Chi paga i conti pubblici? Il fisco e noi

fisco

Si avvicina la legge di bilancio, il Pil non cresce e i soldi mancano. Si conferma che la questione fiscale è la questione vitale. Non è una rima baciata, bensì il primo pezzo del patto che tiene insieme una comunità: da chi si prende o, anche, chi paga i conti pubblici. Poi c’è anche il secondo pezzo: per cosa e come si spende. Ma restiamo al primo e parliamo di fisco. Scriveva Vincenzo Visco in un articolo sul Sole 24 Ore di qualche mese fa: “oggi l’Irpef è formalmente un’imposta con cinque scaglioni ed aliquote, ma in realtà, se si tiene conto dell’effetto delle detrazioni decrescenti, le aliquote effettive risultano sostanzialmente tre: 27,5% fino a 15.000 euro; 31,5% fino a 28.000 euro; 42-43% oltre 28.000 euro. Fino al 2013 le aliquote effettive erano solo due: 30% fino a 28.000 euro e 41% oltre”.

irpefPensando all’entità dei redditi degli italiani è piuttosto evidente che le aliquote più che progressive sono proporzionali ovvero crescono un po’ all’aumentare dell’imponibile, ma si fermano quasi subito su una fascia media. In altre parole somigliano molto ad un’imposta piatta.

Osserva Visco che “non è sempre stato così. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, infatti, l’Irpef come tutte le imposte sul reddito dei principali paesi era caratterizzata da un elevato numero di piccoli scaglioni (32) e altrettante aliquote che andavano da un minimo del 10% ad un massimo del 72% (in altri paesi l’aliquota massima poteva superare l’80 o il 90%), con una escursione di ben 62 punti rispetto ai 20 dell’imposta attuale”.

Dunque dopo gli anni ’80 più che semplificate le aliquote vengono ridotte fortemente sui redditi più alti alzando nel contempo l’aliquota base. Praticamente una rivoluzione che modifica in maniera sostanziale la prima parte del patto sociale – chi paga – per favorire molto i contribuenti ad alto reddito.

ceti-mediChi ci rimette? Le classi medie, quelle sulle quali si svolge la progressività residua delle aliquote. Non sarà mica che la pressione fiscale grava soprattutto su di loro?

Osserva Visco che “i due modelli rispondono sostanzialmente a due diverse visioni socio-politiche: l’imposta tradizionale postula un interesse particolare e quindi un’alleanza per i ceti inferiori e i ceti medi secondo il tradizionale modello socialdemocratico, mentre l’imposta piatta sottintende un’alleanza tra ricchi e poveri, e non a caso è stata ed è la soluzione preferita dalle destre in tutto il mondo”.

In Italia però non ci si può limitare a queste considerazioni perché c’è un problema in più: che non tutti pagano le imposte o le pagano solo in parte.

Scrive Alberto Brambilla sul Corriere della Sera che “dalle dichiarazioni dei redditi 2015 ai fini Irpef degli italiani emergono dati preoccupanti per la sostenibilità della spesa pubblica e del nostro welfare. Su 60,79 milioni di abitanti quelli che presentano una dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni, ma solo 30,72 milioni spesa-pubblicadichiarano almeno un euro di reddito. Il 46% dichiara solo il 5,1% di tutta l’Irpef pagando in media 305 euro l’anno; solo per garantire la sanità a questi 28 milioni di connazionali gli altri cittadini devono sborsare ben 43,3 miliardi. Il successivo 15%, altri 9 milioni, paga il 9% dell’intero ammontare Irpef, per una imposta media di 1.665 euro l’anno; per questi servono altri 1,7 miliardi per la sola sanità”. Cioè se sommiamo quelli che non dichiarano e quelli che dichiarano poco abbiamo qualche decina di milioni di persone che sono a quasi totale carico dei contribuenti che pagano tutto il dovuto.

