Meglio parlare di movida che il resto è peggio

I temi del giorno sono tanti e tutti piuttosto impegnativi. Prendiamo quello più popolare e facile: la movida ovvero lo stare insieme agli amici in luoghi pubblici bevendo, mangiando o, semplicemente, chiacchierando. Dopo più di due mesi di isolamento, alla fine di un maggio che sembra già estate, è normale che saltino un po’ di precauzioni. Dire che alcune prudenze devono ancora esserci è giusto perché sono le stesse che abbiamo sui mezzi pubblici, nei negozi, negli uffici postali ecc ecc. Sarebbe strano il contrario: protezioni e distanze ovunque, libertà di comportamento davanti ai bar e ai pub la sera in nome del giovanilismo e della necessità dei gestori dei locali di incassare il più possibile. È però ingiusto additare gli imprudenti come pericolosi untori. Si sentono liberi di essere imprudenti perché non sono toccati direttamente dal virus e perché la curva dei contagi continua a calare. Era già stato previsto da vari esperti che durante l’estate il virus si ritraesse per poi tornare a crescere nel prossimo autunno-inverno. Il punto è quindi prepararsi al suo ritorno continuando ad informare e, soprattutto, predisponendo quegli strumenti che sono stati assenti o carenti nella prima fase della pandemia. Mettiamo dunque da parte la movida. Se è un pericolo reale lo dovremmo vedere presto e, a quel punto, scatteranno le misure di contenimento che già conosciamo e che, di fronte ad un’impennata dei contagi, sarà molto facile far rispettare.

La movida era il tema più facile da affrontare. Più difficile quello delle tre “T”: testare, tracciare, trattare. Nella prima fase l’Italia si trovò a zero su tutti e tre i fronti. La corsa all’aumento dei posti di terapia intensiva fu la risposta più immediata e prevalente. Il Veneto, però, imboccò una strada diversa dalle altre regioni che si muoveva proprio in direzione delle tre “T”. In Emilia Romagna si puntò di più sulla medicina territoriale che fu, giustamente, utilizzata come primo fronte per individuare i contagi e selezionarli per gravità. Le tante polemiche sulla Lombardia – tuttora il cuore della pandemia pur se con pochi casi – sono motivate dal fatto che lì si verificò il fallimento proprio della medicina territoriale e la risposta al virus si concentrò solo negli ospedali alcuni dei quali, divennero, inoltre, incubatori di contagio. Scontrarsi oggi per stabilire se la sanità lombarda sia un’eccellenza o un disastro è un’idiozia. Si tratta di capire quali sono stati i punti deboli e lì intervenire perché non accada un’altra strage come quella di febbraio, marzo e aprile.

Bisognerebbe che l’attenzione dell’opinione pubblica fosse richiamata sulle tre “T” perché saranno quelle che potranno impedirci, se e quando ci sarà la seconda ondata, di avere un’altra emergenza come quella che abbiamo passato. E dovrebbero essere il cuore dell’impegno di governo e regioni. Questo e non altro si richiede a partiti ed istituzioni: di fare il loro dovere. Che non è di azzuffarsi alla Camera e non di è di assecondare una lettura fuorviante secondo la quale bisognerebbe arginare la movida con 60 mila “assistenti civici”.  Comunque, su questo versante ci sono anche notizie positive che provengono sia dal governo che da varie regioni sulle quali non si richiama abbastanza l’attenzione (per esempio i test di massa avviati nel Lazio).

Fra i temi del giorno difficili c’è l’economia. Quella della produzione e dei servizi e quella dei bilanci individuali di milioni di italiani. In tutta la fase 1 siamo stati confortati dagli annunci del governo che ripetevano lo stesso concetto: “nessuno sarà lasciato indietro, nessuno perderà nulla”. Ora che siamo nella fase 2 e abbiamo visto all’opera un paio di decreti legge possiamo dire che i fatti non hanno corrisposto agli annunci. Gli aiuti per sostenere attività produttive e commerciali che dovevano arrivare subito ancora non si sono visti. Anche perché non di aiuti si trattava bensì di prestiti. E pure questi vanno al rallentatore.

Il terzo decreto legge è appena nato e si presta a varie critiche. In particolare qualche vizietto italico di tante manovre di bilancio passate lo mostra e con molta evidenza. Intanto arriva tardi. Si è già detto che in generale gli interventi del governo sono stati segnati dal marchio “troppo poco, troppo tardi”. Il decreto cosiddetto Rilancio lo merita, ma con qualcosa in più: la conferma degli interventi a pioggia e, quindi indiscriminati e gli sprechi. Mettere tre miliardi per far decollare di nuovo Alitalia dopo venti anni di perdite appartiene a questa categoria. Tagliare l’Irap a tutte le imprese appartiene alla prima (una riforma fiscale è altra cosa e ci vorrebbe). Finanziare l’acquisto di biciclette e monopattini per tutti è una scelta irrazionale e, quindi, può ben dirsi uno spreco. Più di 120 milioni per fare un regalino a chiunque che non lascia traccia. Ben diverso sarebbe stato investire in piste ciclabili che avrebbero cambiato in meglio la mobilità nelle città.

E poi il soccorso alle persone che ancora stenta. La Cassa integrazione, i 600 euro per gli autonomi, gli assegni alimentari e il reddito di emergenza che non c’è. Sì l’Italia è terra di evasione e di sommerso, ma non è questo il momento per farci i conti. In una situazione di crisi profonda può essere che una parte degli aiuti vada a chi non ne ha diritto, ma ciò che conta è che gli aiuti ci siano. Anche su questo versante, invece, siamo indietro. Andavano fatte delle scelte di priorità semplici e trasparenti. Sono state fatte, invece, a pezzi mettendoci dentro di tutto e non hanno funzionato.

Infine un tema ancora più difficile: la vergogna che sta emergendo nella magistratura anzi, nell’intreccio fra questa la politica e il mondo dell’informazione. Un sottobosco nel quale conta solo il potere: quello delle cosiddette correnti della magistratura e quello di quest’ultima nel suo complesso. Che sia ormai diventata un super potere che si pone al di sopra di ogni controllo è piuttosto evidente. L’aura di santità e di purezza che aveva guadagnato nel passato piano piano sta mutando nel suo contrario. “Angeli e demoni” si potrebbe dire mutuando un famoso titolo di Dan Brown. E, come nel tetro romanzo costruito sulle lotte di potere nella Chiesa di Roma, una parte della magistratura appare intrisa di carrierismo e di spregiudicatezza. Le intercettazioni di Palamara contengono il peggio che si è potuto intuire osservando i fatti nel corso degli anni e anche qualcosa di più. L’equilibrio tra i poteri è garanzia di un buon funzionamento dello Stato, ma, inseguendo la corruzione, lo si è perso e non vi è nessuna certezza che una repubblica fondata sulle procure sia migliore di quella stabilita nella Costituzione.

Tutto sommato è meglio tornare a parlare di movida

Claudio Lombardi

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