Manovra: ancora una volta gli italiani pagano il conto (di Claudio Lombardi)

Difficile dire qualcosa di originale sulla manovra finanziaria presentata dal Governo. Difficile perché i commenti sono, come sempre in queste occasioni, così tanti da coprire tutto ciò che è possibile dire; difficile perché la manovra ripete uno schema “classico” che ormai è lo stesso da molti anni.

In due parole: con decreto-legge o con procedure rapide si approvano le norme in grado di portare risultati certi e in tempi brevi; con strumenti di più lunga durata (proposte di legge, leggi delega, differimenti di attuazione alla prossima legislatura) si definiscono le norme delle quali i risultati non sono né immediati né certi.

Come sempre la ricetta prevede che le due categorie di norme siano tenute strettamente vicine, anzi, che quelle di non immediata attuazione siano presentate come la vera novità per oscurare le misure che si attuano subito.

Nel rincorrersi delle anticipazioni, per esempio, l’accento è caduto sulla riforma fiscale e sui tagli ai costi della politica; due tipologie di intervento che si realizzeranno in tempi lunghi, se si realizzeranno.

Anche sull’entità della manovra si è utilizzato lo stesso effetto deformante: la dimensione pubblicizzata ha dato l’impressione di un intervento deciso di correzione dei conti; la scansione temporale ha mostrato la realtà di un rinvio degli interventi più sostanziosi alla prossima legislatura.

Certo l’Europa si accontenta e dice che, fino al 2012, i conti possono andar bene. Il problema, però, è che i conti li dobbiamo fare con la situazione oggettiva del Paese e con le esigenze pressanti della maggior parte degli italiani. L’Europa si può accontentare, noi no. Semplice.

Un Governo che vuole fare sul serio lo fa comunque e presto. Cosa, però? Una politica economico-finanziaria che migliori la situazione dell’economia e delle persone puntando a superare croniche debolezze infrastrutturali e la frammentazione del tessuto produttivo forte di tante piccole e piccolissime imprese, ma debole su tutti gli altri fronti.

Economia e società si tengono strettamente ed è un’illusione pensare che l’una possa basarsi sullo schiacciamento dell’altra. Il collegamento è dato dalle politiche pubbliche cioè dal ruolo dello Stato e dalla politica che lo fa muovere. Da decenni si parla di “sistema Paese” per sottolineare una dimensione che tiene unite queste facce della stessa medaglia. Eppure ancora siamo qui a romperci la testa su misure che servono a “passà ‘a nuttata” e non a costruire il futuro.

Pensate, torna il superbollo! E si blocca per la ennesima volta (decima, quindicesima?) il turn over degli statali. Ma come? Dopo tutte queste volte che li bloccano ce ne sono ancora di statali? Sì perché la norma si approva, si scrivono i risparmi che assicura, si coprono le spese con quelle entrate virtuali e poi… e poi fatte le spese (vere) si fa altro debito pubblico per coprirle perché i risparmi non c’erano veramente.

Come nella moda quando uno stile del passato viene riportato alla ribalta, anche dagli uffici del Governo provengono idee e proposte che già sono state fatte e sperimentate nel passato e che non hanno funzionato. Però le ripropongono lo stesso. E chissà la fantasia degli esperti e consiglieri, dei ministri e dei parlamentari cos’altro produrrà nelle prossime settimane.

Per quale obiettivo? Raddrizzare i conti dello Stato. Come già detto ci sono i tagli certi che producono minor spesa (ne fanno le spese enti locali, regioni con la sanità in testa, i pensionati), ci sono un po’ di entrate di piccolo taglio (tassa di proprietà oltre i 225Kw, tassa sui treni alta velocità) e una miriade di interventi sparsi che vanno visti uno per uno. Tanti saranno pure giusti, ma il fatto è che tutti insieme, buoni e cattivi, veri e falsi, mischiati alle politiche nelle quali è impegnato il Governo, conditi con la sua autorevolezza nazionale e internazionale (bassissima), accompagnati da una maggioranza che non si capisce cosa la tenga unita (a parte gli interessi personali e di gruppo) e con la ciliegina sulla torta degli scandali che hanno mostrato agli italiani e al mondo chi sono veramente tanti di quelli che hanno preso il potere e come lo usano a proprio vantaggio; tutti insieme non sono credibili e suscitano diffidenza e un senso di rabbia che si sta diffondendo sempre più.

Rabbia per la sfrontatezza e l’arroganza di chi ha ricevuto il mandato di governare ed ha perso tempo a farsi gli affari suoi (magari raccontando barzellette); rabbia per l’incapacità di guidare lo Stato in un Paese con una delle più forti economie mondiali reso debole proprio dall’incapacità delle sue classi dirigenti che hanno sperperato ricchezze immense senza costruire nulla di solido.

Non sono solide le infrastrutture, non lo è il sistema dell’istruzione, non lo sono i servizi. Al contrario tutto appare precario e inaffidabile e gli italiani si meravigliano quando capita loro di imbattersi in qualcosa che funziona come dovrebbe. E questo mentre la forza dell’economia c’è, ma deve fare a meno di uno Stato che marci come dovrebbe.

Soprattutto ne devono fare a meno gli italiani che si trovano ogni anno a saldare il conto e non riescono a sapere e a vedere dove vanno a finire i loro soldi.

Per il futuro è preferibile che ci siano meno manovre e più lavoro quotidiano fatto con le politiche giuste che costruiscano il futuro ogni giorno.

Claudio Lombardi

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