Meno si investe in formazione meno si conterà in futuro (di Claudio Lombardi)

Il titolo di questo articolo è preso dal messaggio che riassume il senso del rapporto OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’educazione pubblicato nei giorni scorsi e basato sui dati 2007-2008.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha insistito in tutte le cerimonie per l’apertura dell’anno scolastico alle quali ha partecipato sul valore prioritario dell’istruzione, della formazione e della ricerca chiarendo che su questo occorre investire non tagliare la spesa.

Le diffuse proteste causate dall’attuazione della riforma Gelmini (taglio di cattedre, diminuzione degli orari, incremento degli alunni per classe, taglio di fondi) hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica non meno delle numerose situazioni nelle quali i cittadini hanno dovuto intervenire per finanziare le scuole non in grado di provvedere ad elementari spese di cancelleria e di gestione. È, ormai comune, la notizia di alunni che devono portare da casa persino la carta igienica, ma non è raro che i genitori debbano provvedere direttamente alla riparazione di porte e finestre e alla tinteggiatura delle aule. Dappertutto giungono notizie di problemi ai quali le singole scuole non possono far fronte per mancanza di soldi.

D’altra parte, come dimostra Cittadinanzattiva, nell’ultimo rapporto sulla sicurezza scolastica, la situazione degli edifici è preoccupante e costituisce una costante minaccia alla sicurezza di chi frequenta la scuola sia che si tratti di alunni e studenti sia che si tratti di insegnanti e personale amministrativo.

Ma cosa dice l’OCSE nel suo rapporto?

Il primo dato è la spesa pubblica destinata all’istruzione. Ebbene l’Italia, fra i paesi industrializzati, ha speso il 4,5% in rapporto al PIL (prodotto interno lordo), mentre la media è del 5,7%. Anche il dato della spesa pubblica nella scuola (inclusi prestiti agli studenti e sussidi alle famiglie) colloca il nostro Paese agli ultimi posti della graduatoria. Ciò si riflette, in particolare, sulla spesa per l’istruzione universitaria e la ricerca dove l’Italia spende 8.600 dollari l’anno in media contro i circa 13.000 della media OCSE. Altro dato significativo: gli studenti che completano gli studi universitari sono il 45% contro il 69% degli altri paesi e la quota di studenti stranieri è il 2% contro il 20% degli USA, l’11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l’8% della Francia. Ciò significa, evidentemente, che la scuola italiana attira e accoglie meno privandosi della possibilità di selezionare fra un numero maggiore di talenti.

Altre riflessioni sono suscitate dal numero di ore di lezione che sono tante, ma non producono risultati proporzionati. Infine la questione delle retribuzioni degli insegnanti che sono fra le più basse dei paesi indagati nel Rapporto, dalla scuola elementare a quella superiore.

A conferma del valore prioritario dell’istruzione sta la decisione della Commissione europea di mettere l’educazione al centro della strategia “UE 2020” per la crescita e l’occupazione nella convinzione che anche in periodi di recessione economica gli investimenti per l’istruzione sono indispensabili.

Se riflettiamo su questi dati e sullo stato delle scuole pubbliche italiane non possiamo che essere colpiti da quanto le azioni del Governo appaiano preoccupate solo per la diminuzione della spesa pubblica e non per il funzionamento e l’efficacia del sistema scolastico. I problemi sono seri, come sanno i genitori e tutti coloro che devono far funzionare gli istituti scolastici. L’autonomia di gestione sembra aver scaricato sui presidi e sui singoli istituti le responsabilità, ma non i mezzi per farvi fronte. Ancora non si è risolta la questione dei crediti che le scuole vantavano verso il ministero e che sono stati azzerati nel passato anno scolastico e che sembra proprio non saranno più restituiti. Così le scuole, private di gran parte dei fondi destinati al funzionamento, devono rivolgersi alle famiglie per tirare avanti.

Ora, non si vuole adombrare l’ipotesi che il Governo stia sabotando la scuola pubblica per indirizzare le famiglie verso quelle private, però si ha forte l’impressione che l’istruzione sia considerata un peso e non una priorità. Che senso ha mettere gli istituti scolastici in ginocchio per risparmiare soldi che potrebbero arrivare da una seria azione di contrasto dell’evasione fiscale o da una diminuzione delle spese per armamenti di cui l’Italia non ha bisogno facendo parte di un sistema integrato di difesa (NATO) e di una Unione europea che si avvia ad agire concordemente sul piano internazionale ?

Per non parlare degli innumerevoli sprechi generati da una politica che si è trasformata in casta e che non ha più freni nell’espandere il suo potere su una spesa pubblica fuori controllo. Gli scandali dovrebbero far riflettere su cosa è costato e sta costando agli italiani un sistema politico e una gestione delle istituzioni che ha messo al centro il dispotismo del comando di chi si ritiene un capo che risponde solo al popolo e che, quindi, si sente autorizzato a fare quel che gli pare. Il costo della corruzione è stato valutato in più di 50 miliardi di euro dalla Corte dei Conti. Da ogni parte giungono le conferme del degrado delle amministrazioni pubbliche e della facilità con la quale si utilizzano le risorse dello Stato senza criterio. La vera priorità di chi gestisce il potere sembra questa, altro che quella, invocata da Napolitano, dell’istruzione, della formazione e della ricerca.

Di fronte a questo quadro desolante è sperabile che ci sia una rivolta dei cittadini che vogliono vivere in un Paese che abbia un futuro. Ed è sperabile che si affermino e si diffondano nuovi modelli di gestione che vedano la partecipazione diretta di chi è interessato alla gestione dei beni pubblici e comuni.

Ben vengano le esperienze di intervento dei genitori nelle scuole, ma non in sostituzione del ruolo dello Stato bensì come parte di un nuovo modo di concepire il “pubblico” verso una concezione che lo renda “comune”. E in cambio lo Stato deve rendere ai cittadini quel che risparmia, aprirsi ai controlli e farsi giudicare da chi, a buon diritto, è il padrone di casa della Repubblica. Insomma meno deleghe e meno burocrazie in cambio di maggiori benefici per i cittadini, di servizi più efficienti e di poteri che dall’alto devono arrivare in basso.

Claudio Lombardi

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