L’inverno milanese, la crisi e le paure del ceto medio (di Salvatore Sinagra)

crisi economicaCon le statistiche che ci parlano di caduta dei redditi e di crescita della povertà vale la pena andare a vedere da vicino che succede nella vita reale, per esempio a Milano. Niente analisi, ma solo piccoli spunti tratti dalle cronache quotidiane di un’esperienza personale, la mia. TENTATIVI. Pochi giorni fa mi è capitato di entrare in un nuovo e grazioso caffè alla periferia est di Milano, un posto insolito per la città lombarda. L’esercente avrà quarant’anni o poco più. Questo posto è una novità assoluta nel mio quartiere, sembra un angolo rubato alla periferia parigina. A Milano est i piccoli esercizi commerciali sono il termometro se non delle difficoltà, almeno dell’instabilità del momento. Un anziano calzolaio è morto e nessuno ha preso il suo posto, qualche bar ha chiuso dall’oggi al domani, una sarta è sparita e un cliente le ha scritto un messaggio sulla saracinesca intimandole di restituirgli la sua giacca; una lavanderia che funzionava bene improvvisamente ha chiuso perché la proprietaria non ce la faceva più.

barIl proprietario del bar (Matteo di origini pugliesi), mi ha spiegato che per quasi vent’anni ha lavorato in un’azienda di una quindicina di dipendenti, poi gli hanno imposto una riduzione di orario di lavoro che gli è sembrato il preludio della disoccupazione e ha deciso di usare i suoi risparmi per mettere su un’attività.

IL CONTESTO. Il mio quartiere pullula di bar, il caffè ha quasi ovunque lo stesso sapore, eppure il nuovo arrivato spera di poter attrarre molti clienti grazie all’atmosfera del suo locale e quando passo dalle sue parti il sabato mattina ho l’impressione che, in effetti, le cose per lui non vadano male.

strada milanoDa ormai undici anni frequento la grande arteria che collega il centro di Milano all’aeroporto di Linate e ho visto le sue trasformazioni: l’arrivo di un discount-primo prezzo di una grande catena francese, il proliferare di bar gestiti da cinesi, la continua sostituzione di piccoli esercizi commerciali con punti vendita di catene diffuse in tutto il territorio nazionale, l’avvento di qualche sarto indiano o pachistano ed infine un negozio di una catena danese che vende cianfrusaglie. Eppure c’è ancora qualche italiano che prova ad aprire un esercizio commerciale, magari come ultima chance dopo il licenziamento o dopo una lunga ricerca del lavoro. Fiducia ed entusiasmo sicuramente anche se nella mia zona succede spesso che, alla chiusura di un negozio, segua l’apertura di un’altra attività. Ma è raro che lo faccia un italiano, questo è il punto.

precarioSTORIE NORMALI. La vita quotidiana è piena di storie normali. Roberto è giovane, ma ha già dieci anni di precariato alle spalle. Di fronte ha la decisione di convivere con la sua compagna con l’intenzione di mettere su famiglia. Ad aprile scade di nuovo il suo contratto di lavoro e lui non sa se e come verrà rinnovato. La sua compagna si è laureata a dicembre e adesso cerca lavoro. Non fa niente, aspettare ancora significherebbe non farlo più. Così la decisione è presa; per la casa, come accade per tanti giovani, la soluzione si è trovata in famiglia, ma senza convivenza con i genitori per fortuna. Per ora va bene e in futuro si vedrà.

Lui e la sua compagna rappresentano purtroppo abbastanza bene l’Italia che ha tanto patrimonio, poco reddito e nessuna speranza in un futuro migliore. Hanno studiato più dei genitori, si sono laureati bene ed in tempi ragionevoli, ma prendono casa solo grazie alle risorse della famiglia. Ovviamente, non avrebbero potuto chiedere un mutuo perché nessuna banca l’avrebbe concesso.

over 50Altro incontro. Andrea, quadro bancario, ha passato i cinquanta da un paio di anni. Lavora a Novara. Non è povero, ma quando racconta la sua storia ti fa quasi toccare ed annusare il declino del ceto medio. Entra in banca neolaureato e si occupa subito di cose interessanti, nei primi anni ottiene una serie di promozioni, nessuna gli cambia la vita ma ogni anno le cose per lui vanno un po’ meglio, poi a un certo punto non arrivano più scatti e gli vengono assegnate mansioni molto routinarie. La scorsa estate arriva la doccia fredda, la società in cui lavora la moglie chiude la sua sede milanese, lei rimane a casa e entra nella categoria di coloro che cercano lavoro senza particolare speranza di trovarlo. Ogni mattina, (adesso ha tanto tempo libero) accompagna il marito alla stazione. Chiedo ad Andrea come va, lui mi risponde che aspetta con ansia il nuovo accordo tra sindacati e dirigenza, perché sembra che la dirigenza voglia che molti over 50, quelli che in banca guadagnano di più, accettino un lavoro part-time fino al pensionamento. Andrea mi dice che con la moglie a carico per lui anche una riduzione dello stipendio di 10 euro è pesante, mi dice che è quasi contento che il padre, anche lui bancario, sia morto da un anno e non abbia visto il declino del suo settore e di suo figlio.

CONCLUSIONE. Milano è ancora Milano cioè una città benestante, eppure adesso, al sesto inverno da quando è divenuta conclamata la crisi il ceto medio ha paura. È sempre la capitale economica del paese, non è una città povera, eppure dopo un inizio di millennio non brillante e dopo diversi anni di crisi acuta non si salva dalle tensioni e dai drammi. I giovani fanno molta fatica a trovare lavoro, intraprendere un’attività diventa sempre più una scommessa e chi ha superato i 50 anni sta in mezzo al guado e ha paura di cadere all’improvviso. La speranza è che chi ha in mano il potere si ricordi di queste e di tante altre storie normali delle quali è fatta l’Italia. La fiducia e l’entusiasmo sono beni preziosi e la politica, finora, li ha dissipati senza criterio

Salvatore Sinagra

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