L’amor patrio non basta, serve un partito dei cittadini (di Michele Serra, dal Venerdi di Repubblica)

Le risorgenze “nazionaliste”, in varie forme, sono senza dubbio uno degli aspetti più nuovi e più inattesi di questo momento italiano.

Me ne sento partecipe, e, in minuscola parte, anche artefice, perché porto al bavero il distintivo del centocinquantenario. Lo porterò per tutto il 2011 e, quando lo scrissi su Repubblica, un paio di mesi fa, mi arrivarono moltissimi messaggi di adesione e di consenso, soprattutto dal Nord.

Si capiva che l’aria era quella, che milioni di italiani vogliono tornare a sentirsi “padroni in casa loro” dopo vent’anni di vento leghista, localista, secessionista.

Ma, questa diffusa esigenza di identità e di comunità, rischia di essere un contenitore vuoto se non genera politica, se rimane un “bel gesto” buono per rinfrancare lo spirito, non per incidere nella dura realtà.

Lo spirito patrio è un ingrediente sano, ma generico, come una farina che nessuno sa come impastare e come condire.

Può anche diventare tifo becero o stupida estasi per masse docili.

Ma se lievita, lo spirito patrio può diventare spirito di con cittadinanza, che è qualcosa di più concreto e più evoluto.

Avessi la bacchetta magica, trasformerei la galassia rissosa e inconcludente delle opposizioni in un grande Partito dei Cittadini dal quale far ripartire la politica e la speranza di voltare pagina.

“Cittadini” è molto di più e molto meglio di “popolo”, indica una moltitudine di individui coscienti dei propri diritti e doveri piuttosto che un gregge manipolabile e plaudente.

Tutte le bandiere tricolori nacquero sull’onda della trinità rivoluzionaria Libertà, Uguaglianza, Fraternità.

Se, quando sventoliamo o mostriamo la bandiera ce ne ricordassimo, il gesto si riempirebbe di ulteriore significato: il significato più antico del tricolore, quello dell’Europa che diventa moderna, è anche il più nuovo.

Michele Serra (tratto dal Venerdi di Repubblica del 4 marzo 2011)

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