contro questo male oscuro? Una rivoluzione civica che riporti i cittadini al centro dello Stato, che cambi la classe dirigente, che diffonda la cultura dei beni comuni e del civismo. Ci vorrà molto tempo, ma questo è l’investimento più serio per noi e per il futuro.

Claudio Lombardi

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