La tragicommedia dell’Ilva

Dal 2012 va in onda una tragedia accompagnata da una commedia. Protagonista è l’Ilva di Taranto considerata anni orsono, come ricorda oggi sul Messaggero Romano Prodi,  l’impianto siderurgico più efficiente di tutta l’Europa occidentale Chi lo diceva? Il signor Mittal che, all’epoca, non poteva immaginare che un giorno il suo gruppo sarebbe stato a un passo dall’acquisto di Ilva.

La tragedia è quella degli abitanti di Taranto e dei lavoratori dell’acciaieria. Superfluo ricordare l’inquinamento, gli incidenti, le malattie causate dalla trascuratezza con la quale si realizzò l’impianto a metà degli anni ’60 e dal menefreghismo dei Riva che, a partire dal 1995, non vollero vedere i disastri combinati dalla loro fabbrica. Andavano avanti con autoritario paternalismo forse pensando che nessuno li avrebbe inchiodati alle loro responsabilità. Dopo tutto erano alla guida del più grande impianto industriale del Mezzogiorno e secondo solo alla Fiat in ambito nazionale. Chi avrebbe mai osato fermarli?

Come è noto li fermarono i magistrati che misero sotto sequestro la fabbrica avviando nel 2012 una vicenda che ancora appare ben lontana da una conclusione. Ne seguirono diversi processi a loro carico, il principale dei quali è tuttora in corso. In questi anni i Riva hanno perso la fabbrica e un’enorme somma di denaro depositato all’estero che è stato sequestrato e destinato al risanamento dell’Ilva, sono stati arrestati e processati.

La commedia è quella delle istituzioni coinvolte che si sono sovrapposte e intrecciate in un balletto di sentenze, ordinanze, decreti legge, leggi, regolamenti, atti amministrativi che hanno creato un clima di confusione e di incertezza su chi decidesse cosa dal quale sembrava che fossimo usciti con la gara che ha portato all’assegnazione ad Arcelor Mittal della guida della fabbrica.

Fin dall’inizio si sono delineate due tendenze: una che mirava alla chiusura e un’altra che si proponeva la salvaguardia dell’impianto pur ritenendo indispensabile un suo risanamento, ma in continuità cioè senza fermare gli impianti.

La prima tendenza apparteneva ovviamente alla magistratura tarantina. I reati contestati erano di tale gravità che il blocco della produzione sembrava l’unica soluzione possibile per fermarli. E poi i magistrati perseguono reati e non distinguono tra un rapinatore e un’industria con 20 mila dipendenti. Da subito si sono schierati con la magistratura ambientalisti e movimenti politici tra i quali il principale era il M5s.

Per superare la rigidità dei magistrati che hanno dimostrato di avere il potere di bloccare interi settori produttivi, i governi hanno fatto ricorso a tutti gli strumenti a disposizione. D’altra parte Ilva, la più grande acciaieria in Europa, copriva quasi tutta la domanda dell’industria italiana e la sua chiusura avrebbe provocato conseguenze drammatiche per l’economia nazionale. Il fine era perciò quello di garantire la prosecuzione dell’attività produttiva contemporaneamente all’attuazione di un piano di risanamento. Due esigenze che soltanto un gestore competente avrebbe potuto soddisfare.

Il braccio di ferro tra governo e Parlamento da un lato e magistratura dall’altro ha contrassegnato questi anni, ma si è risolto positivamente con la decisione di indire la gara per la vendita di Ilva.

Imboccata questa strada due condizioni erano però indispensabili: garantire ai gestori di non essere perseguiti penalmente durante l’opera di risanamento della fabbrica; mantenere l’integrità degli impianti.

La prima condizione era già stata soddisfatta col decreto legge n. 1 del 2015 quando quello che fu chiamato “scudo penale” fu deciso per la gestione commissariale. Successivamente e logicamente tale tutela è stata estesa a chi ha preso in carico Ilva, cioè Arcelor Mittal.

Il M5s ha imposto la cancellazione dello scudo penale prima con la Lega e pochi giorni fa con il voto di Pd, Italia Viva e Leu. Arcelor Mittal aveva annunciato la rescissione del contratto se ciò fosse accaduto e coerentemente l’ha messa in atto. Lo stupore, lo sconcerto e persino l’indignazione che hanno accompagnato questa decisione sono quanto di più ipocrita si possa immaginare. I politici italiani e una parte della stampa non immaginano che ci siano soggetti che fanno ciò che dicono e che lo dicono pure con largo anticipo prima di farlo.

La seconda condizione tocca il ruolo della magistratura. L’altoforno 2 fu sequestrato dopo la morte di un operaio nel 2015. La magistratura prescrisse alcuni interventi per mettere in sicurezza l’impianto pena il suo spegnimento. Poiché non tutti sono stati eseguiti l’impianto è stato sequestrato di nuovo consentendone il funzionamento, ma solo fino al 13 dicembre termine ultimo per completare la messa in sicurezza. Un tempo sufficiente oppure no? Non si sa, ma sembra che gli interventi consistessero nella ricostruzione dell’ altoforno. Non proprio una competenza dei magistrati.

In ogni caso non è chiaro se superato quel termine l’altoforno dovrà essere spento oppure no. E non è nemmeno chiaro se tale sorte riguarderà altri due impianti gemelli. Lo spegnimento di tre altiforni significherebbe la chiusura dell’area a caldo e la cessazione della produzione. Ovviamente Arcelor ha fatto pesare questa incertezza sulla sua decisione asserendo l’impossibilità di rispettare il contratto. In effetti conciliare il mantenimento dell’occupazione secondo gli impegni contrattuali con la concreta possibilità che, per insindacabile decisione della magistratura, la produzione di acciaio cessi del tutto appare qualcosa di inaccettabile e di illogico per chiunque.

Non però per quei politici e giornalisti che si mostrano scandalizzati dalla decisione di Arcelor Mittal dalla quale pretendono che paghi gli stipendi ai dipendenti di un’impresa che si sta chiudendo per decisione dei magistrati e con la connivenza dei politici. E si arrabbiano perché quell’impresa non ci sta?

La verità è che la vicenda Ilva è un fallimento del sistema politico e istituzionale italiano che non è stato capace di prevenire, controllare e decidere prima durante e dopo, dal 1995 ad oggi. L’unica cosa buona è stata la vendita di Ilva e l’hanno fatta saltare. Ciò che risalta in questa vicenda è lo sbandamento di una classe dirigente che si è consegnata ai 5 stelle: una catastrofe di arroganza, superficialità e avventurismo.

Una parola va detta anche sull’ambientalismo che si esprime anche con una quantità di comitati di base agguerriti e dedicati a dire di no a tutto in una logica di pura conservazione. Basti pensare ai termovalorizzatori. Minoranze rumorose capaci di imporsi a una politica debole e confusa.

Rimarrà, comunque, nella storia che a un certo punto gli italiani abbiano affidato le loro speranze ai nazionalisti della Lega da un lato pieni solo delle loro imprecazioni e di un disegno strategico di ritorno ad un passato lontano e, dall’altro lato, alla fumosità di idee inconsistenti sbandierate da personaggi inventati da un comico e da un’agenzia di comunicazione. In entrambi i casi partiti con poche idee e non all’altezza di guidare la settima potenza economica del mondo. Con loro sembra essersi realizzata la massima evangelica “gli ultimi saranno primi”. Potremmo aggiungere: rimanendo ultimi come capacità e intelligenza. E noi tutti con loro

Claudio Lombardi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *