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Meno si investe in formazione meno si conterà in futuro (di Claudio Lombardi)

Il titolo di questo articolo è preso dal messaggio che riassume il senso del rapporto OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’educazione pubblicato nei giorni scorsi e basato sui dati 2007-2008.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha insistito in tutte le cerimonie per l’apertura dell’anno scolastico alle quali ha partecipato sul valore prioritario dell’istruzione, della formazione e della ricerca chiarendo che su questo occorre investire non tagliare la spesa.

Le diffuse proteste causate dall’attuazione della riforma Gelmini (taglio di cattedre, diminuzione degli orari, incremento degli alunni per classe, taglio di fondi) hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica non meno delle numerose situazioni nelle quali i cittadini hanno dovuto intervenire per finanziare le scuole non in grado di provvedere ad elementari spese di cancelleria e di gestione. È, ormai comune, la notizia di alunni che devono portare da casa persino la carta igienica, ma non è raro che i genitori debbano provvedere direttamente alla riparazione di porte e finestre e alla tinteggiatura delle aule. Dappertutto giungono notizie di problemi ai quali le singole scuole non possono far fronte per mancanza di soldi.

D’altra parte, come dimostra Cittadinanzattiva, nell’ultimo rapporto sulla sicurezza scolastica, la situazione degli edifici è preoccupante e costituisce una costante minaccia alla sicurezza di chi frequenta la scuola sia che si tratti di alunni e studenti sia che si tratti di insegnanti e personale amministrativo.

Ma cosa dice l’OCSE nel suo rapporto?

Il primo dato è la spesa pubblica destinata all’istruzione. Ebbene l’Italia, fra i paesi industrializzati, ha speso il 4,5% in rapporto al PIL (prodotto interno lordo), mentre la media è del 5,7%. Anche il dato della spesa pubblica nella scuola (inclusi prestiti agli studenti e sussidi alle famiglie) colloca il nostro Paese agli ultimi posti della graduatoria. Ciò si riflette, in particolare, sulla spesa per l’istruzione universitaria e la ricerca dove l’Italia spende 8.600 dollari l’anno in media contro i circa 13.000 della media OCSE. Altro dato significativo: gli studenti che completano gli studi universitari sono il 45% contro il 69% degli altri paesi e la quota di studenti stranieri è il 2% contro il 20% degli USA, l’11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l’8% della Francia. Ciò significa, evidentemente, che la scuola italiana attira e accoglie meno privandosi della possibilità di selezionare fra un numero maggiore di talenti.

Altre riflessioni sono suscitate dal numero di ore di lezione che sono tante, ma non producono risultati proporzionati. Infine la questione delle retribuzioni degli insegnanti che sono fra le più basse dei paesi indagati nel Rapporto, dalla scuola elementare a quella superiore.

A conferma del valore prioritario dell’istruzione sta la decisione della Commissione europea di mettere l’educazione al centro della strategia “UE 2020” per la crescita e l’occupazione nella convinzione che anche in periodi di recessione economica gli investimenti per l’istruzione sono indispensabili.

Se riflettiamo su questi dati e sullo stato delle scuole pubbliche italiane non possiamo che essere colpiti da quanto le azioni del Governo appaiano preoccupate solo per la diminuzione della spesa pubblica e non per il funzionamento e l’efficacia del sistema scolastico. I problemi sono seri, come sanno i genitori e tutti coloro che devono far funzionare gli istituti scolastici. L’autonomia di gestione sembra aver scaricato sui presidi e sui singoli istituti le responsabilità, ma non i mezzi per farvi fronte. Ancora non si è risolta la questione dei crediti che le scuole vantavano verso il ministero e che sono stati azzerati nel passato anno scolastico e che sembra proprio non saranno più restituiti. Così le scuole, private di gran parte dei fondi destinati al funzionamento, devono rivolgersi alle famiglie per tirare avanti.

Ora, non si vuole adombrare l’ipotesi che il Governo stia sabotando la scuola pubblica per indirizzare le famiglie verso quelle private, però si ha forte l’impressione che l’istruzione sia considerata un peso e non una priorità. Che senso ha mettere gli istituti scolastici in ginocchio per risparmiare soldi che potrebbero arrivare da una seria azione di contrasto dell’evasione fiscale o da una diminuzione delle spese per armamenti di cui l’Italia non ha bisogno facendo parte di un sistema integrato di difesa (NATO) e di una Unione europea che si avvia ad agire concordemente sul piano internazionale ?

Per non parlare degli innumerevoli sprechi generati da una politica che si è trasformata in casta e che non ha più freni nell’espandere il suo potere su una spesa pubblica fuori controllo. Gli scandali dovrebbero far riflettere su cosa è costato e sta costando agli italiani un sistema politico e una gestione delle istituzioni che ha messo al centro il dispotismo del comando di chi si ritiene un capo che risponde solo al popolo e che, quindi, si sente autorizzato a fare quel che gli pare. Il costo della corruzione è stato valutato in più di 50 miliardi di euro dalla Corte dei Conti. Da ogni parte giungono le conferme del degrado delle amministrazioni pubbliche e della facilità con la quale si utilizzano le risorse dello Stato senza criterio. La vera priorità di chi gestisce il potere sembra questa, altro che quella, invocata da Napolitano, dell’istruzione, della formazione e della ricerca.

Di fronte a questo quadro desolante è sperabile che ci sia una rivolta dei cittadini che vogliono vivere in un Paese che abbia un futuro. Ed è sperabile che si affermino e si diffondano nuovi modelli di gestione che vedano la partecipazione diretta di chi è interessato alla gestione dei beni pubblici e comuni.

Ben vengano le esperienze di intervento dei genitori nelle scuole, ma non in sostituzione del ruolo dello Stato bensì come parte di un nuovo modo di concepire il “pubblico” verso una concezione che lo renda “comune”. E in cambio lo Stato deve rendere ai cittadini quel che risparmia, aprirsi ai controlli e farsi giudicare da chi, a buon diritto, è il padrone di casa della Repubblica. Insomma meno deleghe e meno burocrazie in cambio di maggiori benefici per i cittadini, di servizi più efficienti e di poteri che dall’alto devono arrivare in basso.

Claudio Lombardi

Espulsioni dei Rom: un caso di politica pubblicitaria ? (di Claudio Lombardi)

“Sono le emozioni a dare forza a un movimento”. “Io sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.

