Modello Cina o sistema democratico?

Le recenti vicende del coronavirus portano a riflettere su come la Cina ha reagito e gestito questa emergenza e come ciò sia legato all’organizzazione dello stato e del partito.

Sono infatti da registrare situazioni che si prestano a giudizi di segno opposto: il colpevole ritardo nel denunciare la gravità della situazione sanitaria, la repressione nei confronti del medico che per primo lanciò l’allarme, ma anche la notevole capacità organizzativa, la rapida messa in campo di misure straordinarie e lo spirito di sopportazione della popolazione.

Sorge spontaneo il confronto con le nostre democrazie occidentali. Si tratta dei paesi che sono governati da anni da movimenti politici e leader i cui comportamenti ci hanno lasciato spesso perplessi tanto da arrivare a dubitare dell’infallibilità del metodo democratico, soprattutto quando si appiattisce sulle scelte “popolari”. Gli esempi sono ormai noti: la Brexit, l’avanzata dei nazionalismi nei paesi dell’est Europa, la politica “America first” di Trump, la difficoltà a formare stabili alleanze di governo (in Italia, ma non solo), l’emergere di leader al di fuori o poco inquadrati nei partiti tradizionali, i movimenti nati sull’antipolitica, etc.

In attesa di avere buone notizie dal fronte della lotta al coronavirus, vale la pena leggere e discutere quanto Daniel A. Bell, un canadese, studioso della realtà cinese dove lavora e insegna, racconta nel suo libro “Il modello Cina, Meritocrazia politica e limiti della democrazia”.

La tesi sostenuta sembra ardita e sfidante per i progressisti e democratici occidentali: la democrazia ha dei limiti strutturali e non può essere la soluzione per tutti i paesi, tantomeno per la Cina dove le radici culturali basate sul Confucianesimo hanno consentito di mettere in opera un modello di governo che vede la meritocrazia davanti alla democrazia.

Il modo con cui Bell esplora questa tesi invita però a non interrompere la lettura e fornisce utili spunti anche per chi non intende rinunciare ai valori della democrazia, soprattutto per la sua interpretazione che si trova nella Costituzione Italiana

Va subito premesso che si parla di “modello Cina” intendendo qualcosa che va oltre la realtà politica attuale, che viene analizzata anche per rilevare le principali criticità e tentare una loro soluzione.

Ma perché non siamo soddisfatti attualmente dei risultati dei sistemi democratici? Tra i motivi di insoddisfazione più ricorrenti:

  • Visione a breve, incapacità ad affrontare i problemi di lungo periodo
  • Ruolo preponderante dei gruppi di pressione
  • Mancanza di competenze dei politici
  • Personalizzazione della politica

Infine sono al potere le persone giuste? Forse no, ma sono le persone elette democraticamente.

Vi sono dei limiti nella democrazia? Bell individua le seguenti anomalie:

  • La tirannide della maggioranza: la maggioranza che origina da una elezione può portare avanti politiche per opprimere alcune minoranze; 
  • La tirannide della minoranza: in una società capitalistica il potere del denaro può facilmente portare al potere i rappresentanti dei ceti più abbienti;
  • La tirannide degli elettori: al di fuori degli aventi diritto al voto vi sono fasce di popolazione che sono influenzate dalle scelte dei governi, ma che non hanno voce in capitolo, ad es. le future generazioni o gli stranieri;
  • La tirannide di individualisti competitivi: alcuni leader possono riuscire ad acquisire un potere che eccede il mandato democratico e che utilizzano solo per scopi personali.

A tutto ciò si aggiunge che possono essere eletti, talvolta, individui che non hanno le capacità o l’esperienza per poter attuare le loro idee.

Molte basi di queste considerazioni non sono originali, anzi alcune volte risalgono all’antica Grecia o comunque al periodo in cui le prime democrazie moderne sono state attuate; infatti spesso nelle costituzioni degli stati moderni sono presenti dei meccanismi, basati tra l’altro sulla separazione dei poteri, volti a gestire queste situazioni anomale. Comunque sia la democrazia come semplice principio di rappresentanza non è sempre il migliore dei mondi possibili.

Allora perché non puntare su una classe politica selezionata sulla base del merito? Chi è più bravo comanda.

L’idea di ricorrere ad esami per individuare il talento politico ha radici profonde nella cultura cinese: a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) il pensiero confuciano fu adottato come etica di Stato, dando vita a quel complesso sistema burocratico-amministrativo che consentiva l’accesso alle cariche pubbliche solo a coloro i quali avessero superato gli esami di Stato (treccani/confucianesimo)

Se si dovesse in astratto optare per un governo completamente basato sulla meritocrazia si andrebbe subito al problema di come individuare “i più meritevoli”:

  • Sulla base della competenza (economia, scienze politiche, etc.) e per qualità manageriali (leadership, softskill, comunicazione, etc.)
  • pesando le doti morali (onestà, equità, etc.)
  • valutando i risultati rispetto agli obiettivi da considerare. Ad es.:
    • Miglioramento delle condizioni generali della popolazione (ad es. riduzione della povertà),
    • Incremento del PIL,
    • Sostenibilità dello sviluppo (utilizzo risorse naturali, livelli di inquinamento, impatto sul clima, contenimento demografico)

Comunque nemmeno Bell riesce a sostenere che il modello meritocratico sia esente da difetti nella sua attuazione. Tra i principali la corruzione, il riconoscimento da parte della popolazione della scelta dei leader  (visto che la possibilità di cambiarli sarebbe ridotta rispetto al sistema democratico), la creazione di élite politiche che si perpetuano e la conseguente immobilità.

Poiché la convivenza dei due modelli a livello “orizzontale” è di difficile soluzione (si limita la platea degli elettori? si verificano a priori i candidati? si annulla un eletto perché non ha esperienza o titoli sufficienti?) la proposta è di combinare in maniera “verticale” i due sistemi in modo da avere a livello locale un sistema elettivo (anche se l’autore non si spinge mai a mettere in dubbio il ruolo del partito) e progressivamente che si sale nei livelli di responsabilità adottare criteri meritocratici in modo da assicurare ai vertici dello stato la presenza di leader che hanno mostrato nel tempo adeguate capacità e competenze.

Questa originale ricerca politica e sociologica conduce ad una proposta che è difficile da condividere. Innanzitutto per le radici culturali legate al confucianesimo, e quindi distanti dall’illuminismo e dagli ideali delle laiche democrazie occidentali. Sono inoltri forti le perplessità sull’attuale gestione del dissenso in Cina e sul potere del capitalismo che non possono essere superate da considerazioni teoriche.

Tuttavia alcuni spunti non possono essere ignorati se si vuole migliorare l’attuazione della democrazia:

  • il ruolo della visione del mondo (religiosa, laica o comunque insieme di valori) sull’articolazione dello stato e nell’evoluzione della società;
  • la distinzione tra democrazia come diritto ad esprimere il potere popolare e l’organizzazione dei poteri dello stato che è fondamentale per limitare alcune delle contraddizioni insite nel pesare ogni individuo allo stesso modo;
  • la necessità di coltivare e valorizzare le migliori capacità personali per raggiungere gli obiettivi comuni.

Claudio Gasbarrini

Un commento

  • Interessante assai, finalmente ragionamenti non west-ideologici o west-pregiudiziali.

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