Monti e la sanità. Storia di un’anca (di Roberta Carlini)

Il sistema sanitario nazionale “potrebbe non essere garantito se non si trovano nuove modalità di finanziamento”, dice Monti. Notizia per Monti e altri al governo. Per esempio per un pensionato che, improvvisamente, si trova a non poter più camminare e ha bisogno di una protesi dell’anca. O meglio, rettifico: scopre di aver bisogno di una protesi dell’anca dopo aver fatto una radiografia a pagamento perché nella sua regione, il Molise, perché per  le lastre Asl c’è da aspettare mesi. Sempre nella sua regione (una di quelle con sanità disastrata e commissariata dall’autore del disastro), scopre di dover aspettare sei mesi anche per l’operazione, nella sanità pubblica.

Corre allora (si fa per dire) nel Lazio, che pur essendo un’altra regione a sanità disastrata e commissariata, ha una grande abbondanza di ospedali e, soprattutto, di cliniche convenzionate, data la presenza in sede di una delle multinazionali del settore (Vaticano) e dei maggiori campioni nazionali (Angelucci, Ciarrapico etc). Trova un bravo chirurgo, pensionato dall’ospedale pubblico, che opera in una di queste cliniche, e si rimette a posto l’anca e gamba connessa. Ma dopo l’operazione c’è bisogno di una terapia di riabilitazione, per poter camminare. Viene spedito in un’altra clinica, con prescrizione di 30 giorni di ricovero per la riabilitazione. Arriva un po’ acciaccato e quindi nei primi giorni non ci pensa, ma poi si rende conto che, delle 24 ore di ricovero pieno, solo 45 minuti li passa in fisioterapia. Tutto il resto è noia: chiacchiere con anziani, cibo precotto in piatti di plastica, messa e rosario dagli altoparlanti (la clinica è cattolica, e tutti i pazienti, anche di altre religioni o atei, si sorbiscono il Verbo a meno di non rifugiarsi nel cortile). Ma è tutto gratis, tranne l’acqua minerale che va comprata alle macchinette.

Dopo una decina di giorni, prende cappello e se ne va, firmando per le dimissioni volontarie, mentre la sua famiglia cerca il modo di fargli fare la terapia di riabilitazione a casa. Ma si scopre che sia nel Lazio che nel Molise questa possibilità non è di fatto contemplata dalla sanità pubblica: si può chiedere, certo, ma il terapista arriverà (se arriverà) dopo mesi e mesi. Allora decide di pagarselo di tasca sua, facendo un po’ di sedute in casa e un po’ presso un centro specializzato. Si rimette in piedi, le gambe funzionano, ma i conti non tornano. Perché lo Stato, il Servizio Sanitario Nazionale (maiuscole d’obbligo, qui), può pagargli la pensione completa in clinica per un mese (6-700 euro al giorno) ma non finanzia l’alternativa più economica (35 euro a seduta per 20-30 sedute).

Non è una storia immaginaria o una metafora. Il paziente in questione è mio padre, e, a partire dalla sua anca, mi sono messa a fare qualche domanda. Ne ho parlato con il chirurgo che l’ha operato. Lui ha risposto che non è l’unica stranezza, nel nostro SSN. Il protocollo della regione Lazio, come di tante altre regioni, prevede la riabilitazione in clinica per trenta giorni, per operazioni come la sua. Ne ho parlato con amici e colleghi, esperti di conti pubblici o di arti malandati. E tutti mi hanno confermato l’assurdo: costerebbe meno fare le riabilitazioni in day hospital, oppure a casa; costerebbe di meno persino andare a prendere i pazienti a casa, fare le sedute e poi riaccompagnarli; ma non si fa. Certo, in molti casi il ricovero serve: anziani che hanno altre malattie, oppure non sono autosufficienti, o non hanno nessuno che li aiuti a lavarsi o vestirsi e nei primi tempi dopo l’intervento può servire un sostegno (ma va detto che neanche in clinica venivano aiutati a lavarsi e vestirsi).

Ma perché non lasciare libertà di scelta, al medico e ai malati? Perché imporre, di fatto, il costosissimo ricovero? Quando e con chi sono state scritte le direttive regionali sulle prestazioni in convenzione (andiamole a vedere, visto che si vota sia nel Lazio che nel Molise)? Attenzione, non si tratta di un dettaglio o di una spesuccia, ma di operazioni diffusissime tra gli anziani: di articolazioni nuove, ne avremo sempre più bisogno in futuro. Si chiama invecchiamento demografico, tutti dicono che dobbiamo prepararci a questo. Adesso Monti dice che dobbiamo ripensare le modalità di finanziamento del sistema sanitario pubblico. Beh, se già smettessimo di finanziare il business sanitario privato, sarebbe un gran passo avanti. Dunque: bravo Monti, se intendeva questo. Ma intendeva questo? Strano però, dell’argomento non c’è traccia nella spending review. Urge inchiesta.

Roberta Carlini da www.robertacarlini.it

Un commento

  • Leggi Bersani e quando sarai premier fai qualcosa … non di sinistra, di normale.

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