Cos’è? Sta parlando un filosofo, un poeta? No, sono due automobili che si presentano così ai possibili compratori. E poi c’è la giacca che evoca lo spirito degli eroi per chi la indossa e lo yogurt che invita a farci l’amore. Viviamo nell’epoca delle illusioni e dei simboli che contagiano tutti i campi. Anche la politica non ne è esente, anzi, in troppi casi tenta di basarsi più sulle illusioni e sulle emozioni che sui fatti e sulla razionalità. E così in epoca di crisi e di problemi seri e, a volte, serissimi e drammatici sulle prime pagine dei giornali compare la questione dell’espulsione dei Rom dalla Francia. Fanno eco il nostro Presidente del Consiglio e il ministro dell’interno che si associano e si apprestano ad emulare questa scelta.
Agli occhi dei cittadini ora sembra che questo sia uno dei problemi principali cui deve far fronte il Governo.
Se solo si riflette sulla concretezza delle cose si è indotti a dubitare dell’equilibrio psichico di chi attira l’attenzione e mostra di concentrarsi su questa campagna facendone addirittura oggetto di scontri a livello dei vertici europei. E’ evidente, però, che nessuno è impazzito, ma tutti sono ben consapevoli della potenza “pubblicitaria” e simbolica delle scelte che si fanno in politica. E non c’è arma migliore, quando ci si trova in difficoltà, che distrarre l’attenzione di chi deve giudicare (e votare) dai problemi seri per dirottarla su questioni secondarie, ma accompagnate da un forte simbolismo e da una carica di emotività esagerata.

Prima di far appello ai sentimenti di umanità e di solidarietà che pure hanno una funzione basilare per la coesistenza di una collettività (tutti potremmo averne bisogno e, quindi, è bene tenerli ben svegli), è meglio parlare di qualche cifra, così tanto per dare un’idea delle dimensioni in gioco.

Le stime dicono che la presenza dei Rom in Italia dovrebbe oscillare fra i 100 e i 140mila individui di cui la metà avrebbe la cittadinanza italiana. A Roma, per esempio, su oltre 2 milioni e mezzo di abitanti, la presenza nei campi, attrezzati, abusivi e tollerati sarebbe di circa 7mila persone. Tutto qui. Questo è il fenomeno Rom da noi.

Sono numeri che non dovrebbero impensierire nessuno anche perché nessuno nega che una parte di chi abita nei campi svolga attività illegali. Il fatto è, logica vuole, che chiunque si trovi a vivere in un campo senza un lavoro e, molto spesso, senza acqua, luce e fognature, prima o poi, diventi facile preda della scorciatoia dei furti o dello spaccio di droghe. Come in tutte le situazioni di marginalità sociale il problema è la povertà e l’assenza di assistenza che predispone ai reati e non il contrario.

Dalla politica e dai politici ci si aspetta che affrontino e risolvano i problemi non con la bacchetta magica, ma con la progettualità, i poteri e i mezzi di cui dispone chi dirige le istituzioni dello Stato. Senza progettualità e strategie appropriate volte all’inserimento di così poche persone nella vita normale che significa evocare la sicurezza dei cittadini come pretesto per operazioni di polizia che, lasciate a sé stesse, segnano il fallimento della politica e dello Stato? Quali piani ha predisposto il Governo (e comuni, province e regioni) per risolvere questo problema dando la possibilità di un inserimento pacifico e solidale? È evidente che quando ci sono reati questi vanno perseguiti con rigore. E, magari, è anche chiaro che la sorveglianza del territorio dovrebbe aumentare e che le strutture dedicate agli interventi sociali e al recupero delle situazioni di marginalità dovrebbero essere potenziate. Certo, fa impressione ascoltare leader politici evocare lo spettro degli zingari che si aggirano a rubare nelle nostre città e poi decidere il taglio dei fondi alle forze di polizia e all’amministrazione della giustizia. Si dubita della loro buona fede. Per non parlare dell’indulgenza nei confronti dei malfattori che si nascondono sotto le insegne di qualche partito politico. Si sospetta che ne traggano profitto.

Se vogliamo esprimere la nostra indignazione facciamolo contro chi è pagato per dirigere le istituzioni e non trova di meglio che tentare di scatenare le emozioni perché non è capace di agire positivamente. E guardiamo ai tanti, singoli e associati, che si impegnano a fare qualcosa di utile. L’obiettivo dovrebbe essere la chiusura dei campi di tutti i tipi e l’inserimento nelle scuole, nel lavoro, nelle attività sociali. Azioni di questo tipo sono fatte di tanti interventi anche piccoli che migliorano la situazione nei centri urbani e rafforzano la coesione sociale oltre che costituire persino un fattore di rilancio economico nelle comunità locali.

Questa dovrebbe essere la strategia e dovrebbe interessare chiunque voglia vivere sereno nel suo Paese.

Claudio Lombardi

L’ITIS Fermi di Roma decide: un anno scolastico scandito dalla Costituzione

In data 16 settembre 2010 il Collegio dei Docenti dell’Itis Fermi ha approvato l’iniziativa, proposta dal Coordinamento Fermi composto da personale docente e non docente

                      “Rispondiamo con la Costituzione”

     “Un articolo al giorno per educare al senso dell’unità del nostro paese”

                             A partire da lunedì 20 settembre ore 8.30

                              ITIS  Enrico Fermi, Via Trionfale 8737

 L’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi vuole riaffermare la libertà della scuola statale da ogni appartenenza politica, in contrapposizione con quanto sta avvenendo nel nostro paese, dove simboli politici compaiono anche all’interno della scuola.

 Per celebrare l’unità d’Italia e rispondere a chi invece la vuole dividere noi leggeremo ogni giorno un articolo della Costituzione della Repubblica italiana.

 20 settembre 2010 –  20 settembre 1870 

Questa data ha un valore simbolico, poiché ci ricorda un momento fondamentale nel processo unitario del nostro paese e noi scuola di Roma teniamo ben saldo il filo della memoria, perché la memoria è impegno e coscienza civile.

 Vogliamo sottolinearlo avviando dal 20 settembre, tutti i giorni e per tutto l’anno scolastico, la lettura in tutte le classi del nostro Istituto di un articolo della Costituzione della Repubblica italiana, in quanto la Costituzione è la legge fondamentale del nostro Stato e simbolo primario dell’unità di esso.

