Passate le elezioni che succede in Europa? (di Salvatore Sinagra)

presidente commissione UELe elezioni del 25 maggio ormai ci sono state e hanno avuto esiti abbastanza scontati: il partito popolare europeo (PPE) è ancora la prima forza del parlamento con oltre 210 seggi; il partito del socialismo europeo (PSE) la seconda con poco meno di 200 seggi. Ciò significa che i primi due “partiti”, entrambi non euroscettici continuano ad avere insieme ben oltre il 50% dei seggi; le componenti euroscettiche sono cresciute per numero di rappresentanti ed hanno riportato grandissimi risultati soprattutto in Gran Bretagna, dove ha trionfato con il 27% il partito dell’indipendenza della Gran Bretagna (UKIP) ed in Francia dove con il 25% il Front National di Marine Le Pen è stato il partito più votato. E’ ragionevole ritenere che i più significativi effetti di tali risultati si manifesteranno sul piano nazionale con una maggiore “sensibilità” ai temi che hanno portato tanti voti agli euroscettici (sicurezza, immigrazione, politiche economiche e protezionismo).

A Bruxelles invece c’è il rischio che cambi ben poco: Cameron e Merkel infatti sembra che non vogliano prendere atto della novità di queste elezioni tanto sbandierata in campagna elettorale e cioè il collegamento tra il risultato elettorale e l’indicazione del presidente della Commissione. Sicuramente per David Cameron conta anche molto che il leader dei popolari, Jean Claude Juncker, appaia troppo federalista agli occhi degli euroscettici britannici e Cameron vuol dimostrare, impedendo al leader del partito più votato di divenire presidente della Commissione di essere capace di bloccare ulteriori passi avanti dell’Unione.

accordo partiti europeiComunque il trattato stabilisce che sia il Consiglio, ovvero il vertice dei capi di governo dell’UE a scegliere il presidente della Commissione e che il presidente e la sua commissione debbano essere “approvati” dal Parlamento Europeo (una “sorta di voto di fiducia”). A questo si aggiunge il trattato di Lisbona con il quale si è stabilito che la scelta del presidente della Commissione venga effettuata dal Consiglio “tenendo conto” del risultato delle elezioni europee. Il che non implica l’automatico diritto del candidato del partito più votato di essere nominato presidente della Commissione.

Ancora una volta, dati i numeri usciti dalle elezioni e salvo sorprese clamorose (accordi tra una delle forze maggiori come PPE e PSE e alcune delle forze minori euroscettici compresi), si andrà alla formazione di una Commissione “di larghe intese” con i voti di popolari, socialisti e liberali.

Comunque problemi nascono anche dalla composizione dei principali partiti. Il PPE, oggi appare più che un partito transnazionale un cartello che raccoglie un po’ di tutto compresi leader impresentabili come Berlusconi o autoritari come Orbàn. Ma il PPE tiene tutto perché dei seggi di Forza Italia e degli ungheresi di FIDESZ ha bisogno altrimenti perderebbe la posizione di primo partito.

scelta elettori europeiAnche Angela Merkel ha cercato di sabotare il processo di “politicizzazione” della Commissione ponendo il veto sulla possibilità di un accordo tra i governi per rispettare le indicazioni del voto europeo (il che in realtà è suggerito nei trattati).

Ovviamente a voler pensare male si rischia di indovinare che Angela Merkel non voglia alla presidenza della Commissione una figura di “peso” politico che potrebbe competere con lei o metterla in difficoltà. E questo persino se si tratta di nominare il candidato scelto dal PPE, Juncker (tra l’altro un difensore strenuo della politica dell’austerità).

Dunque non ci sono alternative politiche all’accordo tra PSE e PPE e per di più, per i partiti che hanno fatto la campagna elettorale intorno ai nomi dei candidati alla presidenza della Commissione, non è nemmeno facile cambiare nome ad elezioni fatte. Rispettare la volontà degli elettori rende oggi molto difficile la scelta di un nome diverso da quello di Juncker (o da uno degli altri candidati alla presidenza).

Il nome del presidente però non è tutto perché se si deve fare un accordo bisognerà stipulare un patto di coalizione che, a quel punto, non potrà che fondarsi su una nuova politica economica e su una svolta istituzionale. Più che l’accordo tra i governi conterà, quindi, l’accordo politico tra i partiti europei. Una novità non da poco contro cui si scaglierà certamente Cameron che coglierà subito il punto della politicizzazione dell’Unione Europea che la Gran Bretagna assolutamente non vuole. Se dovessero decidere di “tirarsi fuori” dal progetto europeo per questo motivo ce ne faremo una ragione perché saranno loro a trovarsi isolati.

Salvatore Sinagra

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