Magistratura: modeste proposte di riforma

Da molti anni il tema della giustizia compare nelle cronache giornalistiche come uno dei  temi centrali della crisi del sistema italiano. L’opinione pubblica si è ormai concentrata su alcuni aspetti negativi: lunghezza esasperante dei processi (penali, civili o amministrativi); malfunzionamento dei tribunali; atteggiamento di chi ci lavora (magistrati e no) nei confronti del cittadino; situazione terribile delle carceri nelle quali la coabitazione è forzata tra ogni genere di persone.

In estrema sintesi si può affermare che il sistema giustizia in Italia funziona malissimo e l’applicazione dei principi costituzionali è una mera chimera. Affrontare questo tema nella sua globalità è, dunque, una impresa titanica ed è obiettivamente difficile aspettarsi cambiamenti sostanziali nel breve periodo.

Vogliamo  però concentrarci su un singolo aspetto, assumendo il punto di vista di un cittadino comune che, con un minimo di buon senso, cerca di individuare i problemi e le possibili soluzioni. Il singolo aspetto che vogliamo affrontare è il ruolo dei magistrati, la loro organizzazione e le regole che determinano il loro comportamento. Che sia un aspetto cruciale della giustizia è sotto gli occhi di tutti. Le proposte che seguono derivano da un’osservazione critica dell’evoluzione degli ultimi anni.

1. È a tutti noto (probabilmente) che una specifica legge vieta l’adesione dei magistrati a qualunque associazione sindacale, sia generale che di categoria. I magistrati non si sono curati molto di questa disposizione legislativa e hanno fondato un loro sindacato, con il trucco banale di chiamarlo associazione. Stiamo parlando dell’Associazione Nazionale magistrati (ANM) che, come è ormai noto da  molti episodi conosciuti a tutti, svolge apertamente le funzioni di sindacato unitario, diviso per gruppi (le correnti) di varia ispirazione politica, influendo in maniera decisiva sulle attività del Consiglio Superiore della Magistratura (organo di rilevanza costituzionale nel quale si assegnano gli incarichi ai magistrati e si svolgono i procedimenti disciplinari a loro carico).

La proposta è molto semplice: sciogliere la ANM e trasformare il divieto legislativo dell’adesione a sindacati in divieto legislativo di qualunque adesione a qualunque associazione, che non sia  tra quelle ufficialmente riconosciute dallo Stato italiano come associazioni a scopo benefico-assistenziale e senza scopi di lucro.

2. Si fa un gran parlare di separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. In realtà sono stati fatti molti passi in questa direzione, ma senza sciogliere il nodo di fondo. Forse sarebbe meglio scioglierlo con un taglio netto, seguendo l’esempio dei paesi di rito giuridico anglo-sassone: deve esistere una sola magistratura, quella giudicante, con le sue regole e le sue guarentigie. La parte inquirente verrebbe svolta da “public officers”, con propri regolamenti e salvaguardie, analoghe o superiori a quelle esistenti per i dipendenti pubblici. Ma anche con le relative responsabilità. Civili e penali, senza scudi differenziati rispetto  a quelli già esistenti per i dipendenti pubblici. È il solo modo per affermare l’uguaglianza tra difesa e accusa davanti all’unico magistrato, quello giudicante. Sempre, in ogni fase delle istruttorie e dei processi. Per esempio durante le fasi istruttorie che precedono il processo, quando la fuga sistematica di notizie e materiali riservati contribuisce in misura rilevante all’ipotesi accusatoria, spesso rovinando professione, carriera e vita stessa agli indagati. Se pensiamo al caso Tortora capiamo subito di cosa stiamo parlando. E oggi le cose vanno molto peggio di allora.

Chiedere conto dei suoi errori a chi assume la funzione di inquirente aiuterebbe molto sia la celerità delle indagini che la correttezza dei comportamenti. Ovviamente dovrebbe esserci una responsabilità anche per i giornalisti che attualmente funzionano da megafono dei pubblici ministeri diffondendo notizie riservate con le quali vengono orchestrate campagne di stampa con il pretesto di informare l’opinione pubblica, ma che, in realtà comportano conseguenze pesanti nella vita di chi viene coinvolto.

3. Sembra che l’Italia abbia il primato per la strana presenza di magistrati nelle posizioni apicali dei ministeri in particolare in quello della Giustizia. Negli ultimi anni questa presenza si è estesa anche ad altri incarichi di responsabilità in varie Authority, organismi di controllo che godono di ampia autonomia. I magistrati chiamati a questi incarichi rimangono tali e sono soggetti disciplinarmente soltanto all’organismo di autogoverno della magistratura, il CSM, anche se funzionalmente dipendono, per esempio, dal ministro della Giustizia. La presenza di magistrati è massima, come si è accennato, proprio nel ministero della Giustizia dove sembra che operino 160 magistrati. La recente vicenda che si è svolta intorno alla direzione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il DAP, verteva proprio sulla scelta di questo o di quel magistrato. Ma si tratta forse di un incarico per il quale il magistrato è stato assunto nei ruoli dello Stato o per il quale è stato formato? Assolutamente no.