                     Coordinamento Itis E. Fermi – Roma

La ricchezza sarà comune o non sarà: una terza strada fra pubblico e privato (di Alberto Biancardi)

Il titolo è preso in prestito, con qualche adattamento, da André Breton, il leader dei surrealisti francesi. Infatti, la citazione corretta sarebbe “la bellezza sarà convulsa o non sarà”.

 Lo spunto mi è venuto leggendo le posizioni espresse dal leader dei Conservatori inglesi, David Cameron che si riflettono anche nel programma di governo. Nel quadro di un indirizzo di generale decentramento amministrativo si prevede, con molta enfasi in verità, che alcuni servizi pubblici siano forniti da strutture decentrate e partecipate direttamente dai cittadini, incoraggiando la responsabilità del singolo individuo.

 È noto che sul tema della partecipazione di cittadini e consumatori alla definizione e all’erogazione dei servizi pubblici c’è una letteratura economica molto ampia. Lo stesso tema dell’imprenditore sociale è oggetto da qualche tempo di particolare attenzione da parte degli economisti, ma anche dei politici e degli amministratori.

 Fra i contributi cui si può fare riferimento, particolarmente interessanti mi sembrano quelli di Elinor Ostrom (Nobel per l’economia nel 2009). La motivazione principale dell’assegnazione del premio sta proprio nell’aver dimostrato come i beni comuni possano essere gestiti adeguatamente da unioni e accordi fra utilizzatori dei medesimi beni. Ostrom, infatti, ha studiato in quali circostanze una comunità sia in grado di identificare e applicare tutte le norme comportamentali alla base della produzione e ripartizione di un bene comune, senza alcun intervento da parte del governo centrale.

 La ricerca di Elinor Ostrom e dei suoi collaboratori non è solo di tipo teorico e formale, ma anche sperimentale e basata sullo studio di situazioni vigenti in svariate realtà. È interessante osservare come dalle analisi sperimentali e dai case study il coordinamento fra individui emerga spesso come soluzione efficiente e preferita dagli individui, anche se attraverso modalità differenti fra loro.

 L’analisi è riferita ai cosiddetti pool di risorse comuni (common-pool resources), cioè quei beni – si pensi ai pascoli alpini o alle aree di pesca – il cui consumo ha bassa escludibilità ed elevata rivalità.
Non è, dunque, una regola definita al di fuori della comunità che consente di coordinarsi e di rendere sostenibile l’azione del consumo: sono i singoli individui che percepiscono come singolarmente e collettivamente conveniente il coordinamento. Anzi, proprio in base a questa percezione, si definiscono regole – talvolta implicite – per limitare l’uso della risorsa comune e per sanzionare chi dovesse decidere di non adottare il comportamento cooperativo.

Le condizioni che si devono verificare affinché i singoli individui siano indotti a collaborare sono riconducibili, in estrema sintesi, alla creazione di un sistema di mutua identificabilità di ciascun individuo e di elevata informazione sulle conseguenze derivanti dall’azione individuale e collettiva.

In sostanza, per l’esplicarsi della cooperazione e per garantire la sostenibilità del pool di risorse comuni devono venire meno i comportamenti che, seguendo la terminologia in uso nella teoria economica, portano alla cosiddetta tragedy of the commons che consiste essenzialmente nell’incentivo a sovra sfruttare la risorsa in assenza di limiti e controlli. Il rimedio sta nella consapevolezza che, nel lungo periodo, lo stesso consumatore egoista sarebbe privato della disponibilità del bene e, quindi, nella preferenza per un modello di coordinamento con gli altri consumatori (e produttori, nel caso) per garantire la sostenibilità del comportamento della collettività nel suo complesso.

È interessante notare che le alternative alla tragedy of the commons (cioè, la distruzione della risorsa pubblica) costituite dalla privatizzazione, dalla regolazione dei comportamenti e dall’affidamento ad un operatore pubblico, secondo la Ostrom, presentano ognuna dei limiti e delle problematicità.
Infatti, affidare a un’entità terza – privata o pubblica – rispetto alla comunità locale la gestione del pool rischia di rivelarsi inefficace al fine di tutelare la medesima risorsa, in quanto sia l’organizzazione pubblica che quella privata hanno propri obiettivi che non necessariamente implicano una piena tutela della risorsa.

A tal fine, vanno comunque imposte regole, all’operatore pubblico e a quello privato. Tuttavia, le informazioni non sono sempre disponibili in misura adeguata presso il governo centrale (e/o il regolatore) e, di conseguenza, il processo di definizione delle norme rischia di essere lungo e le stesse norme rischiano di essere imprecise.

In definitiva, gli strumenti della privatizzazione, dell’affidamento a un operatore pubblico e della regolazione non sono privi di controindicazioni: dunque , l’affidamento della gestione della risorsa a una comunità locale in grado di autoregolarsi è un’opzione percorribile e che, talvolta, può rivelarsi più efficiente delle soluzioni adottate più comunemente.

Ciò rende interessante il richiamo al programma dei conservatori. Non è certo la prima volta che destra e sinistra intersecano il loro percorso su questi argomenti. La stessa anima della sinistra, riguardo al rapporto fra Stato e cittadino, è storicamente duplice, e vede la convivenza fra tesi che identificano nella grande impresa pubblica e nel governo centrale la via maestra da seguire (tesi finora prevalente sotto il profilo applicativo), con quelle che auspicano il decentramento e l’adozione di schemi di democrazia diretta. Ciò che colpisce è che questo orientamento di sinistra che auspica il decentramento non è così lontano da molte delle posizioni del liberismo, anche di quello più radicale.

Ovviamente nelle posizioni di Cameron conta molto che questo è uno dei punti su cui è più probabile che si possano conseguire risparmi nel bilancio pubblico. L’alternativa, nella sua logica, sembra essere fra tagli indiscriminati – che colpirebbero comunque più i poveri che i ricchi – e misure di decentramento e affidamento ai cittadini di parte dei servizi pubblici, almeno in teoria in condizione di non peggiorare il livello di fornitura dei servizi medesimi e, al tempo stesso, di consentire un miglioramento dello stato della finanza pubblica.

