Parla Mario Monicelli: la speranza è una trappola. Il testo dell’ultima intervista

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Mario Monicelli trasmessa durante RAIperunanotte di Michele Santoro  il 26 marzo 2010. Pensiamo che l’impegno di tanti italiani che vogliono essere cittadini attivi potrà cambiare di molto i giudizi contenuti nell’intervista dando spazio all’unica rivoluzione possibile e utile: la rivoluzione civica che metta il cittadino al centro dello Stato.

Domanda: gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono poco coraggiosi

Monicelli: sì, lo sono sempre stati. Sono stati 20 anni sotto un governo fascista ridicolo con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato: ci ha dato un “impero”, ci ha mandato le “falangi romane” lungo via dell’impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti perché c’era uno che guidava lui, pensava lui: Mussolini ha sempre ragione! Lasciamolo lavorare! Tutti stavano buoni e zitti.

Domanda: gli italiani di allora somigliano anche agli italiani di adesso?

Monicelli: sì perché hanno detto: vedi c’è questo grande imprenditore, c’è questo imprenditore che ha detto: lasciatemi governare, votatemi perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari.
Benissimo! Hai voglia! E avanti! Sono 15 anni che tutti quanti aspettano, che credono. Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro e poi se va bene va bene, se va male poi l’impiccano a testa sotto. Questo è l’italiano.

Domanda: quindi il ritratto di Gassman e Sordi nella grande guerra non è tanto distante dai ritratti degli italiani che abbiamo a fianco in questo periodo.

Monicelli: sì, in un certo senso sì, però avevano una loro spinta personale, un orgoglio, una dignità della persona che noi abbiamo perso completamente. Ormai nessuno si dimette; tutti pronti a chinare il capo pur di mantenere il posto, di guadagnare; a sopraffarci, a intrallazzare. Uno la prima cosa che fa è di mettersi d’accordo con un altro per superare le difficoltà. Non c’è nessuna dignità da nessuna parte, perciò sto parlando. È proprio la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via, non so da che cosa, non so da chi o, meglio, io lo saprei, ma lasciamo andare…

Domanda: non sento speranza nelle sue parole

Monicelli: la speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio…state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e…stanno tutti buoni. Mai avere speranza ! la speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda.

Domanda: e come finisce questo film Maestro?

Monicelli: come finisce non lo so. Io spero che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Sono 300 ani che è schiavo di tutti e, quindi, se vuole riscattarsi…il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche dei sacrifici, sennò vadano in malora, come già stano andando da tre generazioni

 

3 commenti

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  • AUTOEUTANASIA
    Non chiamatelo suicidio. Monicelli non si è suicidato, si è “autoeutanizzato”. Cosa altro aggiungere, per quello che hanno accennato le cronache, nella storia di questo grandioso novantacinquenne, ricoverato in ospedale con un tumore terminale alla prostata, invalido, non più autosufficiente, ad un passo dalla morte naturale, probabilmente con la testa ancora funzionante ma con il cuore spezzato dalla malattia? Cosa altro aggiungere se non che Mario – prima di dover richiedere ad altri qualcosa che non avrebbe mai immaginato di dover chiedere, e senza avere idea se questi altri sarebbero stati o meno capaci di farlo – ha deciso di mettere in atto questo qualcosa direttamente lui, prima che le gambe glielo avessero definitivamente impedito? Era depresso? Forse più che depresso, direi debilitato, consunto, addolorato, e forse solo. Ecco, solo. Come ti riduce una malattia e talvolta come ti imprigiona anche una vecchiaia, sebbene intrisa di pochi stenti. Nel mio quartiere, a Statuario (Roma sud) Antonia ha 101 anni. Su You Tube c’è il video del suo compleanno centenario. Antonia oggi sta bene, dice che vuole ancora vivere. Ha delle speranze. Se venissi a sapere che si è data alla morte, ecco, quella morte la chiamerei suicidio. Ma quello di Monicelli, no. Non è un suicidio. Il problema è perciò diverso. E come al solito, su questo argomento ho più dubbi che risposte. Ancora devo convincermi se l’eutanasia sia “un bene o un male”, ed ecco che mi si presenta questa novità dell’autoeutanasia. E allora, Monicelli avrà fatto bene a decidere, lui solo, della propria esistenza o era giusto attendere che fosse Iddio a decidere il giusto momento della sua fine? Chissà. L’unica consolazione e che “quel rapido cader dal quinto piano”, quel pur brevissimo viaggio, non potrà essere burocraticamente catalogato da nessun Welby-fan come “una dolce morte”.

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