E dunque anche in questo caso la soluzione è molto semplice: proibire per legge questa commistione, senza alcuna esenzione o eccezione. C’è la Costituzione a stabilire la separazione tra i poteri e la Magistratura se vuole essere autonoma deve stare lontana da ogni altro incarico.

A latere di questo aspetto vi è poi quello dei magistrati che assumono incarichi politici al termine dei quali possono rientrare nel loro ruolo. Dovrebbe essere superfluo osservare che questa è una violazione dei principi di separazione dei poteri con la quale si rende il magistrato un jolly che va dove vuole e poi rientra riprendendo ad amministrare la giustizia cioè a disporre della libertà personale delle persone. È troppo definirlo un abuso?

4. Arriviamo al Consiglio Superiore della Magistratura. Abbiamo già detto che il CSM è un organo di rilevanza costituzionale, quindi una profonda riforma delle sue prerogative (o una semplice abolizione) richiederebbe una modifica della Costituzione, procedura complessa e lunga anche temporalmente. Rispetto ai suoi compiti l’opinione pubblica è giustamente colpita dal fatto che il CSM è sistematicamente assente  o in ritardo rispetto ai vari scandali che periodicamente coinvolgono vari magistrati nell’esercizio delle loro funzioni.  Colpita negativamente anche perché di fronte a casi clamorosi di errori o di comportamenti scorretti non si vede mai un intervento rapido e risolutivo dello stesso CSM. Si pensi al caso di Ilaria Capua, grande professionista e ricercatrice di fama mondiale (nonché parlamentare) distrutta umanamente e professionalmente dal comportamento scandaloso di alcuni magistrati che avviarono una indagine folle con accuse da ergastolo sulla base esclusiva dell’ignoranza degli inquirenti stessi sulla materia in esame. Le carte dell’indagine (non si sa come) finirono a giornali amici che sollevarono lo scandalo distruggendo la reputazione di Ilaria Capua. Ebbene, il magistrato del tribunale di Roma che maggiormente era stato responsabile di questo esempio di malagiustizia fu messo sotto indagine dalla sezione disciplinare dello stesso CSM. L’indagine è durata tutto il tempo necessario per far andare in pensione il magistrato e quindi sospesa proprio a causa del pensionamento dello stesso. Ebbene mi sembra, come cittadino, che sussistano tutti i presupposti perché sia modificata la legge di elezione dei componenti del CSM, abolendo la componente togata e lasciando al Parlamento il compito di nominare i membri del Consiglio. Oppure, soluzione minimale, vietando la presenza di componenti togati nella sezione disciplinare, constatando che i magistrati diventano improvvisamente tolleranti e buonissimi quando ad essere sotto indagine disciplinare ci sono i loro colleghi. Magistrati che dovrebbero essere assenti anche dalla commissione che prepara gli elenchi e i giudizi per le nomine degli incarichi dirigenziali. Non accenno nemmeno al perché di questa richiesta, basta e avanza leggere i giornali sul caso Palamara e vedere come venivano gestite dai magistrati le procedure di nomina degli incarichi.

Concludendo, abbiamo toccato solamente quattro punti con proposte di modifiche basate sostanzialmente sul buon senso e sull’esperienza operativa di questi 70 anni di storia repubblicana. Leggi a costo zero, tra l’altro. Anzi con un certo risparmio da parte del bilancio dello Stato.

Naturalmente nessuno vuole mettere in discussione l’autonomia della magistratura. Purtroppo l’autonomia ha una funzione elevata nel quadro della separazione dei poteri che è stata messa in discussione da tante indagini finite nel nulla, ma con evidenti effetti politici. Sarà difficile cambiare la situazione attuale perché manca una forte e chiara volontà politica per guidare un processo di riforma che riporti alla lettera e allo spirito della Costituzione. Noi, però, il nostro contributo di idee lo abbiamo dato e speriamo che qualcuno le raccolga

Sergio Mancioppi

Un commento

  • Programma sicuramente condivisibile ma sfido a trovare chi in Parlamento proporrà e sosterrà una simile riforma. Forse i radicali ma la maggioranza dei partiti teme di finire, alcuni già lo sono, sotto schiaffo della Magistratura che ha armi potentissime per opporsi alla riforma come ha fin qui fatto contro tutto ciò che fin qui si è tentato per modificare lo status quo anzi spesso conquistando maggiore forza.

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