La verità sul Paese? Una situazione drammatica (di Massimo Tigani Sava)

Volete la verità sulla situazione del Paese? Qui nessuno sa bene cosa fare, quali risposte dare, quali soluzioni concrete proporre. Alle ultime elezioni politiche abbiamo visto l’emergere di un voto di protesta, ma non riusciamo a scorgere, nel post elezioni, un quadro certo di proposte immediatamente efficaci per affrontare i drammi più impellenti: disoccupazione di massa, precariato, impoverimento di una enorme fetta della popolazione, debolezza del tessuto produttivo asfissiato dalla pressione fiscale e contributiva, mal funzionamento di molti servizi e in generale della macchina burocratica. Osserviamo tante esibizioni tattiche, in giro, ma pochissima sostanza e quasi nessuna visione strategica. Anche gli otto punti di Bersani, di cui pur apprezziamo il pragmatismo emiliano, non ci sembrano per nulla idonei ad affrontare una situazione senza precedenti.scale intrecciate

Apriamo gli occhi e diciamoci alcune verità. L’Italia, tra i paesi europei, è stato tra quelli che in maniera più irresponsabile non ha colto i segnali di cambiamento strutturale che pur si erano avvertiti già tanti anni fa. L’onda l’unga della globalizzazione è partita, senz’altro in modo più che percettibile, con il crollo del Muro di Berlino. Era il 1989, per intenderci. Da allora è passato un quarto di secolo e, se proprio vogliamo essere onesti ed equilibrati, occorre dire che nessun mutamento profondo è stato varato negli assetti economici e sociali di una nazione oggi fortemente disorientata. Lo avremmo dovuto capire che, caduta l’Urss, l’Italia non sarebbe stata più il Paese di De Gasperi e di una certa attenzione strategica da parte degli Usa.

Avremmo dovuto immaginare, con le tante rivoluzioni tecnologiche, che i mercati sarebbero diventati globali e che la finanza avrebbe avuto il sopravvento. Avremmo dovuto capire in tempo che il modello industriale fordista, almeno nell’Occidente, sarebbe crollato. Avremmo dovuto intuire che la  mutazione genetica della società, partita con le scosse sismiche del Sessantotto, sarebbe arrivata al punto da mettere in discussione una miriade di certezze.
Quanti condizionali! Tutti a significare che abbiamo perso tempo prezioso, che non abbiamo agito tempestivamente, che abbiamo subito i cambiamenti anziché cavalcarli, che ci siamo fatti travolgere senza reagire. Oggi l’amara verità. La situazione è drammaticamente seria, difficile, complessa.

Non basteranno alchimie istituzionali o partitiche per far ritornare il bel tempo. Né, e magari fosse possibile, la semplice protesta, per quanto potente, creerà i posti di lavoro che mancano o i servizi sociali che stentano. Di fatto siamo di fronte a un puro scenario darwiniano: i deboli soccombono, i più ricchi, più scaltri e più furbi sopravvivono. Darwin la chiamava capacità di adattamento della specie. In verità è solo l’amara legge del più forte. Un’Italia in crisi in un mondo in crisi. Neanche le dimissioni del Papa, una delle poche cose di questi anni che passeranno veramente alla storia, hanno a mio personale avviso avuto l’effetto auspicato in termini di pacata e puntuale riflessione collettiva. Forse ha fatto più discutere il calendario dei Maya.

cooperazione1L’Italia è chiamata a ripensare sè stessa, partendo da un punto imprescindibile, a meno che non vogliamo continuare a scherzare con il fuoco: trovare un modo razionale per ridistribuire la ricchezza. Pochi hanno troppo, moltissimi non hanno quasi nulla. Di fronte a una questione sociale enorme, la ricetta ottocentesca nata all’indomani dell’Industrializzazione con i movimenti operaisti e socialisti, non è più sufficiente. Ne possiamo salvare i valori, ma non la tecnica e le interpretazioni sperimentate. Nel frattempo sono accadute rivoluzioni altrettanto dirompenti: scienza, tecnologia, mercato globale, mentalità collettiva, modelli sociali, sconvolgimenti geopolitici, variabili planetarie.

Serve una nuova e originale capacità di sintesi che ha poco di tecnico e molto di politica alta. Ce la faremo? Ho tantissimi dubbi in merito. So solo che in casi analoghi la storia dell’uomo ha prodotto guerre fratricide, disastri, massacri, violenza, sofferenze. La tragedia per ripartire, come pure menti eccelse hanno codificato. Dovremmo riuscire, forse per la prima volta nella parabola umana, a trovare nuovi e più giusti assetti economici e sociali senza guadare fiumi macchiati di sangue. Lo speriamo, ma anche con un legittimo senso di pessimismo.

Massimo Tigani Sava da www.localgenius.eu

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