Non voglio tornare indietro, voglio andare avanti (di Sara Lenzi)

sara lenziNon è facile capire da che punto iniziare per raccontare una storia. Anche se si tratta della mia, io ancora non l’ho capita bene.

Mi chiamo Sara Lenzi, ho 26 anni e sono di Napoli. Di storie, soprattutto da quando non vivo più nella mia città, ne ho lette e ne continuo a leggere. Hanno tutte lo stesso sapore, la pretesa presuntuosa di descrivere una generazione, forse proprio la mia a quanto pare, di giovani che per la crisi sono costretti ad emigrare e che in cuor loro vorrebbero che il miracolo accadesse, che mamma Italia ritrovasse la sua prosperità e che li riaccogliesse, ormai non più giovani e con un background super intenso di esperienze alle spalle. In tutte queste storie io non mi ritrovo.

Forse perchè non mi sono mai posta il problema di andare o restare, perchè poi la domanda vera è: “andarsene da dove?”

Molti di quelli che leggono avranno fatto  l’Erasmus, gli scambi culturali a 14 anni, i festival d’estate, i viaggi zaino in spalla. Questo non ci rende né migliori né peggiori di chi sceglie di vivere tutta la sua vita nel paese in cui è nato. Cambiare stato, andare a vivere all’estero è naturale come scegliere di non farlo. Io dico, non è questo il punto. E non lo è nemmeno interrogarsi sulle ragioni per le quali ci sono paesi dove esistono più opportunità lavorative e paesi dove invece fa più caldo ed è più bello vivere. Credo che sia più interessante chiedersi chi vogliamo essere, cosa ci rende migliori, piuttosto che sempre e solo dove tutto ciò debba avvenire. E io sono talmente occupata a pormi queste domande che ho perso di vista la strada.

giovani europeiAbito a Bruxelles ormai da qualche tempo. Se mi chiedono da quanto non so mai rispondere, non ho mai contato i mesi, forse mi fa paura, forse non so da quando devo cominciare a contare. Per una banale coincidenza attualmente abito a pochi metri dalla sede in cui tempo fa ho svolto uno stage, motivo iniziale del mio spostamento qui. La trafila è sempre la stessa, laurea con 110 e lode, master, stage, esperienze lavorative, Erasmus, Leonardo e chi più ne ha più ne metta. Non trovo interessante approfondire. Quello che invece, forse, è interessante, è che ogni mattina mi trovo ad oltrepassare quel palazzo, a farmi mezz’ora di metro per arrivare nel posto in cui lavoro attualmente. Quando lo faccio  fuori è ancora buio, tra un po’ comincerà a nevicare. Le metro sono affollate come non potevo immaginare. Una volta arrivata al lavoro mi spoglio  ed inizio il mio travestimento: cappello, guanti, grembiule, scarpe ridicole. L’immagine del travestimento è quella giusta. Così mi sento, come una che si trasforma, si traveste da qualcosa che non ha ancora imparato ad essere.

rimboccarsi le manicheEccomi, sono pronta, mi presento: sono la cuoca di un famoso ristorante/negozio italiano a Bruxelles, sito nel cuore delle istituzioni europee. Meta ambita di tanti  miei coetanei che arrivano e lottano per un posto al sole nella tanto agognata “european bubble”.  Io mi ritrovo a far loro da mangiare. La fame è tanta e non solo di successo, fame e lacrime che una mozzarella di bufala dop saprà addolcire. Eccomi, mi presento, sono  l’incarnazione perfetta  dello stereotipo dell’italiano all’estero, pizza (che non mi riesce ancora bene) e mandolino (chitarra strimpellata a casa).

Il lavoro fisico, una vera novità per me, mi ha completamente cambiato. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco, scopro di avere dei muscoli di cui non immaginavo l’esistenza. Le mie mani sanno di cucina sempre. Così i miei capelli. Mi lavo continuamente, come mai nella vita. Mi sembra di non smettere mai di mangiare.

Il giro lunghissimo, inconcludente, ricco, affascinante che ho percorso, mi ha portato qua. Mi ha portato ad un lavoro diversissimo dai miei studi, con il quale mi mantengo nella città dove  tanti  delusi d’Europa  si ritrovano e dove, se non ti fai sopraffare dalla tua delusione, riesci a creare energia, Energia che si sente, si percepisce, per le strade, in discoteca, nei bar. Libertà che gli eurocrati e i loro schiavi neanche sanno che esiste. Libertà di sfuggire alle aspettative, al tenore di vita sperato, agli schemi disegnati di un sistema che non si regge più in piedi.

Non voglio tornare indietro, voglio solo andare avanti, fare altri lavori, conoscere altra gente, vivere in altri posti. Io sono europea, non ha importanza da dove vengo.

Come me tanti che si sporcano le mani, che non accettano più stage non pagati. Siamo un  esercito di gente che ha radici culturali fortissime ma che sa sradicarsi e reinventarsi.

Guardateci, chiedeteci per che cosa ci emozioniamo, dove abbiamo rinchiuso i nostri sogni, perché non piangiamo più. Non ci chiedete da dove veniamo e che lavoro facciamo, non ha più senso. Oggi non più.

Un saluto che si rimbocca le maniche,

Sara

Tratto da http://ornitorinko.com

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