Parentopoli, a Roma come in Italia quasi una regola (di Roberto Ceccarelli)
Le inchieste aperte dalla Procura di Roma e dalla Corte dei Conti sulla parentopoli capitolina, inerenti le assunzioni a chiamata diretta nelle aziende municipalizzate di Roma ( 850 all’Atac, 1400 all’Ama con probabile estensione ad altri 600 dell’Acea), impone una riflessione sul sistema delle aziende partecipate dagli enti pubblici e sul loro metodo di reclutamento.
Si tratta di un vecchio problema. Ogni italiano sa che il miglior ufficio di collocamento sono gli uomini politici, sia nel settore pubblico che in quello dei servizi e, persino, in quello privato. Anche le assunzioni di parenti nelle aziende municipali o nel vecchio parastato, come avveniva nella Prima Repubblica, non rappresentano una novità, ma sono invece l’espressione di una certa cultura diffusa in questo Paese.
Nella storia della Repubblica italiana l’assunzione di parenti presso Enti e aziende come la Rai, le Banche, le Università, l’Eni, la vecchia Alitalia e la Telecom, così come nelle vecchie aziende municipalizzate, sono divenute una norma a volte pure messa nero su bianco. Perfino la Banca d’Italia riconosce al figlio di un dipendente, a parità di valutazione, un diritto in più, rispetto a chi non ha un genitore impiegato presso la Banca.
Nella vicenda romana a colpire è il numero elevato di persone assunte a chiamata diretta, soprattutto in un periodo in cui la crisi economica costringe, in generale, alla chiusura di aziende e al taglio di posti di lavoro. Nel caso delle aziende romane coinvolte si aggiunge una situazione disastrosa dei bilanci che fa presagire la necessità di grossi sforzi per il risanamento e che avrebbe dovuto imporre un minimo di rigore nella gestione corrente.
Per queste ragioni sembra un vero e proprio atto di arroganza, che offende i disoccupati ed i precari che continuano a lavorare per pochi soldi, senza continuità e senza una prospettiva per il futuro; che offende coloro che proseguono a fare i sempre più rari concorsi pubblici, fidandosi ancora del settore pubblico e ben sapendo che le speranze di vincerlo sono davvero poche.
Nel caso delle aziende romane questa fiducia è stata tradita e né il blocco delle assunzioni, né la legge che impone il concorso pubblico, né lo stato disastroso dei bilanci hanno potuto nulla contro la protervia di chi pensa di disporre del bene pubblico.
Sicuramente, però, quando si arriva a questo punto siamo di fronte ad un problema di sistema che non garantisce più imparzialità e trasparenza, allora si deve cambiare cercando di introdurre un modello di accesso al pubblico impiego uguale per tutti (Pubblica amministrazione, Società ed Enti Pubblici) come previsto dalla Riforma Brunetta, cercando di premiare i più meritevoli per capacità e non solo per nascita o per appartenenza partitica o di gruppo. Ciò vale anche nel caso delle aziende di proprietà pubblica o che dipendono dall’esercizio di un servizio pubblico al riparo del quale le aziende, o, meglio, i manager e i responsabili politici, non pagano mai le conseguenze del loro operato. E tutto ciò nella più assoluta irresponsabilità salvo il provvidenziale intervento della magistratura costretta a tappare i buchi di amministrazioni pubbliche locali spesso inefficienti a causa della cattiva gestione.
Ovviamente nel caso in cui la magistratura accertasse irregolarità, chi ha commesso errori deve assumersi le sue responsabilità e possibilmente senza proclamarsi vittima di complotti.
Oggi, però e subito, si deve rivedere il sistema di reclutamento che è alla base di una pubblica amministrazione e di servizi efficienti e trasparenti. Servono selezioni più efficaci, più attente ad individuare le capacità dei candidati e non solo la parte nozionistica, devono essere organizzati su base regionale per tutte le categorie, con graduatorie ad esaurimento, dalle quali Enti, Società e Pubbliche amministrazioni possano attingere per assumere nuovo personale. Questo metodo garantirebbe una riduzione dei costi per le Pubbliche Amministrazioni, maggiore imparzialità e personale più preparato e probabilmente una P.A. più efficiente. Infine, come tutti i cambiamenti, serve una spinta culturale che porti a considerare i beni pubblici al servizio di tutti e non solo di un’oligarchia, questo compito spetta alla parte più responsabile del Paese che deve riuscire ad intervenire sulla mentalità degli italiani che frena lo sviluppo dell’Italia.
Roberto Ceccarelli

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