Manovra: vizi privati e pubbliche virtù (di Liliana Ciccarelli)

Quattro le virtù cardinali, tre quelle teologali e dieci le virtù comunali!

Lo prevede la manovra del “vangelo secondo Tremonti”. Per salvarsi dai rigidi vincoli di bilancio previsti dalla manovra economica i Comuni dovranno essere virtuosi rispettando i 10 parametri introdotti dalla nuova normativa fondati essenzialmente sull’incidenza della spesa in conto capitale, sull’autonomia finanziaria e sul ricorso o meno ad anticipazioni di tesoreria.

Sarà facile o difficile essere virtuosi? Quali parametri incideranno di più? Rispetto a quali bisogni e costi standard potranno realmente misurarsi le azioni e le spese virtuose dei comuni? Come si garantiranno standard qualitativi e quantitativi dei servizi per il cittadino e rispetto dei criteri di virtuosi previsti dalla manovra?

E’ virtuoso o no un comune che investe per l’edilizia scolastica o che risponde prontamente ad una emergenza ambientale? E’ un vizio o una virtù offrire servizi quali asili nido, assistenza per disabili,scuolabus, assistenza domiciliare per anziani, manutenzione spazi verdi ecc…?

Siamo in tanti ad attendere risposte e siamo in tanti, tra singoli cittadini e organizzazioni di tutela e di promozione della partecipazione civica, a sentirci “commissariati” da un modello di gestione dell’emergenza e di eterno risanamento che non fa mai i conti con il valore economico di quei beni di interesse generale (infrastrutture e trasporti,ambiente,legalità,salute,istruzione, livello di partecipazione dei cittadini ecc..) il cui arricchimento arricchisce tutti e il cui impoverimento impoverisce tutti.

Insomma si conservano i vizi privati (quelli della casta) e si chiedono sotto diverse spoglie di esercitare pubbliche virtù , ben sapendo che i tagli e il rigore imposto si tradurranno in minori e peggiori servizi per il cittadino.

A “bilanciare” criteri di stallo e per tentare di favorire un minimo di sviluppo la manovra prevede tra le 10 virtù comunali generici indicatori legati al tasso di liberalizzazioni ed alla qualità dei servizi. Potrebbe essere il contesto per mettere in opera una “mossa del cavallo” attraverso una alleanza tra risorse della società civile, amministrazioni locali e imprese, capace di proporre un nuovo modello di sviluppo ed esercizio di democrazia critica ?

E’ il percorso ancora inattuato della legge finanziaria 2008 laddove all’art 2 comma 461 prevede che nel contratto di servizio vengano individuati standard corrispondenti alle esigenze dei cittadini consumatori/utenti sottoposti periodicamente a verifica, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, per valutarne l’adeguatezza. Il tutto finanziabile mediante un prelievo a carico dei gestori predeterminato nel Contratto di servizio.

E allora perché non si punta a far partire un circolo virtuoso fra enti locali, cittadini e aziende dei servizi? Perché non si ragiona sulle spese che vale la pena fare perché migliorano la vivibilità delle città e la coesione sociale? Come in ogni famiglia ci sono spese che devono essere fatte e altre che sono superflue e altre ancora che sono un lusso. Sembra sempre più evidente che buona parte delle spese che mantengono la classe politica siano un lusso che l’Italia non si può permettere così come l’inefficienza (che costa molto) di chi ha il potere, ma non riesce a gestirlo nell’interesse generale perché è troppo preso dagli interessi privati suoi o dei gruppi che lui protegge o dai quali è protetto.

Ecco sarebbe ora di far uscire fuori i veri problemi che schiacciano l’Italia e di risolverli. Per far questo sicuramente qualcuno (o molti) dovranno cambiare mestiere e mollare il potere che usano così male.

Liliana Ciccarelli

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