Migrazioni: strategia non improvvisazione

Viviamo tempi nei quali domina l’immediatezza e ciò che conta è la reazione atto per atto in un eterno presente. Il caso delle migrazioni affrontato con l’approccio di Salvini rientra in questa tipologia. Arriva una nave carica di migranti? Stop! Chiusura dei porti. E poi, cosa si farà dopo? Oggi è l’Aquarius e domani? E all’Europa cosa chiede esattamente il governo Lega-M5S? Non si capisce. Ciò che conta è fare la voce grossa e finire in prima pagina. Sul domani c’è buio. Parlare di analisi e di strategia sembra quasi una bestemmia. Il neoministro dell’interno dichiara che l’alleato ideale è il nazionalista Orban campione della chiusura ad ogni redistribuzione dei migranti e nello stesso tempo proprio quella invoca attraverso una revisione dell’accordo di Dublino che impone all’Italia di accogliere e trattenere sul suo territorio tutti quelli sbarcati nei suoi porti. La logica dice che o l’uno o l’altro, ma Salvini sta sempre in campagna elettorale, parla non per costruire e attuare una linea politica, ma per riscuotere un consenso immediato, impulsivo che dia l’impressione del decisionismo nascondendo la confusione e la superficialità.

Eppure non è sempre stato così e qualche motivo ci sarà se gli sbarchi si sono ridotti drasticamente negli ultimi due anni.

Correva l’anno 2016 e il governo italiano guidato da Matteo Renzi presentò all’Unione Europea alcune proposte per un approccio comune alla crisi migratoria. Si trattava del Migration Compact. In quel periodo l’Unione Europea non si era posta la questione di un nuovo approccio al problema migrazioni che andasse oltre la gestione degli ingressi nel suo territorio, ogni Paese pensava per sè e le polemiche si concentravano sulla chiusura delle frontiere ad est. Era il tempo dell’accordo con la Turchia, ma a fronteggiare gli sbarchi nel Mediterraneo l’Italia fu aiutata ben poco. In quella situazione il governo italiano prese l’iniziativa.

Nella sua proposta partì dalla premessa che le migrazioni verso l’Europa dovessero essere considerate un fenomeno strutturale, che non poteva essere affrontato solo come emergenza. Occorreva agire sulle cause e, quindi, verso i Paesi africani di origine e transito dei migranti. Questi dovevano diventare i principali interlocutori delle politiche europee.

L’Italia proponeva quindi uno scambio fra Europa e Paesi africani. La UE doveva puntare a progetti di investimento; a cooperare in materia di sicurezza;ad organizzare una migrazione legale verso l’Europa; alla redistribuzione dei migranti tra i Paesi europei.

I Paesi africani coinvolti dovevano impegnarsi a controllare le loro frontiere per ridurre i flussi illegali (con assistenza e finanziamenti UE); a cooperare per i rimpatri degli immigrati irregolari, tramite l’insediamento di uffici di collegamento dell’UE direttamente nei Paesi africani; a gestire i flussi migratori collaborando alla distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici; a creare loro sistemi nazionali di asilo politico; alla lotta nei confronti dei trafficanti di esseri umani.

Per far fronte alle spese che queste azioni richiedevano l’Italia proponeva diverse soluzioni fra le quali l’emissione di specifici eurobond dedicati al finanziamento di una politica migratoria europea comune.

Gli sviluppi successivi a questa proposta hanno portato, in un clima di crescente chiusura da parte degli stati confinanti con l’Italia, ad una svolta nella politica del governo italiano incarnata dall’attivismo del ministro Minniti. Faticosamente, ma concretamente sono state poste le basi per una collaborazione con le tribù libiche e con alcuni stati africani e l’ONU ha iniziato a collaborare.

I risultati sono arrivati con la diminuzione degli sbarchi, ma si è appena ai primi passi di un percorso molto lungo. Ora il problema è capire che le politiche dei governi specialmente quando si rivolgono a questioni della portata delle migrazioni non possono essere misurate sui tempi dei talk show televisivi. Ci vuole tempo e devono essere costruite passo dopo passo. Le esibizioni di Salvini e la ristrettezza di analisi con la quale il governo Conte si è presentato alle Camere servono a poco. La fermezza è anche necessaria, ma se si sa in quale direzione si vuole andare. Se si tratta solo di dimostrare che anche l’Italia sa fare la faccia feroce lontano non si va

Claudio Lombardi

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