Non solo casta: una proposta di legge sui guadagni dei parlamentari (di Claudio Lombardi)

Art. 1. All’articolo l della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

«Ai membri del Parlamento è fatto divieto di percepire un reddito ulteriore rispetto all’indennità di cui al primo comma, derivante da lavoro autonomo o dipendente, superiore al 15 per cento del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate.

Gli uffici di Presidenza delle due Camere determinano le modalità e i controlli necessari per rendere effettivo il divieto di cumulo, definiscono il regime sanzionatorio in caso di inosservanza del divieto e provvedono all’applicazione delle sanzioni».

Che cos’è? Dove sta scritta questa norma che affronta uno degli aspetti più odiosi del modo di svolgere il mandato da parte dei nostri parlamentari? No, non è ancora legge e chissà mai se lo sarà. Si tratta di una semplice proposta di legge (esattamente la n. 2719 presentata al senato il 4 maggio 2011). Non diciamo chi l’ha presentata per non fare nomi di partiti il che potrebbe essere interpretato come un sostegno implicito. Chi vuole può andare sul sito del senato (www.senato.it) e leggere i nomi e il partito cui aderiscono i proponenti.

Perché si tratta di una norma importante? Semplice: sono diventati troppi i casi di parlamentari che interpretano e vivono l’elezione al Parlamento come una carica onorifica che dà loro la possibilità di continuare a svolgere altre attività godendo del prestigio, della notorietà, dell’influenza e del “valore aggiunto” che assicura poter premettere al nome la qualifica di Deputato o Senatore. La qualifica perché, dovendo svolgere altre e, spesso, ben più remunerative attività, avanza ben poco tempo per lavorare come rappresentante del popolo.

Questo, infatti, dicono le numerose ricerche sull’assenteismo degli onorevoli e dei senatori aiutati in ciò da un Governo che governa per decreti-legge e voti di fiducia lasciando pochissimo spazio all’attività parlamentare vera e propria.

Senza arrivare all’assurdità di un noto parlamentare, Antonio Gaglione cardiochirurgo, che è presente su Wikipedia come recordman delle assenze e dell’inattività in Parlamento (92% di assenze e nessuna attività in aula e commissione), sono molti i casi conosciuti di assenteismo.

Se ci si aggiunge il lavoro extra diventa inevitabile ciò che si ricorda nella relazione che accompagna il disegno di legge:

“…. lo svolgimento di attività extraparlamentari influisce negativamente, in primo luogo, sul tasso di partecipazione alle attività del Parlamento («conflitto di tempo»). Da una ricerca scientifica di un gruppo di economisti, Antonio Merlo (Università della Pennsylvania), Vincenzo Galasso (IGIER – Università Bocconi), Massimiliano Landi (Singapore Management University), Andrea Mattozzi (California Institute of Technology), intitolata «The labor Market of ltalian Politicians», presentato alla X Conferenza europea della Fondazione Rodolfo De Benedetti su «La selezione della classe dirigente», emerge che il tasso di partecipazione in Parlamento si riduce, in media, dell’1 per cento ogni 10.000 euro di reddito extra percepito. È facile intuire, quindi, che – in linea generale – i parlamentari che esercitano professioni con più elevati redditi presentano anche un maggiore grado di assenteismo nelle Aule parlamentari.”

Non servono, quindi, tante parole per sottolineare la necessità di un intervento legislativo che induca gli eletti a dedicare la maggior parte del loro tempo all’attività cui sono stati designati e per la quale ricevono un cospicuo compenso e diversi privilegi (o facilitazioni o sostegni che dir si voglia).

Certo, si tratta di uno solo degli aspetti da affrontare per mettere mano ad una riforma della politica di cui c’è tanto bisogno. Ci sarebbe anche da pensare ad altri aspetti del trattamento dei parlamentari, al loro numero, al finanziamento dei partiti, ecc ecc fino ad arrivare alla legge elettorale e agli spazi di partecipazione per i cittadini che non sono solo i cortei e le manifestazioni, ma la possibilità, attraverso meccanismi procedurali specifici, di far sentire al loro voce nei processi decisionali e di controllo.

Intanto bisogna rilevare che la proposta di legge è venuta da senatori che, dunque, dovrebbero essere interessati ad un cambiamento sostanziale del loro status non limitato alla norma proposta. Ciò è positivo e dimostra che i cittadini non si trovano di fronte una casta compatta schierata a difesa di abusi e privilegi.

Nel merito della proposta si può solo dire che, forse, si poteva escludere del tutto lo svolgimento di attività professionali extraparlamentari con pochissime eccezioni (scrivere libri, insegnare all’università, tenere conferenze ecc). Tuttavia il limite del 15% fissato dalla norma dovrebbe scoraggiare i profittatori più incalliti.

Ciò che manca, e questo sorprende, è la visibilità di questa proposta. Non se ne parla, l’opinione pubblica non è informata e, quindi, non può nemmeno far sentire il suo peso per spingere all’approvazione che sarebbe, comunque, un primo passo di quelli che segnano il percorso. Speriamo che si rimedi presto.

Claudio Lombardi

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