L’Italia delle finte emergenze : i ROM (di Carlo Stasolla presidente associazione 21luglio)

L’associazione 21luglio si occupa della tutela dell’infanzia ROM dalle azioni delle istituzioni.

Detto così può suonare strano: difendersi dalle istituzioni che esistono per garantire condizioni di vita sociale soddisfacenti e rispettose dei diritti umani (di tutti e non dei soli cittadini). Come tali sono riconosciuti e tutelati dalla Costituzione e da Dichiarazioni di diritti emesse da organismi sovranazionali.

Sembra strano difendere l’infanzia ROM dalle istituzioni eppure ci sono dei buoni motivi per farlo.

Diversi rapporti di Amnesty denunciano la violazione dei diritti umani in Italia. Più precisamente ciò accade nelle carceri, verso gli immigrati e i richiedenti asilo, verso i ROM e, in generale, nei confronti dei soggetti più deboli.

Nei confronti dei ROM la violazione è palese. Dal 1985 per le persone identificate come appartenenti all’etnia ROM sono “istituzionalizzati”, campi attrezzati come unico luogo riconosciuto dove è permesso vivere (con l’ovvia esclusione di chi può permettersi di pagare una casa).

Perché i campi, strutture provvisorie che confermano la natura transitoria, di “sosta” delle persone che continuano ad essere etichettate come nomadi?

È importante capire che i ROM sono solo in minima parte (non più del 5%) nomadi per scelta di vita. Gli altri sono nomadi come condizione di fatto, imposta dal continuo spostarsi da un luogo ad un altro perché vengono meno le condizioni minime di sopravvivenza o perché si viene continuamente cacciati e, quindi, il nomadismo esprime solo la ricerca di un luogo dove fermarsi. Quindi, l’etichetta di “nomadi” risponde ad uno stato di necessità che i ROM eviterebbero volentieri se avessero altre possibilità.

Infatti, nessuno sa o si accorge, in genere, che molti ROM vivono come gli altri cittadini essendosi perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i ROM rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. Circa quest’ultimo aspetto sarebbe sufficiente scavare nel passato di società oggi ricche e considerate patria dei valori e dei costumi occidentali per trovare l’esempio di quale degrado si possibile indurre negli esseri umani privandoli di mezzi di sussistenza, di istruzione, di diritti, di condizioni minime di servizi e di igiene. Parlo della situazione nelle principali città inglesi nel corso del XIX secolo all’epoca di una rivoluzione industriale che fu costruita sull’abbrutimento e sullo sfruttamento forsennato di una larga parte della popolazione nella quale il degrado umano e morale era estremo.

Voglio dire che oggi la vita nei campi ROM, attrezzati, tollerati, abusivi, è il terreno di coltura migliore per spingere le persone a comportamenti antisociali e per impedire che sia possibile emanciparsi da quella condizione di sottosviluppo.

Basta visitare uno dei campi modello e, quindi, legali che ci sono in Italia per rendersi conto di quali siano le condizioni e gli orizzonti di vita di chi non ha e non può avere casa, lavoro, igiene, istruzione, una normale vita di relazioni sociali. In quelle condizioni, che nei campi tollerati e in quelli abusivi raggiungono livelli inauditi di degrado, non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza.

Molte volte si è parlato di emergenza ROM e, purtroppo, fa male dirlo, all’approssimarsi di campagne elettorali o quando l’attenzione dell’opinione pubblica doveva essere distolta da altri scandali o motivi di interesse. Perché ci sia un’emergenza, però, occorrono condizioni oggettive e soggettive visibili e verificabili; le sole che consentono di stabilire cosa è meglio o cosa è necessario fare.

Fra le condizioni oggettive c’è la consistenza numerica delle persone appartenenti all’etnia ROM.

Da questo punto di vista i numeri parlano chiaro. In Romania i ROM sono oltre due milioni e mezzo, in Spagna 800mila, in Francia 600mila. In Italia, tutti, compresi quelli che hanno casa e lavoro, non superano le 120mila unità. Per dare un’idea ancora più precisa basti pensare che a Roma su 2,7 milioni di abitanti i ROM nei campi sono stimati in 7mila unità.

Non sembrerebbero, questi, i numeri di un’emergenza.

Ci sono poi le condizioni soggettive. Che contano molto ovviamente, perché se 120mila ROM fossero scatenati contro gli italiani, magari organizzandosi in bande di taglieggiatori che impongono la propria legge agli abitanti dei territori, magari gestendo il traffico e lo spaccio della droga, magari puntando ad impossessarsi del controllo dei soldi pubblici attraverso l’imposizione di politici collusi e una rete di aziende collegate alla criminalità; allora si potrebbe parlare di un’emergenza.

Purtroppo per coloro che vedono nei ROM l’emergenza, le condizioni soggettive descritte, accompagnate da quelle oggettive che consistono nella presenza di un numero molto elevato di “soldati” armati al servizio di gruppi criminali e nel possesso di enormi capitali con i quali si corrompe e ci si impossessa di attività economiche lecite con mezzi e modalità illecite, sono esattamente quelle che si possono riscontrare in varie regioni dove i diversi tipi di mafia costituiscono un contropotere armato che limita e soffoca l’autorità dello Stato.

Se qualcuno è in caccia di emergenze è meglio che guardi in quelle direzioni.

Quale via d’uscita per la situazione dei ROM?

Politiche, a cominciare da quella abitativa che è la base di tutto perché dover vivere in un campo taglia le gambe a chiunque voglia crescere e confina in un’emarginazione sociale e civile dalla quale è difficile uscire. E poi politica dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza sociale, del lavoro.

Interventi speciali vanno fatti verso l’infanzia e i giovani perché l’integrazione deve mirare a loro.

Se non c’è questo approccio è inutile spendere tanti soldi in interventi che girano sempre intorno alla vita nei campi. Anzi, può addirittura essere l’occasione di speculazioni per i soliti furbi che in Italia girano sempre intorno ai soldi pubblici.

Se a Roma in circa due anni si spendono 34 milioni di euro senza partire dalla politica abitativa risolvendo il principale problema, si rischia di coltivare una perpetua “riserva di emergenze” che non aiuta veramente i ROM e nemmeno avvia a soluzione il loro problema e quello dei cittadini romani.

Carlo Stasolla Presidente Associazione 21luglio

Un commento

  • Fabrizio Apruzzese

    Concordo pienamente con quanto riportato in questo articolo. Il vero problema non sono i Rom, piuttosto come le nostre Istituzioni affrontano il problema. Personalmente vivo in un quartiere, Nuova Tor Vergata a Roma, dove dal “lontano” ottobre 2008 è stato posizionato un campo nomadi “provvisorio”. Lo so che fa sorridere l’aggettivo provvisorio, ma non è frutto del mio sacco. Purtroppo!
    Devo riscontrare che la convivenza non ha mai avuto alcun problema, sicuramente perché vi vivono persone assolutamente normali e che, allo stesso modo degli altri abitanti del quartiere, ci tengono al luogo in cui vivono, lo mantengono pulito e lo adornano per quanto nelle loro possibilità. Certo non è bello vedere queste roulotte parcheggiate, d’estate e d’inverno pensando che lì dentro ci sono bambini e adulti che vivono la loro vita.
    Solo di una cosa siamo ormai sicuri: non c’è nessuna volontà di risolvere il problema!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *