Le liberalizzazioni utili (di Claudio Lombardi)

Siamo alla fase 2 della manovra del governo Monti e il tema del giorno sono le liberalizzazioni. Il confronto-scontro si svolge nel pubblico dibattito e nelle strade dove i tassisti hanno deciso di contrastare con durezza, come hanno sempre fatto, ogni ipotesi di aumento del numero delle licenze. In altri settori lo staranno facendo sicuramente, ma con meno visibilità.

Liberalizzare significa dare la possibilità di svolgere ogni attività senza ostacoli che non siano i legittimi adempimenti legati alla trasparenza e alla sicurezza. Principio giustissimo che si pone in alternativa a quello di monopolio innanzitutto, ma anche a tutti i limiti che sbarrano l’accesso a professioni, mestieri e servizi.

Principio sì, ma non atto di fede, perché monopolio, accesso limitato e liberalizzazione sono strumenti con i quali si realizza la governance delle società (concetto più ampio del semplice governo istituzionale perché include le forze economiche e sociali). In un periodo può essere utile il monopolio, in un altro l’assoluta liberalizzazione. Ciò che sempre non può mancare è un’autorità pubblica che rappresenti e persegua gli interessi generali e che sorvegli e decida le regole da rispettare a garanzia di tutti.

Per questo occorre domandarsi: perché c’è bisogno di liberalizzare alcune attività? La risposta che viene data è semplice: perché l’assenza di liberalizzazione costituisce un freno alla crescita economica e all’incremento dell’occupazione. Basta questo? No.

Nello scorrere le pagine dei giornali o nell’ascoltare i dibattiti, infatti, si ha l’impressione che manchi qualcosa. Taxi, farmacie, professioni, energia, RC auto, poste, ferrovie, carburanti, autostrade; tutto è mescolato e messo sotto l’etichetta “liberalizzazioni” che assume il ruolo di ragione e fine ultimo. Manca una motivazione che non sia la riaffermazione della necessità e giustezza delle liberalizzazioni.

Prendiamo i taxi. Dire: aumento delle licenze perché è giusto è un conto. Dire: aumento delle licenze perché ci poniamo l’obiettivo che il taxi divenga un mezzo di trasporto ordinario nelle grandi città in un quadro di limiti al traffico privato, è un’altra cosa.

Compito degli uomini delle istituzioni e dei politici è mettere singoli provvedimenti dentro strategie che mostrino i veri fini cui si tende. Per questo occorre porre sul tappeto la questione della mobilità nelle aree urbane che ne contiene molte altre: la vivibilità dell’ambiente, la facilità degli spostamenti, il risparmio di risorse fisiche ed economiche (quanto ci costa stare in fila ore ed ore nel traffico?), l’efficienza del sistema città nel suo complesso. In definitiva si tratta della qualità della vita. Chi vive nelle grandi città si rende conto che non è possibile ed umano continuare a restare prigionieri del traffico e dell’inquinamento. Qual’ è la soluzione? Chiudere al traffico privato almeno le aree centrali e far circolare soltanto i mezzi del trasporto pubblico fra i quali ci sono anche i taxi. Ecco allora che il progetto politico dentro cui sta la liberalizzazione delle licenze è la chiusura delle città al traffico privato e l’investimento sul trasporto pubblico. E se si riesce ad incrementare l’utilizzo dei taxi del 100% è evidente che quelli attuali non bastano ed ecco che più licenze non danneggiano nessuno (specie se si attuano forme di risarcimento per chi la licenza l’ha comprata) perché l’obiettivo è far lavorare molte più persone di oggi, migliorare la vivibilità delle città e una mobilità più veloce per i cittadini. Magari qualcuno rinuncerà pure all’auto privata e risparmierà usando solo i mezzi pubblici. E già questo potrebbe/dovrebbe essere un obiettivo strategico di chi avverte la necessità di un nuovo modo di vivere e consumare.

Ovvio che non basta dirlo per far cessare le proteste; i cittadini, però, capiranno meglio qual è la strategia che si sta seguendo e potranno far sentire il loro consenso. Certo, se poi nessuno riuscirà ad attuarla (le amministrazioni comunali e le regioni) allora sarà il segnale che ciò che conta è la lotta fra le categorie e fra queste e il principio della liberalizzazione che, come principio, è molto più vulnerabile.

Quindi ad ogni liberalizzazione deve corrispondere un progetto politico che ne dimostri l’utilità.

Prendiamo il caso del trasporto ferroviario regionale. Che la situazione sia drammatica lo hanno scritto tutti i giornali e lo sanno bene i pendolari. Come si sa le regioni stipulano con Trenitalia contratti per lo svolgimento del servizio che prevedono un finanziamento pubblico che, quest’anno, parte con un netto taglio rispetto all’anno passato. Liberalizzare questo servizio significa metterlo a gara sapendo, però, che i miracoli la concorrenza non li fa. Occorre partire da un patto con gli utenti e i cittadini: più servizio e meglio pagato un po’ a carico del pubblico un po’ del privato. Se si riesce a dare agli utenti la certezza che il servizio sarà svolto con alti standard qualitativi dall’operatore migliore grazie alla concorrenza e grazie a più risorse messe in campo il vantaggio potrà essere generale perché potranno circolare più treni (=più lavoro), i cittadini avranno una mobilità più facile e diminuirà il traffico privato in assoluto il più faticoso e il più costoso per il singolo utente.

Un sogno? No, perché in altri paesi ci sono riusciti.

In ogni caso è meglio evitare gli scontri di principio che esasperano le posizioni e cercare di mostrare a tutti la convenienza in termini di sistema di un diverso approccio alle politiche che sono necessarie e che passano per le liberalizzazioni.

Sarebbe anche un bene stilare una graduatoria delle liberalizzazioni urgenti e di quelle secondarie altrimenti si corre il rischio di illudere i cittadini che ne possa venire un immediato beneficio economico e si mantiene un riserbo preoccupante su liberalizzazioni necessarie, ma troppo grandi come quella della rete del gas per esempio sulla quale il governo non si pronuncia. In definitiva bisogna credere che dire la verità al Paese anche sui propri limiti sia un requisito indispensabile per segnare la differenza rispetto al passato.

Claudio Lombardi

Un commento

  • Ogni liberalizzazione porta in sé, vantaggi e svantaggi, che messi sulla bilancia del “bene comune” devono indicare cosa è più conveniente per tutti. Prendendo, ad esempio, la liberalizzazione dei farmaci; mantenere il sistema così com’è, continuerà a favorire i farmacisti. Lobby che conosciamo e che forse si è arricchita, ma certamente ha contribuito allo straordinario livello di salute del nostro Paese. Basti pensare alle farmacie dislocate nei piccoli comuni, insostituibili presidi sanitari sussidiari del Sistema sanitario nazionale. La liberalizzazione della vendita dei farmaci porterà una più estesa distribuzione, con il miraggio di un prezzo più basso. Oggi la sfida, rispetto ai farmaci, non è pagarli un prezzo più basso come ci si aspetta dalla liberalizzazione. La sfida è usarli meno e meglio. Attraverso prescrizioni appropriate e la diffusione dei farmaci equivalenti. Aumentare il numero dei punti vendita, non è funzionale né a uno né all’altro degli obiettivi indicati. Che senso ha cambiare la distribuzione, se non per aumentare la vendita di farmaci a vantaggio delle case farmaceutiche e i colossi della distribuzione? Se si mette d’impegno, il Governo troverà altre strade per favorire lo sviluppo. Di farmaci ne consumiamo già troppi.

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