L’Economist dossier Italia: privilegi e corporazioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

I privilegi delle corporazioni

L’Italia è una giungla di piccoli privilegi, rendite e mercati chiusi. Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma. Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi e l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere. In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche. In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie, garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate, impedendo che se ne aprissero di nuove. Quando il titolare di una farmacia moriva, i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.

pericoloUn altro mercato chiuso è il settore dei taxi, in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale. A New York è difficile trovare un tassista di origine statunitense. A Milano, la città più dinamica d’Italia, è difficile trovare un taxi. Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo, tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che, limitando il numero di taxi in circolazione, fa crescere i loro guadagni.

Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro. In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale: le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto. Potrà sembrare un sistema ingiusto, ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo. Inoltre, i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana.

giovani e lavoroIn questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta. Più di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora. Dopo una riforma introdotta nel 2003, i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose (licenziamenti più facili e niente sussidi di disoccupazione). Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce soprattutto una minoranza formata da giovani. Forse anche per questo gli italiani preferiscono un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere e per questo motivo il sistema è bloccato.

I sistemi chiusi si prestano ad essere penetrati dalle organizzazioni mafiose come accade nei campi dell’edilizia e della movimentazione terra. Persino al nord le cosche mafiose sono riuscite a controllare diversi consigli comunali con il sostegno di poche centinaia di meridionali che si sono trasferiti dal sud.

Ma l’avversione alla concorrenza non è circoscritta alle piccole imprese. Nel 2008, quando Air France- Klm presentò la sua offerta d’acquisto per Alitalia, ormai in bancarotta, Berlusconi definì la proposta “offensiva”. Il governo ha deciso invece di scaricare 1,2 miliardi di euro di debiti di Alitalia sul bilancio dello stato (oltre ai tre miliardi già versati dai contribuenti) e di vendere la compagnia a una cordata di imprenditori italiani, garantendole per tre anni il monopolio della tratta Roma-Linate (l’aeroporto più comodo per raggiungere Milano).

televisioniNon è facile smantellare sistemi così convenienti. Dopo il successo delle reti di Berlusconi nel settore della tv commerciale, in Italia si è creato un duopolio televisivo formato da Rai (l’emittente di stato) e Mediaset. Il sistema è stato turbato nel 2003 dall’arrivo di Sky Italia, la pay tv di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Sky Italia è cresciuta in fretta: nel 2010 ha raggiunto quasi cinque milioni di abbonati. Il suo successo, tuttavia, gli ha creato dei problemi. È stata raddoppiata l’iva per le pay tv e Sky è stata inoltre penalizzata da una legge che abbassa i tetti di raccolta pubblicitaria per i canali a pagamento e li alza per i canali in chiaro, che costituiscono la principale fonte di guadagno di Mediaset.

Forse per questo il tasso di investimenti diretti esteri negli ultimi vent’anni sono sempre stati (in rapporto al pil) ben al di sotto della media europea.

Gli italiani di orientamento liberale criticano questo sistema, ma non sono abbastanza numerosi da esercitare un’influenza politica. Se sono così pochi è a causa di un ambiente ostile. Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli elettori italiani si è diviso per 50 anni tra la Democrazia cristiana, che aveva ereditato dalla chiesa cattolica l’avversione al libero mercato, e il Partito comunista. Anche gli attuali partiti di destra – il Popolo della libertà di Berlusconi e la Lega nord – sono chiaramente ostili alla concorrenza.

Invece in questi ultimi anni la sinistra ha fatto di più per aprire i mercati. Pier Luigi Bersani, un ex comunista che oggi guida il Partito democratico, il principale partito d’opposizione, ha avviato una serie di riforme durante l’ultimo governo di centrosinistra, tra il 2006 e il 2008. (fine seconda parte)

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