Detto questo, un’ulteriore considerazione è direttamente connessa all’analisi di Elinor Ostrom che si è concentrata molto nell’analisi di contesti lontani da quelli che caratterizzano l’Occidente: si pensi alle riserve di caccia degli Indiani d’America, piuttosto che alla condivisione delle risorse idriche in sistemi agro pastorali asiatici. Ciò, però, non ha impedito di formulare osservazioni assai pregnanti riferite a situazioni ben più complesse e “occidentali”. La stessa Ostrom, in un recente articolo, ha rilevato come le caratteristiche dei pool di risorse comuni non siano attribuibili solo ai prodotti e servizi fruibili presso pascoli, aree di pesca o simili, che lei stessa e i suoi collaboratori hanno a lungo studiato. Internet o i mainframe informatici, ad esempio, sono considerabili common-pool resources, e lo sarebbe persino la finanza pubblica. Non so se la Ostrom se la sentirebbe di suggerire per quest’ultima una gestione pienamente decentrata e un’auto-regolazione… Tuttavia, a mio avviso, alcune parti della sua analisi sono estremamente interessanti per percepire al meglio le opportunità e sfide che si presentano.

 Quando ci si trova di fronte a un pool di risorse comuni, quanto più i soggetti sono informati delle conseguenze dei propri atti e si possono controllare con rapidità i comportamenti, tanto più è probabile che la cooperazione funzioni. Come dire: più gli individui si responsabilizzano, meno c’è bisogno di imporre regole dall’esterno senza che l’efficienza del sistema diminuisca. Questo vale anche per la finanza pubblica e per i servizi che questa deve finanziare.

 Anche se il progetto di una comunità consapevole nel caso di produzione e distribuzione di molti servizi pubblici può apparire utopistico sotto molti aspetti bisogna rendersi conto che lo stato attuale è spesso desolante: servizi costosi per la finanza pubblica, di qualità non elevata per i fruitori e la cui contrattualizzazione (cioè definizione di prezzo e servizio fornito) avviene in situazioni sempre più squilibrate. Da una parte, le agguerrite lobby dei produttori e, dall’altra, una burocrazia appesantita e inefficiente.

 Il miglioramento della capacità di selezione dei propri obiettivi da parte dei cittadini, la possibilità di disporre di informazioni affidabili, il monitoraggio di lobby e di burocrazia, per quanto siano obiettivi, come detto, sotto molti profili utopistici, rappresentano uno dei principali punti su cui una politica migliore dovrebbe puntare.

 Un cittadino che partecipa alla definizione dei servizi pubblici può diventare anche un migliore elettore, un soggetto maggiormente capace di tutelare i propri interessi e, al tempo stesso, di delegare ai politici e ai burocrati quello che non riesce o non vuole fare. Tra l’altro, viste le ristrettezze in cui versa la finanza pubblica di gran parte dei paesi maggiormente avanzati, non si vedono molte altre strade alternative da percorrere per mantenere almeno invariata la qualità dei servizi erogati.

 Tenuto conto dello stato della finanza pubblica in molti paesi occidentali e della crescente difficoltà a garantire servizi pubblici in quantità e qualità adeguate, forse si può dire davvero che la ricchezza o sarà comune o non sarà.

 Alberto Biancardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 1a parte (di Claudio Lombardi)

E anche agosto è passato. Ora siamo alla cosiddetta ripresa che ci porterà in autunno e poi verso il nuovo anno. È cambiato qualcosa? Non sembra, in verità. Le preoccupazioni degli italiani sembrano sempre distanti da quelle che occupano gran parte del Governo e dei politici di professione. Chi ha viaggiato in altri paesi europei (o anche più in la’) forse conosce quella sensazione di disagio che si avverte quando si riprende contatto con la nostra realtà. Nello spazio pubblico disorganizzazione e trascuratezza, mancanza di fiducia nel rispetto delle regole e degli impegni, scarso impegno (anche soggettivo) affinché i servizi abbiano al centro il soddisfacimento delle esigenze per le quali sono stati organizzati.

Se poi si acquista un giornale si rimane colpiti perché le prime pagine che si occupano delle vicende politiche non sono quasi mai dedicate alle questioni centrali che abbiamo davanti. Il quadro è desolante: potere, denaro, affari e processi. Questo sembra essere l’asse intorno a cui ruota il mondo di una buona parte di coloro che si dedicano alla politica. E di tutto si parla urlando, con tensione e faziosità senza badare ad insulti e calunnie sull’esempio del Presidente del Consiglio che vede complotti dappertutto e continua a fuggire di fronte ai processi nei quali è accusato di gravi reati. Si è indotti a pensare che lo spirito di fazione, che è stato creato con anni di martellamenti nella comunicazione di massa, serva per creare una cortina fumogena dietro la quale chi può continui a farsi gli affari propri a spese dello Stato.

In realtà, agli urlatori di professione spetta il compito di far credere che c’è uno scontro fra idee e strategie e che il Governo è sempre ostacolato da nemici giurati (i magistrati in primo luogo). Si tenta così di inventare e trasmettere l’emozione di una politica che vorrebbe occuparsi del Paese, ma i nemici non glielo fanno fare. Ovviamente non tutti fanno così, ma quelli che prevalgono sì, purtroppo e da essi prendono esempio i tanti che, dappertutto, non pensano a fare bene il proprio lavoro, ma a sfruttare le situazioni senza badare a reati come corruzione, truffa, peculato ecc.

Non resta che sperare che gli affaristi, i corrotti, gli sfruttatori della democrazia siano, prima o poi, cacciati dalle istituzioni e vadano ad occuparsi dei loro affari altrove e che siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità anche nelle aule dei tribunali come avviene nel mondo civile.

Per quelli che hanno a cuore le sorti dello Stato e che vogliono vivere in una società che sia in grado di dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità l’agenda delle questioni e degli impegni da affrontare è un’altra.

(continua….)

