Parlamento, ultima chiamata (di Fondazionetica)

Il dibattito politico di queste settimane ha del surreale. Lo abbiamo lasciato alla vigilia della pausa estiva incantato sull’affermazione che nulla, dopo Monti, sarebbe stato come prima; lo ritroviamo adesso che, invece, tutto è come prima.

I partiti litigano e, quel che è peggio, litigano sul niente. Il massimo della concretezza, per loro, è contendersi l’agenda Monti per la prossima legislatura. Insomma, un dibattito vuoto, giorni e giorni persi a battibeccare: un partito con l’altro e, ancor più ferocemente, un partito con se stesso.

Uno spettacolo che sarebbe patetico se non fosse scandaloso. Lo è sempre stato, ma ora il precipizio sul quale siamo lo rende non più tollerabile. Impensabile rimandare tutto alle prossime elezioni, come molti vorrebbero: la gravità del momento rende ogni mese cruciale.

Cominciamo, allora, a pretendere che questi politici, fino a quando siederanno in Parlamento, facciano quello che istituzionalmente hanno il dovere di fare. Non è colpa solo dei tecnici se il disco si è interrotto sul rigore, perché è dal Parlamento, prima ancora che dal Governo, che ci dovremmo aspettare un diluvio di proposte concrete su crescita ed equità.

Al contrario, i partiti sembrano già tutti proiettati nei calcoli elettorali, concentrati nella stesura di programmi per il 2013 ma evasivi sul cosa fare adesso: su lavoro, sanità, legge elettorale, e mille altri temi. Ogni scelta, infatti, è, per sua stessa natura, fonte di consensi, ma anche di dissensi: si accontentano alcuni e si scontentano altri. Per questo, i partiti preferiscono evitare: non decidono, non scelgono, dandosi reciprocamente colpa dei ritardi in aula o in commissione.

Sembrano aver rimosso il fatto che il count down per loro è già cominciato e corre inesorabilmente. Smettano di scrivere manifesti pieni di belle parole, che nessuno leggerà: i cittadini leggeranno solo le uniche parole che contano, quelle scritte nero su bianco con le norme approvate da ora alle prossime elezioni.

A essere realisti, è difficile credere che questa classe politica cambi all’improvviso, che smetta di parlare del cosa fare domani e lo faccia oggi. E infatti il sussulto di dignità che le chiediamo non è un appello alla sua buona volontà – nella quale poco o nulla crediamo – ma un richiamo al suo mero istinto di sopravvivenza. Che è, forse, l’unica dote che ha sempre dimostrato di avere.

Se non vogliono essere spazzati via dal voto dei giovani, dei disoccupati, dei non autosufficienti, delle famiglie e di tutti i dimenticati dalle attenzioni di questo Parlamento, facciano in fretta e ruotino a 360 gradi il timone della loro agenda politica. Dimostrino di saper essere all’altezza del loro mandato elettorale almeno in questi ultimi scorci di legislatura. Il voto ne sarà solo la naturale conseguenza.

Da www.fondazionetica.it

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