E chi sono questi benefattori? Sul totale di Irpef versata, 167 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano ben 99 cioè il 60% . Sarebbero la metà dei contribuenti, ma pagano più della metà. Anche quelli che guadagnano tanto non sfuggono e i 19mila soggetti con redditi oltre i 300 mila euro pagano, essendo lo 0,09% dei contribuenti, più tasse del 36,5% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 € (il 5,26% contro il 3,41%)”. Lo stesso accade per quelli che stanno oltre i 100 mila euro (sono l’1,17% e versano il 17,5% dell’Irpef). E infine “tra i 20 e i 55 mila euro troviamo il 43,2% dei lavoratori dipendenti che versano il 55% di Irpef.

lavoratori-autonomiL’analisi di Brambilla prosegue con i lavoratori autonomi. “Se ne stimano circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di cittadini autonomi (pari al 77%), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’Irpef media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. Solo il 6,45% degli autonomi (351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% è a carico di altri lavoratori. Il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale”.

E veniamo al capitolo pensionati. Tutti insieme pagano 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia). Però “il 46,1% paga un’Irpef media di circa 350 euro” e poi c’è la no tax area e sulle prestazioni assistenziali (invalidità, accompagnamento, pensione e assegno sociale e pensioni di guerra) e sulle prestazioni con integrazione al minimo e maggiorazione sociale non si paga l’Irpef salvo che il pensionato possegga altre rendite. Inoltre bisogna “tener presente che gran parte dei pensionati assistiti non ha pagato i contributi sociali nei 65 anni di vita attiva e neppure l’Irpef; tra questi una buona parte sono ex lavoratori autonomi”.

conti-pubbliciE quindi? “Se i contributi pensionistici pareggiano le uscite per pensioni occorre che i circa 205 miliardi (112 miliardi per la sanità e 93 miliardi per l’assistenza), siano coperti dall’Irpef e dall’Irap che però assommano a soli 190 miliardi”.

Et voilà il pasticcio è fatto. Se mettiamo insieme le due analisi è chiaro che il “chi paga” del patto sociale grava in Italia sulle classi medie e, in particolare, sui lavoratori dipendenti. Se non si affronta questo problema anche la seconda parte del patto “come si spende” ne risulta fortemente condizionata e il debito pubblico sarà destinato per sempre a coprire queste anomalie e non allo sviluppo del Paese

Claudio Lombardi

2 commenti

  • A proposito di progressività per le aliquote Irpef!
    Meglio rendere la parola a chi questo principio lo ha illustrato all’Assemblea Costituente del 23 maggio 1947 che entrò nell’articolo 53 della Costituzione insieme al precetto di capacità contributiva! 2 principi/precetti tra di loro inscindibili!
    LA COSTITUZIONE COME NORMA PROGRAMMATICA CHE IL LEGISLATORE DOVEVA APPLICARE!
    L’articolo 53 della Costituzione venne votato dall’Assemblea Costituente il 23 maggio 1947, per attuare la Costituzione nei suoi articoli:
    2 (per la solidarietà sociale),
    3 ( per rimuovere gli ostacoli di ordine economicoe sociale) e tutti gli altri che prescrivono i diritti
    ed obblighi sociali collettivi. Oltre all’articolo 9 per un nuovo tipo di sviluppo economico in senso ecologico.
    PREMESSA
    I Costituenti, dopo 20 anni di fascismo dove la PERSONA UMANA venne sistematicamente violentata e un partito si fece stato, decisero di mettere al CENTRO la PERSONA UMANA e la comunità che si fa Stato al suo servizio (1a sottocommissione Ass. Cost. incaricata di scrivere quali diritti sociali e come garantirli. 10-09-47)
    Anche nel nuovo sistema tributario la PERSONA UMANA venne messa AL CENTRO con la sua reale vita economica fatta di ricavi e di spese.
    ART.53 COSTITUZIONE: tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato
    a criteri di progressività. ( quel TUTTI significa: anche gli stranieri delle multinazionali – Ass. Cost. 23-05-47)
    Non resta che spiegare i 2 commi citati. Chi meglio del relatore On.le Salvatore Scoca può farlo?
    Eccolo illustrare il precetto di progressività a nome di tutti i partiti. ( 23 maggio 1947)
    “ ……L’aspetto finanziario acquista sempre una maggiore importanza, e tocca tutti noi in misura sempre più notevole. ……il nostro sistema tributario, regolato dall’articolo 25 dello statuto Albertino, è informato al criterio della proporzionalità.Ma poi ,considerando che più dei tributi diretti rendono i tributi indiretti sui consumi che, attuando una progressività a rovescio, recano una grave ingiustizia
    nei confronti delle classi meno abbienti.Questa ingiustizia deve essere eliminata in sede di accertamento del reddito globale personale, ciò significa che l’onere tributario complessivo gravante su ciascuno risulti informato al criterio della progressività.