Claudio Lombardi

Preghiera per la scuola pubblica che muore (di Aldo Cerulli)

Padri, uomini d’ordine e formatori d’opinione, voi che applaudite al 5 in condotta e gridate al bullo e al vandalo a ogni occasione, sempre più indignati dei comportamenti della nostra gioventù, voi che confezionate servizi giornalistici e televisivi con l’esperto, il prete e lo psicologo, anche se talvolta voi stessi non sapete che pesci pigliare, quando capita a voi di essere in difficoltà nel rapporto con il vostro figliolo, mi domando se in sincerità pensate davvero che avere 33 anziché al massimo 20 studenti per classe come auspichiamo possa giovare alla causa di una gioventù più serena, più dialogante e meno incline alla violenza nelle parole e nelle azioni contro persone, cose e ambienti ( in compenso sarà difficile trovare una scuola privata con classi con più di 20 alunni).

E voi cittadini che amate la nazione e vi date pensiero del suo futuro, voi che siete consapevoli del ruolo primario dell’istruzione e contenti che si parli di insegnamento di cittadinanza e costituzione a scuola, propedeutico alla formazione di buoni cittadini, voi che già da tempo vi stupite dello scarso livello di preparazione di tanti studenti e non riuscite a capire il perché di questo scollamento tra giovani e sapere, non pensate che dai nuovi regolamenti in merito alla formazione delle classi deriva un ulteriore abbassamento culturale, oppure pensate che quei livelli di servizio e di qualità di istruzione, che la scuola non riesce a garantire oggi, potrà garantirli domani con meno insegnanti e più studenti per classe?

E voi politici e governanti, voi che dichiarate di volere conciliare la buona amministrazione con il risparmio nelle spese, avete pensato ai costi che comporterà un peggioramento della didattica in classi superaffollate? Ad esempio per un aumentato bisogno di corsi di recupero? D’accordo, i corsi di recupero non si faranno comunque per mancanza di soldi, però si faranno al mattino sottraendo 2 o 3 settimane o anche 4 se sarà necessario all’attività didattica curricolare. E però le bocciature aumenteranno, a meno di non promuovere a prescindere dal profitto, cosa che voi che siete per una scuola più seria certo non auspicate, e quanto costerà allora da un punto di vista strettamente economico l’allungamento di 1 o 2 o 3 anni della permanenza nella scuola di tanti studenti a causa di bocciature più frequenti?

E voi dirigenti scolastici che siete chiamati a tradurre in pratica i disegni del governo li condividiate o meno, diventando talvolta per eccesso di zelo più realisti del re, avete riflettuto sul fatto che siete voi che vi troverete tra le mani la patata bollente, voi che dovrete garantire la sicurezza già compromessa da stabili fatiscenti non a norma e per carenza di fondi privi di qualsiasi intervento di manutenzione sia ordinaria che straordinaria, come testimoniano i crolli e gli incidenti quotidiani in una parte o l’altra dell’Italia? Voi già adesso faticate a garantire la sorveglianza e in caso di assenza di un insegnate lasciate le classi scoperte perché le supplenze sono diventate impossibili, sia perché non ci sono i soldi per pagarle sia perché con tutte le cattedre a 18 ore gli insegnanti dell’istituto non hanno più ore a disposizione, eppure facilmente imponete pretestuose deroghe e fate accettare a studenti e docenti classi numerose che violano le misure previste dalla legge. Ma non pensate che realizzare classi di 33 alunni vorrà dire esporre sempre più la popolazione scolastica a rischi, col pericolo di andarci di mezzo legalmente anche voi, che avrete imposto questo stato di cose pur sapendo di non potervi far fronte?

E voi esperti, pedagogisti e psicologi che lavorate nelle scuole e avete quotidianamente un quadro del disagio giovanile, ci vivete a stretto contatto e ne conoscete le cause e le conseguenze, voi che siete al corrente del cambiamento dei tempi e delle accelerazioni delle trasformazioni, che sapete squadrare le tematiche dello sfaldamento della famiglia e del venir meno dei modelli di riferimento, pensate di trovare meno disagio in aule più affollate, dove i meccanismi dell’attenzione e dell’apprendimento saranno messi a dura prova e dove inevitabilmente si restringeranno gli spazi di relazione interpersonale e le possibilità dell’adulto docente di essere figura di riferimento e fattore di mediazione?

Ma soprattutto voi mamme che desiderate il meglio per il vostro figliolo, che si trovi bene a scuola e che abbia il posto migliore in classe, che abbia una buona relazione con l’insegnante e che l’insegnante si prenda cura di lui, sappia cogliere i suoi bisogni e le sue esigenze e predisponga per lui una didattica differenziata e personalizzata per rendere più pieno il suo successo scolastico, sapete cosa vorrà dire avere 33 alunni per classe? Che alla fine del primo quadrimestre gli insegnanti che hanno 1 o 2 o 3 ore di lezione la settimana non è detto nemmeno che conosceranno il nome di vostro figlio né è detto che lo sapranno distinguere da una massa urlante, altro che sicurezza, relazione e didattica personalizzata!

Alcuni di voi studenti forse pensano che qualcosa da guadagnare l’avranno, in una scuola dove crescerà il casino alcuni di voi potranno più facilmente farla franca in caso di qualche bravata, nascondendo lo zampino nella massa, però nello stesso tempo considerate: più sarete sfrenati voi, più nervosi saranno gli insegnanti. Non si conteranno le note, le sospensioni, le convocazioni delle famiglie, forse anche i 5 in condotta, dimenticavo. E certamente sarete anche sottoposti meno a verifiche, ché non si potranno fare 2 o 3 interrogazioni a quadrimestre per 33 studenti, le prove diventeranno quindi meno frequenti e meno accurate, sia quelle scritte come le orali, e questo potrebbe anche andarvi bene, tutta fatica in meno, ma il fatto è che diventeranno tutte quante prove di necessità brevi, il cui esito dipenderà molto più di oggi dal caso, il che sarà enormemente demotivante, come si fa infatti a preparasi accuratamente, quando si decide tutto in pochi minuti come in un quiz televisivo?

E infine voi docenti che amate il vostro lavoro,   a cui ho sentito dire tante volte in momenti di sconforto che siete insegnanti e non domatori di belve inferocite, voi che nonostante gli studi, il sapere e la passione avete difficoltà a ottenere rispetto e attenzione dai vostri studenti e che per questo vi deprimete e state male, perché nonostante tutto l’insegnamento vi sta a cuore e ritenete che non è un mestiere come un altro ma il più bel mestiere del mondo, voi pensate che potrete ancora perfezionare la vostra didattica e sperimentare le metodologie più appropriate alla situazione della classe, quando a causa di aule superaffollate faticherete persino a far notare la vostra presenza e l’unico vostro obiettivo sarà riuscire a sopravvivere a scuola, mentre i dirigenti scolastici sempre meno si interessano di didattica e il sistema non si cura di fornirvi strumenti adeguati a svolgere il vostro lavoro nelle mutate condizioni? Cosa farete oltre ad aspettare il suono della campanella per tirare un sospiro di sollievo e abbandonare l’aula incolumi dopo il vostro orario di lezione?

