A proposito di aiuti all’Africa

sviluppo Africa

Aiuti all’Africa? C’è anche chi non li vuole. Dambisa Moyo per esempio. Vediamo come e perché seguendo la traccia di un recente articolo di Eugenio Occorsio su Affari e finanza di Repubblica. Intanto occorre sapere chi è Dambisa Moyo. Nata nello Zambia (ex Rhodesia uno degli stati più razzisti del mondo all’epoca) nel 1969 è riuscita a studiare (grazie alle borse di studio) prima all’American University di Washington, quindi ha preso il master in Public Affairs ad Harvard, infine il PhD in economia ad Oxford. Oggi è uno degli economisti più considerati e stimati al mondo. L’intervista che segue è stata fatta in occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio.

dambisa moyoIl problema numero uno, che ho voluto richiamare anche in quest’occasione è la crescita. Più ancora della salute, del riscaldamento globale, del terrorismo. È quello che sta alla base: dove c’è sviluppo, miglioramento dei redditi e delle condizioni individuali, c’è miglior tutela della salute e minor brodo di coltura per il terrorismo “. Il mondo occidentale cresce troppo al di sotto del potenziale, dice Dambisa. Quanto ai Paesi emergenti, africani e no, dovrebbero registrare un tasso di sviluppo almeno del 7% per potersi riscattare e migliorare concretamente il reddito della popolazione. Invece sono tutti sotto tale livello, specie in Africa. “Il risultato è che si acuiscono ingiustizie, diseguaglianze, fasce di povertà. E non si riesce ad uscire da una condizione di diffusa povertà, che in alcuni casi si aggrava anno dopo anno con tutte le conseguenze del caso”. Dambisa pubblicò nel 2009 un libro, Dead Aid (aiuto mortale) e oggi torna sull’argomento. “Gli aiuti occidentali all’Africa hanno avuto il solo effetto di trasformare una terra già povera in una ancora più povera. povertà africaQuasi il 40% degli africani vive con meno di un dollaro al giorno, vent’anni fa la percentuale era la metà “. Parlando della sua scelta di vivere e lavorare all’estero pone la questione del mancato sviluppo del suo Paese. ” Tutto questo è dovuto alla cornucopia di elemosine con cui il mondo industrializzato ha tenuto al laccio l’Africa. “Le celebrities , Bono, Bob Geldorf, Angelina Jolie, Madonna, si sono fatte pubblicità a spese dell’ Africa. E avevano la pretesa di andare a parlare a nome dei Paesi africani nelle sedi internazionali, quando ognuno di questi Paesi ha un suo governo che dovrebbe essere legittimato ad esprimere le istanze di chi rappresenta”. Questa impostazione trasmette un messaggio “eternamente negativo: l’ Africa sarebbe solo un continente di guerre, malattie, sciagure di ogni tipo. Invece qualcosa di positivo comincia ad accadere. Ci sono casi di veri e propri miracoli economici. Finché i fondi affluivano tramite gli “aiuti” erano la vera sciagura dell’ Africa. Spesso finanziavano solo dittatori spietati armavano eserciti sanguinari, diventati ancora più pericolosi con l’espansione a sud del Sahara del fondamentalismo jiadhista, dalla Nigeria al Mali, dal Niger al Camerun”. Ora, faticosamente, qualcosa sta cambiando, ma comunque una politica di cooperazione razionale e mirata è cruciale. Sugli aiuti all’Africa il pensiero di Dambisa Moyo è netto cooperazione allo sviluppoNegli ultimi 60 anni sono stati erogati sussidi per oltre mille miliardi di dollari. E sono serviti a migliorare le condizioni di vita del continente solo in minima parte. Anzi, la situazione è peggiorata e in alcuni casi affondata. E questo è tanto più irritante se si pensa che il 60% degli africani, che sono più di un miliardo di persone, ha meno di 24 anni. È una gioventù immensa, che sarebbe piena di entusiasmi, di voglia di fare, di attivismo. E invece è calata in una realtà avvilente. Dove invece è stato adottato un modello cooperativo, paritario, coinvolgente, la situazione è nettamente migliorata. Gli aiuti a pioggia, significano solo sottrarre risorse dalle tasche dei poveri nei paesi ricchi per infilarli in quelle dei ricchi nei paesi poveri“. La via percorribile, secondo Dambisa, è un contributo reale e condiviso allo sviluppo sotto forma di cofinanziamenti a investimenti produttivi, infrastrutturali, di miglioramento delle condizioni di vita. “Pur con alcuni limiti, la formula adottata dai cinesi, che vengono a investire sul luogo per creare stabilimenti produttivi e coltivazioni gestite in comune, è la migliore“. Secondo Dambisa la Cina “esprime una via alternativa allo sviluppo, basata sull’economia statale centralizzata, che oggi ha miglior successo di quella americana fondata sugli investimenti privati. Almeno agli occhi dei cittadini dei Paesi in via di sviluppo, maggioranza della popolazione mondiale, disposti ad accettare qualche deficit di democrazia pur di avere un tetto sulla testa. E poi in Cina le diseguaglianze stanno riducendosi anziché approfondirsi”. Il capitalismo è un buon sistema per garantire lo sviluppo, “però andrebbe temperato in tanti aspetti magari prendendo a prestito qualche elemento dalle economie socialiste. “La democrazia è ovviamente una buona cosa e ha migliorato la produttività, gli standard di vita, la condizioni di reddito in occidente. Ma non bisogna ideologicamente pensare che il liberismo economico sia l’unica via, occorre cooperare con gli altri modelli vincenti come quello cinese: l’aiuto di Pechino allo sviluppo dell’Africa non va sottovalutato”

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