Privato e pubblico: crociate e ipocrisia

Non si spegne mai il dibattito sulle privatizzazioni. Da una trentina d’anni ci accompagna con concetti retorici e illusioni che ci hanno stufato.

L’intervento pubblico in economia è non necessario, di più: è necessarissimo ed è pura ipocrisia lanciargli crociate contro destinate a schiantarsi alla prima vera crisi di sistema. Negli Usa lo Stato (negli Usa non a Cuba o in Corea del nord) ha comprato case automobilistiche, ha sovvenzionato banche senza risparmiare dollari, ma mettendocene miliardi. È vero, in gran parte sono rientrati con gli interessi perché lì la classe dirigente è una cosa seria, ma comunque i soldi lo Stato ce li ha messi.

Da noi, invece, si confonde in un unico discorso un po’ di tutto in modo da intorbidare le acque e non cambiare nulla. Così sotto il termine privatizzazione ci si mette l’ENI che è un’impresa gigantesca e strategica e le farmacie comunali di Roma che giustamente il sindaco Marino annuncia di voler vendere.

Già perché a Roma ci sono ben 44 farmacie comunali raccolte sotto la sigla FARMACAP che perdono ben 10 milioni di euro e Marino si domanda che senso possa avere nel 2014 la proprietà pubblica di 44 farmacie, in perdita. Ci si potrebbe domandare anche che senso possano avere venti società figlie della superpubblica AMA o le altre decine che fanno parte della galassia delle società di proprietà del comune (e aggiungiamo della Provincia e della Regione).

Proviamo ad ipotizzare. Dunque: decine di società = decine di consigli di amministrazione = centinaia, migliaia di posti di lavoro = tanti soldi da gestire = tanto potere dei politici da cui dipendono le nomine ai vertici delle società. La storia ci dice che è questa la catena di equivalenze giusta, ma, ovviamente, ci sarà sempre qualcuno che strillerà contro la privatizzazione e a favore della proprietà pubblica. Per esempio ora si scopre che i controllori del bilancio di ACEA (collegio dei sindaci) prendono più del doppio dei compensi dei loro colleghi in società di quel tipo. Da 91mila euro l’anno ad oltre 200mila. VIVA la proprietà pubblica! Ecco a cosa serve.

Guardate, se non ci fossero la storia e le cronache giudiziarie, potremmo anche cascare nella trappola retorica del “tutto pubblico”. Ma QUI e ORA lasciateci dire che o si tratta di ingenuità o di imbroglio di chi si cura del suo interesse (personale o di partito è lo stesso) a spese nostre e noi non vogliamo ascoltarli più

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