  

Dal corrente anno le classi prime e terze delle scuole superiori saranno costituite con almeno 27 studenti per classe,   per arrivare anche a 30,  e con l’incremento del 10%,   si potrebbe arrivare tranquillamente a 33 studenti per classe. Addio diritto allo studio e sicurezza nelle aule!

 La partenza della pseudo-riforma delle superiori è prevista per l’a.s. 2010/2011 e questo comporterà il taglio di 14.000 posti. Non perderanno il posto solo i docenti precari, ma anche quelli di ruolo sono a rischio, infatti lo stesso Regolamento approvato il 27 febbraio 2009 contiene tutta la procedura per la messa in mobilità del personale in esubero assunto con contratto a tempo indeterminato.

Anche il personale ATA sarà ridotto, 45.000 unità in meno in tre anni, 15.000 a partire dal corrente anno, di questi almeno 10.000 saranno collaboratori scolastici. 

Aldo Cerulli segretario Cittadinanzattiva Abruzzo

Tagli ai servizi locali? Sacrifici per la crisi? e per i derivati chi paga? (di Claudio Lombardi)

Il male oscuro dei derivati si aggira negli scenari della vita e delle attività degli enti locali e delle regioni dei prossimi anni. O decenni, addirittura. Eh sì perché nel gran parlare che si fa di federalismo fiscale, di costi standard, di tagli alle finanze degli enti locali e delle regioni e di assoluta necessità di frenare la deriva del debito pubblico poco ci si ricorda di due linee di ragionamento: la prima è quella che non accetta di vivere alla giornata e, quindi, di stupirsi se i conti dello Stato vanno male perché non è cosa che si è verificata dall’oggi al domani e i responsabili delle scelte sbagliate del passato, recente e remoto, dovrebbero almeno dirlo che si sono sbagliati; la seconda è che, fra le scelte sbagliate, ci sono anche quelle di stipulare i contratti derivati con le banche. Simili a scommesse questi contratti consistono in uno scambio di ipotesi di tassi di interessi fra banca e acquirente che dovrebbe produrre, apparentemente, una situazione di equilibrio fra le due parti e di rischi condivisi. In realtà, come molti analisti si sono preoccupati di dimostrare, questo equilibrio non c’è mai e la banca o intermediario che stipula il contratto riesce a riservare per sé un rischio molto minore di quello che si accolla l’altra parte, di solito un privato che vuole coprirsi dal rischio dell’aumento dei tassi o un ente pubblico che ha bisogno subito di denaro e che non vuole pagare alti tassi di interesse.

Che la cosa sia una mina vagante lo attesta adesso la Banca d’Italia che in una valutazione sulla situazione dei contratti derivati stipulati da privati e da enti pubblici italiani ha evidenziato che il valore del debito potenziale è salito dai circa 48 miliardi di euro dell’ultimo trimestre 2009 agli oltre 57 miliardi del primo trimestre 2010. In pratica chi volesse o dovesse disfarsi di questo contratto oggi pagherebbe una cifra molto più elevata di quella che avrebbe dovuto pagare nel 2009. Senza aver ricevuto nulla in cambio, ovviamente, soltanto per aver perso quella specie di scommessa che sono i derivati.

Banca d’Italia stima che la perdita potenziale per le amministrazioni pubbliche ammonti a 2,5 miliardi di euro, ma resta il dubbio, richiamato dagli analisti, che la perdita effettiva sia ben maggiore con la copertura di gestioni fuori bilancio o di altri meccanismi che occulterebbero un aggravio per i bilanci pubblici nettamente superiore. Anche se fossero “solo” 2,5 miliardi, però, già sarebbero troppi per le finanze locali.

Il fatto è che sembra che i derivati stipulati con le banche non risentano della discesa dei tassi di interesse e che il recupero delle perdite sia sempre molto più lento delle perdite stesse. Gli analisti parlano dell’effetto delle commissioni occulte caricate su questi contratti e di altri meccanismi che gravano sempre sugli stipulanti e non sulle banche. Ma che strano!

Che dire? È banale chiedere che sia fatta piena luce sulle disastrose scelte di centinaia di amministrazioni locali che adesso e per gli anni a venire saranno pagate a caro prezzo dai cittadini in termini di tasse e di tagli ai servizi? I responsabili potrebbero almeno avere la decenza di ammettere di aver sbagliato o la cosa rientra fra i segreti inconfessabili che troppi politici non vogliono rivelare?

A Roma, per esempio, c’è una richiesta di accesso agli atti ad opera di un’associazione di cittadini che vorrebbe conoscere il contenuto esatto dei contratti derivati nei quali è impegnato il comune. Purtroppo la richiesta non ha avuto esito positivo e l’associazione “Antigene” ha presentato un’esposto alla Procura della Repubblica ipotizzando il reato di truffa. E per questo è bastata la lettura della Relazione della Sezione Regionale per il Lazio della  Corte dei Conti    sul “ Controllo sulla gestione finanziaria del Comune di Roma per gli esercizi 2004 – 2007, con proiezione all’esercizio 2008 “- Parte  IV Contratti Derivati.

Tutto si basa, infatti, sulle informazioni contenute nella relazione della Corte dei Conti nella quale emerge la valutazione di rischi di esposizione per il Comune sul pagamento di flussi finanziari crescenti e senza alcun limite su “vere e proprie scommesse  allestite  sui bilanci pubblici”. Alla  Corte Dei Conti, in sintesi, “non pare che la complessa gestione delle operazioni di finanza derivata poste in essere dal Comune abbia rispettato gli obiettivi fissati dalla legge di riduzione del costo finale del debito e di riduzione dell’esposizione ai rischi di mercato”.