    Si può discutere sulla misura della progressività non sul principio. ( niente gattopardismo)!

    Chi paga il 10% di imposta su 10.000 lire rimane con 9.000 lire per i suoi bisogni quotidiani mentre chi ha 100.000 lire e paga il 10% di imposta rimane con 90.000 lire. E’ evidente che il 1° sopporta un sacrificio assai maggiore del 2°. Sarebbe bene alleggerire il 1° e rendere meno leggero il 2°!

    Osservzione: noi invece di applicare questa prescrizione abbiamo pensato bene di introdurre una Vera Patrimoniale sul reddito regressiva. Questa è rappresentata dall’ 80% sul costo dei prodotti petroliferi. Per esempio: su 100 euro di benzina 80 se ne vanno allo stato per le spese pubbliche e sono pagati in parti uguali sia dal “ ferrarista” che dal “ pandista”! Questo tributo di 80 euro, che reca una
    grave ingiustizia a danno delle classi più povere, non essendo reso progressivo in rapporto alla capacità contributiva è, di fatto, una tributo incostituzionale!!

    Ancora il Costituente On.le Scoca che spiega il precetto di capacità contributiva
    “Non si può negare che il cittadino, prima di essere chiamato a corrispondere una quota parte della sua ricchezza allo Stato, per la soddisfazione dei bisogni pubblici, deve soddisfare i bisogni elementari di vita suoi propri e quelli dei suoi famigliari. Sono questi carichi economici, che caratterizzano quella capacità contributiva, che l’articolo concordato pone a base dalla imposizione ed i loro importi
    devono essere utilizzati per misurare la capacità contributiva effettiva”.
    “Se esaminiamo l’attuale nostra legislatura, accanto alle normali leggi di imposta ci sono ECCEZIONI, troppe DIFFERENZE di TRATTAMENTO tra classi di cittadini ed altri classi, tra varie CATEGORIE di CONTRIBUENTI, LESIVE del principio di UGUAGLIANZA e di SOLIDARIETA’ SOCIALE presenti in questa prima parte di Costituzione.Queste gravi MENDE della nostra legislazione vanno eliminate con una
    RADICALE riforma tributaria”.
    L’esistenza della diversità di trattamento fiscale tra categorie è ancora in vigore e viola sia l’articolo 53 nei suoi due commi sia l’articolo 3 sul principio di uguaglianza. Questa differenza di trattamento venne superata dalla legge delega 825/71 che recepiva i due commi dell’articolo 53 ma , poi , non seguirono i decreti attuativi. Le leggi che seguirono confermarono l’impianto dell’articolo 25 del vecchio
    statuto Albertino cioè uno degli ostacoli di ordine economico e sociale da rimuovere di cui all’articolo 3 della Costituzione.
    Per cui:
    1°) oggetto dell’imposizione per tutti, non è il reddito, ma la capacità contributiva che si compone di 2 elementi fondamentali: la somma di tutti i redditi personali comunque conseguiti. La somma di tutte quelle spese, documentate dalle ricevute fiscali, occorrenti per il normale svolgersi della vita quotidiana, non quelle che rappresentano un lusso.
    2°) sull’ importo ottenuto dalla differenza redditi/spese applicare aliquote progressive.
    Tutto questo farà emergere il sommerso rappresentato da 450/500 miliardi annui per un mancato gettito pari a 260 miliardi tra IVA – IRPEF e Contributi Previdenziali.
    Soppressione dei 260 miliardi annui di agevolazioni fiscali. Di questi 520 miliardi 100 li metteremo nelle capacità contributive medio basse pari a 200/250 euro mensili! Così riprenderà la domanda interna ed
    arriveranno gli ordinativi per le imprese. Solo così riprenderà l’occupazione, non con il Job Act, ma con il ricambio generazionale tramite pensionamenti a 60 anni!
    Avremo le risorse economiche per garantire strutturalmente i doveri e i diritti sociali collettivi.
    Avremo le risorse economiche per ridurre il debito pubblico e pagare minori interessi pagati dai “soliti noti” con trattenuta alla fonte.
    Avremo risorse economiche per massicci investimenti statali avviando così un nuovo tipo di sviluppo economico in senso ecologico in attuazione dell’articolo 9 della Costituzione.
    Così avremo realizzato la Costituzione economica coniugando gli articoli 2 e 3 con il 53

