Noi e loro: il senso di appartenenza a strati

In questo periodo in cui siamo forzati a stare a casa può capitare di aprire dei libri che erano stati acquistati tempo addietro magari solo perché attratti dal titolo. E se si è fortunati si scopre di aver fatto un buon acquisto e addirittura la lettura può portare ad analizzare questa tremenda attualità sotto un punto di vista complementare rispetto a quello che in genere si trova sulla stampa o in rete.

Per la forza e la dimensione geografica con cui ha impattato sul mondo intero il coronavirus ci fa riflettere su come e perché gli uomini, gli stati e le strutture sovranazionali siano legati tra loro. Ma anche come spesso si parli di Noi (Italia, partiti o movimenti, cerchia di amici e conoscenti) verso Loro (Europa, resto del mondo, altri partiti o movimenti di opinione) e come le divergenze di opinione emergano nette e generino quelle incomprensioni che vengono viste come il classico dialogo tra sordi.

Ecco che un libro come “Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione” di Jonathan Haidt può fornire uno spunto per analizzare come la pandemia ha attraversato paesi e continenti sollecitando i rapporti esistenti. Si tratta di esaminare non solo il punto di vista economico (o perlomeno non direttamente) ma come diversi insiemi di persone, gruppi di individui, popoli collocati geograficamente nelle varie realtà nazionali si rapportano tra loro risalendo alle radici più profonde che caratterizzano l’uomo come essere sociale.

Secondo Haidt la morale umana è articolata in più direzioni, un po’ come i recettori del gusto, che sono più o meno sviluppate nei vari individui, sulla base di predisposizioni genetiche ma plasmate dall’educazione e quindi dalle culture. In ogni caso il senso (o meglio i sensi) della morale portando ad una forte innata tendenza per operare come insiemi di individui.

Partiamo dal rapporto umanitario che trae origine dall’istinto di protezione verso l’altro affinché sia ridotta o annullata l’altrui sofferenza.

Se vogliamo restringere il campo a casa nostra, è facile vedere come da tutti i paesi, da tutto il mondo siano arrivate iniziative a supporto dell’Italia, sotto forma di forniture mediche, di invio di personale sanitario, di assistenza medica diretta, di sostegno morale da parte di artisti, di contributi economici da parte di cittadini comuni, di benestanti o da aziende di qualsiasi dimensione.

Un altro importante aspetto riguarda la cooperazione tra individui che porta alla organizzazione delle attività. Alla radice di questo comportamento si possono trovare almeno due situazioni: ci sono cose che sono troppo difficili per poter essere affrontate da soli e ci sono situazioni in cui una corretta e leale collaborazione porta benefici per tutti i componenti del gruppo del quale si fa parte. Attenzione, poiché questo può portare a dei sacrifici a favore dell’altro, è fondamentale poter contare sulla riconoscenza altrui, immediata o futura o solo attesa, pena la perdita del rapporto di fiducia.

Un esempio del primo caso è proprio la ricerca scientifica che si è attivata globalmente sin dall’inizio dell’epidemia per individuare il genoma del virus, raccogliere esperienze cliniche, attivarsi per la sviluppo di test diagnostici, terapie e vaccini. Gli strumenti in questo caso sono la condivisione di risultati, la pianificazione congiunta di sperimentazioni, etc. È questo l’ambito dove si collocano gli enti di ricerca di tutto il mondo e istituzioni come l’OMS. A parte qualche episodio come la discutibile iniziativa USA per acquisire un’azienda tedesca per lo sviluppo di un vaccino per il Covid e l’insufficiente livello di armonizzazione degli interventi diagnostici e di prevenzione, la cooperazione sta funzionando e ci si aspetta molto dai suoi risultati.

Quando invece la cooperazione ha come obbiettivo il miglioramento della quantità o efficienza produttiva siamo già nell’ambito dell’obiettivo economico e in quest’area troviamo la ragion d’essere della globalizzazione ovvero l’espansione della produzione e del mercato.