In pratica poco si sa sui vincoli contrattuali che tengono legato il Comune fino al 2050 e che potrebbero esporlo al pagamento di interessi altissimi mentre sembra mancare una specifica iniziativa  delle forze politiche di maggioranza e di opposizione in consiglio comunale per far luce su una simile situazione.

Che si tratti di una situazione piena di rischi sulla vita dei romani è evidente perché sicuramente i debiti e le perdite ricadranno sui bilanci comunali e qualcuno dovrà pagare il conto. E chi sarà? Ovviamente i contribuenti ignari della spericolatezza dei propri amministratori che tra, l’altro, possono cambiare ad ogni elezione. Ma i debiti restano. Per ora sembra che solo l’associazione Antigene e la Rete Romana del Mutuo Soccorso abbiano preso a cuore la cosa e si stiano adoperando per far luce, ma è auspicabile che altri si uniscano a questo sforzo.

Sarebbe bello se i bilanci pubblici fossero trasparenti e se le scelte dei politici che dirigono gli enti locali fossero assunte alla luce del sole e spiegate ai cittadini. Perché se non possono essere spiegate e sono tenute nascoste è già un indizio di pericolosità che deve allarmare.

Ecco la lezione da trarre da questa vicenda: i politici non siano ipocriti e dicano la verità sui loro errori e sui motivi per i quali si fanno certe scelte e non altre. E non ci vengano a fare la predica per farci digerire scelte che non sono mai oggettive, ma, appunto, scelte fra opzioni differenti.

E poi, qualche volta, siano chiamati a rispondere per le responsabilità che si sono assunti.

Claudio Lombardi

Referendum sull’acqua 1.401.000 firme: cosa dicono i cittadini (di Claudio Lombardi)

Il Comitato promotore del referendum per l’acqua pubblica ha depositato in cassazione 1.401.000 firme. Già questo dato è un fatto politico che dovrebbe far riflettere. Un comitato composto da tante associazioni e organizzazioni della società civile è riuscito a raccogliere il maggior numero di adesioni mai raggiunto per un referendum. Come si spiega? Cercando di capire, dal punto di vista di chi ha firmato, con molti timori e con il desiderio di affermare qualche punto fermo.

Piuttosto facile capire quali sono i timori che hanno mosso tanti cittadini a mettere la loro firma.

Timore che la gestione dell’acqua cada in mani private. Timore che questa gestione sia improntata (giustamente trattandosi di imprese private) ad esigenze di profitto. Timore che, pur rimanendo un bene pubblico però del tutto dipendente dalla sua estrazione e dalla sua erogazione, la gestione finisca per diventare simile al possesso. Timore di dover dipendere dalle regole e dalle tariffe fissate da imprese private. Timore che i poteri pubblici non sappiano e non vogliano limitare quelli dei privati nella gestione dell’acqua. Timore che la corruzione diffusa tra i politici faccia pagare ai cittadini, più di quanto già possa accadere oggi, il prezzo della collusione con le imprese private. Timore che la qualità, essendo un costo, non sia curata dai privati meglio di quanto si faccia adesso. Timore che un sistema vitale per la vita delle persone e per tutte le attività che si svolgono in un territorio sfugga al controllo di autorità sottoposte al controllo dei cittadini.

Se questi sembrano i timori principali non è difficile capire quali possano essere i punti fermi.

Da troppi anni si parla di servizi pubblici solo per denunciarne i costi a carico delle finanze pubbliche. Dai servizi idrici alla scuola alla sanità ai trasporti è tutto un coro che lamenta inefficienze e sprechi. Che ci sono sia chiaro, insieme alle ruberie nelle quali si trova impigliato sempre qualche politico magari in combutta con dipendenti pubblici infedeli e imprenditori privati senza scrupoli. Il fatto è che la soluzione principale che viene indicata o, meglio, invocata, per finirla con questo andazzo è sempre la privatizzazione e l’affidamento al mercato. In secondo piano vengono gli strumenti della regolazione (Autorità di settore che fissino regole e tariffe). In ultimo la partecipazione dei cittadini e la trasparenza. Ovviamente non sono gli stessi quelli che indicano queste tre soluzioni: la maggior parte si limita alla prima, qualcuno ricorre alla seconda e ben pochi alla terza.

Sembra evidente che i cittadini abbiano voluto dire, con le loro firme, che sono stufi di sentire parlare di servizi pubblici come un peso a carico delle finanze pubbliche che loro stessi alimentano. E magari quelli che ne parlano in questi termini poco hanno da dire sulle ruberie all’ombra della Protezione civile ed invocano la privacy a tutela delle associazioni a delinquere che rubano i soldi dello Stato !

Bisognerebbe smetterla con i mantra che si ripetono dal 1992 che mischiano esigenze giuste di apertura dei mercati con dogmi che affidano all’ingresso dei privati la soluzione di tutti i problemi. Per i servizi pubblici non si dovrebbe, forse, partire dalla ricerca di modelli e modalità di gestione efficienti e trasparenti, aperti alla partecipazione dei cittadini e fondati sul confronto con le esigenze che dovrebbero soddisfare ? non si dovrebbe mettere al centro l’onestà dei comportamenti e la responsabilità per le azioni che vengono compiute? Le cronache sono piene di notizie di indagine e inchieste sugli abusi che sono stati compiuti con la collusione fra chi dispone delle risorse pubbliche e detta le regole, chi ha il compito di controllare ed erogare le sanzioni e chi opera per il suo profitto. Perché mai la semplice privatizzazione dovrebbe porre termine a questi abusi? Eppure il Governo con la riforma dei servizi locali ha compiuto questo atto di fede: si venda il controllo, si facciano entrare i privati e….basta, non c’è altro. Ah sì, c’è anche la soppressione degli ATO che, per quanto carenti, rappresentavano, comunque, una autorità pubblica composta dagli enti locali che doveva vigilare su acqua e rifiuti. Via, tutto passa alle Regioni che, però, già hanno tanti compiti da svolgere e alle quali sono stati tagliati i finanziamenti dalla manovra. E poi sono anche più lontane dal territorio dove si svolge un servizio. Dunque quale è il disegno? Cosa dobbiamo capire?

