Piano casa Lazio: un pessimo esempio

La preoccupazione di rilanciare le attività produttive non dovrebbe essere usata per scatenare l’assalto a criteri di buonsenso e a vincoli messi a garanzia dell’interesse generale. Purtroppo sembra questo il caso del Piano casa in discussione al Consiglio regionale del Lazio.

Secondo un vasto fronte di comitati e associazioni che stanno organizzando la protesta il Piano casa Zingaretti non è altro che una riedizione del Piano Polverini perlomeno nella parte già bloccata, a suo tempo, da un ricorso alla Corte Costituzionale.

Comunque parliamo di Roma che della regione Lazio è il “pezzo forte” ed è la città alla quale si guarda per qualunque decisione. Ebbene a Roma, nel corso degli ultimi quindici anni, si sono moltiplicati gli insediamenti abitativi con il solito trucchetto “servizi in cambio di palazzi” che per i più svariati motivi finisce sempre per diventare “palazzi prima e servizi poi (se ci pensa il comune)”. Per questo un piano casa che consentiva ampliamenti di tutti i tipi non poteva andar bene e doveva essere riportato ad un criterio di razionale programmazione del territorio.

È quello che ci si aspettava dal piano casa Zingaretti. Aspettativa mal riposta dato che la possibilità di derogare agli strumenti urbanistici comunali resta il perno di una normativa che, ossessionata dal rilancio dell’edilizia, sembra voler travolgere ogni regola. Cambi di destinazione e aumenti di cubature non solo per i progetti in corso, ma anche per quelli che ancora devono partire.

Ma per farci che? Appartamenti e negozi ovviamente. Ma come? C’è la crisi, appartamenti e negozi abbondano e restano invenduti (o chiudono) e si fa un piano casa per inzeppare ancora di più la città di altri appartamenti e locali commerciali?

Se l’intenzione fosse quella di rilanciare l’economia allora bisognerebbe guardare anche oltre l’edilizia. Non si comprende, infatti, quale sia il senso economico di costruire altri palazzi e centri commerciali senza servizi in una Roma già soffocata dal traffico e dai tagli alla spesa pubblica. Oltre la capitale, comunque, non è che il Lazio stia tanto meglio e attenda con ansia di poter spargere costruzioni ovunque.

Roma è una città che avrebbe bisogno di far vivere meglio cittadini e turisti perché il turismo dovrebbe essere la prima industria romana. Se le istituzioni fossero lungimiranti e non oppresse dagli interessi dei “palazzinari” (seppur arricchiti e progrediti) capirebbero che la valorizzazione dei parchi archeologici (dai Fori, all’Appia antica, agli acquedotti) già da sola potrebbe diventare un volano di attività redditizie.

I romani hanno dimostrato negli ultimi anni di essere molto sensibili alla qualità dell’offerta culturale e ricreativa, ma anche commerciale di qualità (Eataly). Perché non emanciparsi dal controllo dei “palazzinari” e cercare di indurre uno sviluppo che punti in alto nell’interesse dei romani innanzitutto?

Già, perché? Solo il fatto che dopo i vari “sacchi di Roma” stiamo ancora qui a chiedercelo indica che il problema è una parte della classe politica romana e laziale che, evidentemente, non riesce e non vuole emanciparsi. Non sarebbe meglio metterla da parte?

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