La violenza delle parole e la resistenza al cambiamento (di Angela Masi)

grillo che urlaNon ho trovato per nulla interessante il botta e risposta di qualche giorno fa tra il prof. Stefano Rodotà e Beppe Grillo. Chi, solo un mese e mezzo fa era stato candidato al Quirinale, con agitazione di folle nelle piazze, oggi è un «ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi». E solo perché ha osato criticare l’analisi politica di Grillo sulla sconfitta elettorale. Un linguaggio da mercato rionale che non ha risparmiato nessuno: ha sbeffeggiato Vendola («il supercazzolaro che non sa nulla né di Ilva, né degli inceneritori concessi alla Marcegaglia»), Bersani («lo smacchiatore di Bettola che ha perso più battaglie del generale Cadorna a Caporetto e ci viene venduto da Floris come Nelson a Trafalgar») e anche Renzi, definito «lo statista gonfiato, venditore a tempo pieno di sé stesso».

Ho votato Movimento 5 Stelle e ho grande stima del prof. Rodotà: mi sono vergognata di essere parte attiva di un movimento che fa di un linguaggio offensivo, anti-democratico e pseudo-rivoluzionario il suo cavallo di battaglia.

Pretende di essere il linguaggio della rivoluzione quello di Grillo: non si accorgono i grillini che si tratta piuttosto del linguaggio della “sommossa da osteria”, senza un progetto politico. La preoccupazione maggiore ruota, a mio parere, intorno al fatto che questo nuovo modo di comunicare con gli elettori e di formulare lo scontento ha aperto la strada ad un abuso più sottile e pericoloso, quello in cui il bersaglio dell’insulto è costituito dai cardini della democrazia.

cittadini e insulti politiciIl passaggio dal discorso dell’argomentazione, dell’esortazione, della persuasione al linguaggio dell’aggressione, della vera e propria violenza verbale e dell’attacco personale non è più l’eccezione: nessuno più si scandalizza, insomma. Sono caduti dei tabù civici e politici ed è possibile adesso attaccare concetti un tempo “sacri” e intoccabili, come, per esempio, il Parlamento, la divisione dei poteri, l’indipendenza della giustizia, l’origine antifascista della Repubbica, la Costituzione, etc. Posso ricordare che il primo a farlo è stato Silvio Berlusconi con la sua “guerra” alla Magistratura e alla Corte Costituzionale?

In questo nuovo linguaggio politico la parola non serve più per designare e denotare, ma per diffamare, per distorcere con la connotazione spesso volgare, per distruggere le premesse di rispetto che devono sottendere e sostenere la struttura dei rapporti dell’ individuo con le istituzioni e tra gli individui.

Non è solo una questione di buone maniere, né la politica italiana, prima dell’avvento del comico genovese, poteva essere interamente dedotta dal manuale del galateo: i commenti del comico genovese e lo stile di cui si pregia si incastrano perfettamente in uno stile che ha iniziato ad affermarsi alla fine degli anni ’80 con Bossi e la lega nord, ha raggiunto la sua massima espressione con il “ventennio di Berlusconi”.

Da parte della destra e della Lega questo sarebbe un ritorno ad un linguaggio politico più diretto ed immediato, più autentico, più vicino al popolo. Ma siamo sicuri che il popolo, le persone oneste e autentiche si esprimano a casa, in chiesa, sul lavoro e con gli amici o nello spazio pubblico sempre con gli insulti, il disprezzo e la denigrazione personale, l’irrisione?

Si dice e si giustifica ogni comportamento, frase e insulto col fatto che ora c’è il web!!!

Ma cosa vuol dire? E’ uno spazio pubblico, che non cancella quelli già esistenti. Può condizionarli, e si spera che lo faccia. Grazie al web, infatti, aumentano le conoscenze, le possibilità di informarsi, le possibilità di partecipare, quelle di controllare. E’ vero anche, però, che vi è  pochissima interlocuzione e nessuna mediazione: è lo sfogo, è il Vaffa day, celebrato una volta in piazza e ogni giorno in rete.

stretta di mano3Temo che il Movimento 5 Stelle stia approfittando di una crisi devastante di cui non si viene a capo, di una esasperazione popolare tracimante, di un sistema indubbiamente penoso: trasforma gli spettacoli in comizi e i comizi in spettacoli ma si guarda bene dal dare risalto alle proposte e, a discutere con gli altri non ci va, li manda a quel Paese.

Mi chiedo fino a che punto è giusto continuare a ritenere che i politici fanno tutti schifo senza passare all’azione? E’ utile a contrastarli o continua a sostenere i privilegi della «casta» il linguaggio e la violenza verbale? Perché la partecipazione alla vita politica non si esprime attraverso movimenti come quelli di Beppe Grillo, sì, ma dotati di autonomia e di linee politiche precise: per intenderci, i parlamentari M5S, favorevoli al dialogo e alla costituzione di gruppi parlamentari insieme ai rappresentanti di SEL e Pd intorno al tema della riforma elettorale o dei soldi spesi per gli F35 perché non lo fanno? In fondo sono stati eletti…. Grillo può mandarli fuori dal Movimento 5 Stelle, ma non dal Parlamento.

Il confronto democratico e civile delle idee è minacciato da forze economiche e finanziarie assai più potenti, ma che difficilmente la politica democratica potrà contrastare, finché sarà fiaccata e buttata a terra dal populismo e dalla violenza verbale che trova in rete uno spazio illimitato che divide quelli che potrebbero essere uniti.

Angela Masi

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