Ecco perché il milione e 400mila firme dicono qualcosa di affermativo. Indicano la volontà che la questione servizi pubblici sia affrontata come uno dei compiti importanti che spettano allo Stato (centrale, regioni, comuni ecc) e che se si tratta di spendere ebbene si spenda: si tratta, in fin dei conti, di soldi dei cittadini che, magari, preferiscono un treno marciante e puntuale (e non lercio) ad un aereo militare di ultima generazione (in Germania hanno fatto così e tagliato molte spese militari). Per non parlare delle enormi quantità di soldi spesi dal Governo per gli appalti segreti della Protezione civile o di quelli per il Ponte di Messina.

Insomma non si tratta mai di impossibilità oggettiva, ma di scelte politiche. E se si dice che vanno tagliate le spese per il trasporto locale questa è una scelta non un comandamento.

I cittadini hanno voluto dire con le loro firme anche che sono stufi di essere presi in giro.

E il referendum è l’occasione per rimettere in discussione le scelte del Governo. Adesso bisogna lavorare perché abbia successo.

Claudio Lombardi

Autostrade: il gioco delle parti e i pasticci dei politici (di Claudio Lombardi)

Piccola riflessione sull’aumento del canone dovuto all’ANAS dai concessionari autostradali e sull’introduzione del pedaggio per le autostrade gestite dall’ANAS entrambi disposti dalla manovra del Governo. Il fine è, evidentemente, incrementare le entrate per l’ANAS senza alcun aggravio per il bilancio dello Stato. La modalità di realizzazione è l’aumento dei pedaggi autostradali e l’introduzione dei pedaggi dove, finora, non c’erano (Grande Raccordo Anulare di Roma, per esempio) entrambi pagati, ovviamente, da chi utilizza queste strade. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non per il fatto che si impone agli utenti di pagare qualcosa in più per un servizio del quale, molto spesso, non si può fare a meno.

Si può, quindi, inserire la misura disposta dalla manovra del Governo sotto la voce “aumenti di tariffe”. Non si tratta di un prelievo fiscale in senso stretto, ma un po’ ci si avvicina dato che gli spostamenti con mezzi privati totalizzano una percentuale nettamente maggioritaria rispetto a quelli con mezzi pubblici. In una città come Roma, ad esempio, far pagare la percorrenza sul GRA e sull’Autostrada per l’aeroporto di Fiumicino significa colpire una bella fetta di utenti “pendolari” che vengono a Roma per lavorare o che dalla città si spostano per lo stesso motivo. Considerando che lo stato del trasporto pubblico, ferroviario e su gomma, non è, spesso, una valida alternativa e che i tagli che colpiscono enti locali e regioni incideranno molto su questo settore non sembra strano che l’aumento dei pedaggi sia percepito come una nuova tassa.

C’è, però, un aspetto particolare da non trascurare e riguarda i pedaggi autostradali.

Nel presentare l’ultima relazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il Presidente Catricalà, denunciava che “in campo autostradale concessioni a scadenza lontana, associate alla debolezza strutturale della vigilanza, pregiudicano l’affermazione della concorrenza.”

Traducendo dal linguaggio misurato del Presidente dell’antitrust ciò significa che gli utenti pagano più di quanto dovrebbero grazie ad un sistema di regolazione debole.

Nel caso delle autostrade e della Società Autostrade per l’Italia, in particolare, bisogna ricordare che la legge 101 del 2008 ha approvato le convenzioni relative alle concessioni autostradali e lo ha fatto interrompendo una procedura preparatoria complessa, ma necessaria per definire schemi di riferimento e linee guida appropriate. Nel caso di Autostrade per l’Italia, il maggiore concessionario esistente, la convenzione approvata con legge stabiliva una durata di circa 35 anni con regole predefinite per stabilire le tariffe per l’intero periodo. Ecco a cosa si riferiva Catricalà nel suo discorso.

Dovrebbe essere evidente che una regolazione che dura per più di 30 anni e stabilisce incrementi tariffari costanti e non prevede un frazionamento temporale per verificare e modificare i patti tra società concessionaria e Stato non va bene e non fa certo l’interesse degli utenti che, in questo caso, non hanno alcuna possibilità di far pesare il loro parere. Veramente non ce l’avrebbero nemmeno se la regolazione tariffaria e della qualità del servizio durasse 5 anni, ma le cose potrebbero cambiare e la loro valutazione potrebbe essere inserita fra i requisiti per procedere alla regolazione.
Con quasi 35 anni di durata, come è stabilito dalla legge 101/2008, questa possibilità non esiste.

Ecco perché “l’affare” autostrade è un gigantesco meccanismo per far guadagnare ad Autostrade per l’Italia S.p.A. tanti soldi senza verifiche, controlli e ridiscussioni varie. E questo grazie ad una legge che ha bloccato gli organismi tecnici che non avranno più voce in capitolo fino al 2038.

Tra l’altro esistono valutazioni da parte di chi si occupa di regolazione e di autostrade in particolare che dicono che le tariffe pagate oggi ancora incorporano i costi dell’investimento iniziale di quando le autostrade furono costruite e questo perché, semplicemente, da allora non sono mai diminuite. In pratica è come se gli utenti pagassero un mutuo che non finisce mai.

Qualcuno potrebbe dire che le autostrade sono state vendute dallo Stato e pagate dagli acquirenti che adesso riscuotono le tariffe e pagano i canoni di concessione. Certo, ma ci sono tecnici che si sono presi la briga di studiare i numeri e hanno concluso che le società che gestiscono le autostrade, pur avendole pagate e dovendole gestire, ci guadagnano lo stesso un mucchio di soldi e questo grazie al “mutuo che non finisce mai”.

Ecco perché pesa una convenzione approvata con legge che dura più di 30 anni.

Ed ecco perché anche il piccolo aumento deciso con la manovra del Governo da’ fastidio.

Per finire bisogna pensare che vendere, di fatto, la rete autostradale non era l’unica soluzione possibile per chi aveva deciso la privatizzazione. Ce n’era un’altra: il mantenimento della proprietà della rete e l’affidamento in concessione con gare pubbliche e per singole tratte alle migliori aziende di gestione. Ci avrebbero guadagnato lo stesso, ma almeno il controllo sarebbe rimasto nelle mani pubbliche e la concorrenza tra gestori ci sarebbe stata.

Alla fine i politici (di entrambi gli schieramenti oggi in Parlamento) hanno deciso, ma chi ci ha guadagnato? E quali problemi sono stati risolti?

Claudio Lombardi

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