Quest’ambito ha subito alcuni seri contraccolpi. Il più pesante è stato l’interruzione delle linee di produzione a partire dagli inizi dell’epidemia in Cina sino alle chiusure che hanno interessato buona parte dell’Occidente con forte impatto sulle catene di produzione che coinvolgono più fabbriche sparse per il mondo. Ma forse il segnale emotivamente più forte è arrivato dalle mutue restrizioni sul commercio di materiale sanitario che si sono avute anche nell’ambito della EU.

La predisposizione degli uomini ad aggregarsi passa anche attraverso sensazioni non legate all’agire economico ma piuttosto al senso del sacro. La sollecitazione a cercare un senso comune e trarre forza da questa epocale vicenda passa sicuramente attraverso il messaggio del Papa, senza precedenti per drammaticità e per il suo indirizzo universale che va oltre la Chiesa cattolica, ma non solo. Anche chi correttamente pone l’attenzione su come l’emergenza del coronavirus abbia radici nel progressivo sfruttamento delle risorse della terra e del conseguente stretto rapporto tra urbanizzazione, consumo delle risorse e distruzione degli ecosistemi lancia di fatto un messaggio di trascendenza rispetto alla specie umana.

Le comunità si sono incontrate insieme anche sulla base di aspetti identitari. Come chiamare altrimenti il rito del trovarsi ad orari stabiliti su finestre, balconi, inneggiando ai propri eroi (i medici) ed esponendo il tricolore, che ha caratterizzato l’inizio delle restrizioni sociali in Italia?

Ma questo senso di identità sino a dove si allarga? Ad esempio esistono simboli analoghi per l’Europa? O per il consesso delle nazioni? Forse il simbolo olimpico che però è stato appannato dal virus.

E ora, provando ad applicare questo schema (umanità, cooperazione scientifica, cooperazione economica, trascendenza, identità) all’Italia e all’Europa, e si vede che proprio sulla cooperazione economica si concentra il principale contrasto verso il fronte dei paesi del Nord.

Ma se questo è il punto di cosa si discute in realtà? L’Italia ed altri paesi come Spagna e Francia hanno bisogno di finanziare il loro rilancio economico. Non sono solo certo le spese sanitarie anche se ingenti o le spese per alcuni mesi di sussistenza sociale ad affossare ulteriormente il disastrato bilancio italiano, ma soprattutto il ripensamento, forse la riprogettazione e la ripartenza del suo tessuto economico che richiedono le ingenti cifre di cui si parla.

E quindi su che base si deve chiedere agli altri paesi dell’Europa di fare gruppo? Non solo invocando una risposta umanitaria che di fatto nessuno ci nega, né appellandosi al senso di identità che è purtroppo ancora ben poco diffusa tranne che nella gioventù delle classi di Erasmus. Piuttosto bisogna aver chiaro come le richieste italiane di solidarietà sono un esborso economico per quei paesi che pagano poco il loro finanziamento del debito, ma anche come la cooperazione economica abbia portato benefici economici a quegli stessi paesi negli anni passati e il ruolo dell’Italia come produttore/consumatore possa ampiamente ripagarli di questo. È con questa ottica che vanno valutati i diversi strumenti in discussione senza pregiudizi.

Va sottolineato che questo tipo di cooperazione si basa su reciproca fiducia rafforzata da comportamenti coerenti nel tempo. Non aiutano quindi dichiarazioni volte a vedere sempre come avversari coloro ai quali si chiede di essere solidali o peggio comportamenti poco rispettosi degli impegni presi. Naturalmente queste considerazioni valgono anche nel senso opposto (vedi i paesi con un fisco più che “amico”). Ed attenzione anche alle posizioni di principio: purtroppo non siamo ancora nella situazione in cui sono prevalenti gli aspetti identitari, poiché non bastano una bandiera ed un inno. Piuttosto gli elementi più che simbolici che ci legano sono l’euro e Schengen e sono proprio quelli più minacciati da questa crisi.

Certo non si deve ridurre tutto ad un tornaconto economico, ma in ogni confronto è sempre bene avere chiare le posizioni dei nostri interlocutori, soprattutto per gli aspetti che hanno radici più profonde e non immediatamente riconducibili ad una matrice utilitaristica. Non si tratta di rinunciare alla visione di una Europa unita, solidale, democratica ma di continuare a sognarla considerando tutte le variabili in gioco.

Claudio Gasbarrini

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