  • Claudio! Perfetto!
    In sintesi: risulta esatta l’ultima rilevazione del MEF! il 95% dell’intero gettito Irpef è versato, con ritenuta alla fonte eseguita dagli imprenditori/elusori ed evasori da lavoratori dipendenti e pensionati, ma che possiedono mediamente solo un misero 20% del reddito nazionale, mentre tutti gli altri soggetti Irpef versano,con l’autotassazione di giugno/luglio, solo il rimanente 5%, ma che possiedono,insieme al NERO ed agli azionisti di SPA e deelle multinazionali, l’80% dell’intero reddito nazionale!
    Come sappiamo gli azionisti pagano il 27% su ogni cedola che “staccano”! Quelli delle multinazionali le “pagano” nei paradisi fiscali! Il Magistrato francesco greco è riuscito a fare pagare alle APPLE circa 13 milioni! Non resta che abbandonare, per accertare i redditi e capacità contributive effettivi/e di tutti, l’attuale sistema induttivo/sintetico di memoria monarco/fascista ed introdurre il sistema analitico deduttivo sistematico prescritto dall’articolo 53 della Costituzione.

    MA CHI GUADAGNA DI PIU’ DALL’EVASIONE FISCALE??
    In genere vengono mesi sotto accusa, così come lo sport nazionale preferisce, gli idraulici e gli artigiani in genere e i suoi clienti, che di fatto, sono gli evasori minori essendo alla base della piramide dell’evasione, la quale, al contrario si concentra ai vertici della piramide produttiva e nelle intermediazioni commerciali e nei trasporti, nei servizi delle libere professioni ben rappresentate nelle istituzioni a tutti i livelli.
    Esempio: Un industriale produce 10 milioni, diciamo di cannelle, e ne fattura a 100 clienti dell’intermediazione 5 milioni, questi 5 milioni finiscono alla base della piramide commerciale che viene distribuita da 1000 operatori commerciali agli artigiani idraulici. Qual’è il risultato?
    1°) l’industriale evade da solo per 5 milioni di cannelle.
    2)gli intermediari evadono i 5 milioni : 100 = 50mila di cannelle ciascuno.
    3) gli operatori commerciali e idraulici alla base evadono 5 milioni : 1000 per 5.000 cannelle ciascuno. Questo esempio reale, riguarda tutto il sistema produttivo e di trasporto fino alla distribuzione.
    4) Chi guadagna maggiormente dall’evasione fiscale e contributiva? Chi sta al vertice della piramide fiscale o quelli alla base? ( di fatto chi sta alla base di questa piramide, per un piatto di lenticchie,prepara pranzi e cene a10mila stelle ai piani intermedi e ai vertici dell’evasione legalizzata dalle varie “cedolari secche” a iniziare da quelle degli azionisti delle SPA, dagli studi di settore legge 331/93 e legge917/86 nonchè dal cosiddetto forfetino, contribuenti minimi, sotto i 30mila euro con cedolare secca dal 15% al 20%)!!!
    5) N.B. Le circa 7 milioni di persone che stanno alla base dell’evasione fiscale per un “ piatto di lenticchie” rinuncia ad avere i diritti sociali collettivi prescritti dalla Costituzione. Queste categorie sociali sono le “naturali” alleate dei lavoratori dipendenti e pensionati.
    6) Occorre l’urgente necessità di fare conoscere la cultura del giusto profitto, del giusto salario e stipendio, delle giuste pensioni e della solidarietà. In sintesi: fare conoscere i diritti e doveri sociali prescritti dalla Costituzione, condizione essenziale per un vero cambiamento del paese in senso equo e solidale!
    Roberto

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