L’Italia delle tante diversità e i nuovi italiani (di Andreina Lanteri)

Com’era prevedibile le dichiarazioni del Presidente Napolitano sulla cittadinanza ai bimbi nati in Italia da genitori non italiani, ma che qui vivono e lavorano ha suscitato la più ampia discussione. “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza per i bambini nati in Italia da immigrati stranieri”, ha detto Napolitano (considerando “follia” che già non sia così) sottolineando che una più adeguata normativa sullo ius soli permetterebbe al paese di acquisire nuove energie per far fronte al progressivo invecchiamento della popolazione.

Scontate le  scomposte reazioni critiche da parte della Lega e di parlamentari di destra,  i restanti partiti sembrano non essere  indifferenti al problema tant’è che  sono 50 le proposte e i disegni di legge presentati in Parlamento in tema di cittadinanza, 32 alla Camera e 18 al Senato. Di questi provvedimenti solo 5 si occupano in modo specifico di minori, 3 a Montecitorio e 2  al palazzo Madama.

Un disegno di legge a firma del senatore del Pd Ignazio Marino e di 113 senatori (tutto il Pd, Idv e alcuni del Terzo Polo) modifica  la legge 91  del 1992 e assegna la cittadinanza ad ogni nato in Italia indipendentemente da quella dei genitori.

Il multiculturalismo e il confronto fra diverse identità culturali sono risorse sulle quali investire – spiega Marino – discriminare l’infanzia, compromettere la crescita equilibrata dei bambini che nascono in Italia da genitori immigrati è incivile: il nostro Paese non può più permettersi di vivere nell’intolleranza e nell’arretratezza culturale. Con buona pace di quella parte del mondo politico che rifiuta la modernità, facciamo un passo avanti».

La normativa vigente in Italia in materia di cittadinanza prevede in base alla legge n. 91/1992, che è cittadino per nascita:

a) Il figlio di padre o di madre cittadini;

b) chi è nato nel territorio della Repubblica se ambo i genitori sono ignoti o apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge dello Stato di questi (art. 1, comma 1).

Gli immigrati extracomunitari attualmente possono richiedere la cittadinanza solo dopo aver trascorso 10 anni nel territorio della Repubblica.

Si conferma in questo modo il primato dello ius sanguinis su quello dello ius soli, il che significa non tener conto della realtà storica e sociale in cui viviamo né di un elementare principio di ragionevolezza. Si resta attaccati ad un preteso primato ancestrale che fa derivare il legame della persona al territorio solamente dal collegamento naturale madre – figlio. In questo modo si riduce la nazionalità non a un processo di formazione culturale vissuto dentro una comunità, ma ad una caratteristica quasi genetica che si trasmette dai genitori ai figli. In epoche lontane poteva avere un senso, ma oggi…

Oggi è evidente che il mutato contesto in cui viviamo e  il fenomeno della globalizzazione che, nel bene e nel male, è la realtà con cui dobbiamo confrontarci ci porta a guardare con occhi diversi (e ad agire) per regolarizzare situazioni che non possono più essere trattate come se vivessimo in un lontano passato.

In base alle tabelle pubblicate dall’ISMU su dati forniti dall’Istat in Italia siamo passati dalla presenza di 125.565 minori extracomunitari nel 1997 a ben 932.675 nel 2010, una crescita esponenziale che fa da contraltare al calo delle nascite di bambini italiani.

L’Italia è uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2010 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,40, di poco inferiore all’1,41 del 2009. Negli anni ’90  si toccarono i minimi storici, ma ancora oggi il livello delle nascite non è quello del 2,1 figli per donna considerato ottimale per il mantenimento di una popolazione.

Se a partire dalla metà degli anni novanta la natalità in Italia ha registrato una moderata ripresa, ciò è stato grazie all’apporto del  tasso di fecondità delle donne immigrate.

Nelle scuole oggi è presente un numero elevatissimo di bambini di origini, culture e tradizioni diverse, e queste differenze fanno ancora paura a molti che vedono nello straniero l’invasore che viene a distruggere le tradizioni e la cultura originarie.

Il problema della diversità della lingua, è dimostrato, nei bambini viene risolto con una facilità che per gli adulti è sconosciuta, anzi è divertente sentire parlare con accento dialettale e con espressioni gergali bambini con gli occhi a mandorla o con la pelle nera che si sentono e sono a tutti gli effetti come tutti gli altri bambini. E, comunque, la questione di cui si dibatte riguarda bimbi nati in Italia che imparano la lingua esattamente come tutti gli altri.

Le diversità di religione e cultura vanno affrontate con un approccio positivo in quanto lo scambio di conoscenze non può che portare ad un arricchimento reciproco. La paura e la diffidenza per il diverso non possono avere più spazio, soprattutto verso chi è nato e cresciuto nel nostro paese,  condividendo la quotidianità con i nostri figli. Tra l’altro l’Italia è il prodotto di culture diverse che, nel corso degli anni, hanno faticato a trovare una convergenza. E ad oggi vi sono forze come la Lega che su queste diversità continuano a far leva per ampliarle e non per restringerle.

L’integrazione totale di questi bambini e ragazzi si potrà però avere solo riconoscendo il loro diritto di cittadinanza: solo dando loro la sensazione di non essere stranieri accolti, ma membri a tutti gli effetti della società civile, favorendo la loro partecipazione democratica si riuscirà a  superare la visione parziale e subalterna degli immigrati quali “ forza lavoro” dando così un giusto riconoscimento alle relazioni che queste persone avviano nel luogo di residenza.

Un altro problema che potrà risolversi riconoscendo il diritto di cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia  è quello dell’emarginazione e della ghettizzazione da cui si generano  situazioni di disagio estremo che possono sfociare in atti di violenza quali quelli che si sono verificati a Londra nell’estate scorsa e a Parigi qualche anno fa’.

In conclusione è una incontestabile verità che la storia dell’umanità è caratterizzata dallo spostamento di popolazioni e dal conseguente instaurarsi  di intrecci e collegamenti tra persone provenienti da contesti geografici diversi. Oggi questo interscambio è diventato più veloce e incalzante, i tempi sono  più rapidi, le distanze più brevi e bisogna cercare di essere pronti ad affrontare le diverse realtà che si presentano. Compito del legislatore è di riconoscere le nuove necessità cui far fronte e quella del riconoscimento come cittadini a tutti gli effetti di chi è nato qui e qui vive, studia, lavora, fa parte della società civile italiana e, quindi, di uno Stato è  una di queste. Che poi i genitori provengano da altri paesi è cosa del tutto irrilevante per ogni persona ragionevole.

Andreina Lanteri

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