Quale crisi per l’Italia? (di Claudio Lombardi)

Alcuni tremano, adesso che la crisi si è fatta seria e ha dimostrato di durare più del previsto. Si dice che la speculazione, dopo aver attaccato la Grecia e l’Irlanda, stia puntando verso Portogallo, Spagna e poi Italia. La speculazione? E cos’è? Ovviamente non si può credere che esista una banda che decide, di volta in volta, i suoi piani di attacco.
Si sta prendendo coscienza, anche nell’opinione pubblica, che sono le debolezze strutturali dei vari Stati ad attirare quelli che per mestiere le sfruttano per accrescere i loro capitali.
Così viene fuori che i Paesi sotto scacco hanno le loro responsabilità: vuoi per aver lasciato mano libera alle banche che si sono buttate sulla cosiddetta finanza creativa ossia quella che inventa valori che non esistono nella realtà costruendo un gigantesco intreccio di scommesse in genere basate su crediti di dubbia esigibilità (i famosi mutui subprime); vuoi per aver dato totale garanzia statale alle operazioni finanziarie delle banche; vuoi per aver lasciato crescere debiti pubblici colossali insieme a stati spreconi e inefficienti.

Ora si dice che i vecchi parametri dell’Unione Europea (entità del debito pubblico, rapporto deficit/PIL) non sono sufficienti e se ne introducono altri per tirar fuori la sostanza degli equilibri finanziari e patrimoniali di ogni nazione. Da questi nuovi calcoli escono fuori non poche sorprese. La più vicina al nostro interesse è che l’Italia non sta messa tanto male. Perché?

I nuovi parametri guardano al debito pubblico in mani estere, al rapporto fra debito pubblico totale e ricchezza finanziaria delle famiglie e a quello che comprende anche la ricchezza immobiliare, alla consistenza dei debiti delle famiglie, alla ricchezza media delle famiglie e al bilancio primario (entrate correnti meno spese correnti interessi esclusi).

Secondo questi nuovi parametri l’Italia risulta essere più vicina alla Francia e alla Germania che alla Grecia e all’Irlanda. Ovviamente ha un debito pubblico che ora si avvicina al 120% del PIL mentre, negli anni della virtù quando entrammo nell’euro, era molto più basso.

Dire, come fanno gli economisti che valutano i nuovi parametri, che l’entità che conta non è l’ammontare dal debito pubblico bensì il totale pubblico+privato e che non preoccupa la quota di debito pubblico collocata all’estero (quella che può essere manovrata dagli speculatori) perché la ricchezza finanziaria delle famiglie sarebbe di gran lunga superiore, equivale a dire che tutti gli italiani garantiscono con i loro risparmi e le loro case il debito pubblico dello Stato.
Formalmente e teoricamente corretto, disastroso se preso sul serio.

Ciò che preoccupa dell’Italia sta in altri valori numerici e poi nella constatazione di fatto di come si vive nel nostro Paese.

Un valore numerico è quello della spesa pubblica che è cresciuta del 45% dal 2000 al 2009 (dati Banca d’Italia) e questo a fronte di un incremento dei prezzi di molto inferiore alla metà. Si potrebbe dire: è l’effetto della crisi che ha richiesto un maggiore impegno degli Stati.
No, perché nel 2003 l’aumento della spesa pubblica è stato del 9% e non c’era nessuna crisi. E nel 2006 è stato del 5,34% e la crisi doveva ancora iniziare.

Ma di che tipo di spesa si trattava? A parte le varie prime pietre del Ponte sullo stretto e di simili opere che pure hanno avuto il loro peso (anche perché sono soldi regalati ad affaristi e speculatori e non producono sviluppo economico), si è trattato di un grosso aumento per l’acquisto di beni e servizi (+59%) proprio la voce che rientra maggiormente nel controllo esercitato dalla politica.

Un altro numero che guida alla comprensione è quello dell’evasione fiscale che il Centro studi di Confindustria ha recentemente quantificato in circa 120 miliardi di euro.

L’ultimo numero è quello che indica la crescita dell’economia cioè del PIL che vale quello che vale dato che non dice se il Paese sta bene oppure no, però è pur sempre un indicatore. Ebbene la crescita del PIL ci dice che l’Italia è indietro rispetto agli altri Paesi europei con economie dello stesso livello. Perché? Forse perché l’Italia non ha un’amministrazione pubblica efficiente ed impermeabile alla corruzione come quelle della Francia e della Germania? O forse perché non si è riusciti a praticare politiche dedicate alla ricerca e all’innovazione sulla base di un sistema formativo efficace? O ancora, forse perché la spesa pubblica improduttiva unita alla corruzione dilagante più volte denunciata dalla Corte dei Conti (quantificata in decine di miliardi di euro) e alle azioni delle cricche di malfattori dediti a rubare il denaro pubblico che hanno agito indisturbate per anni all’ombra di importanti settori delle istituzioni (vedi scandali della Protezione civile e il giro di affari legato all’emergenza rifiuti in Campania fino alla recente truffa dei pezzi  di ricambio per le metro di Roma) ha messo in ginocchio la capacità della spesa pubblica di produrre risultati utili generando un diffuso disinteresse per la cura dei beni comuni?

Sì pare proprio che queste siano le ragioni tutte riconducibili al male che corrode l’Italia che si chiama uso privato dei beni comuni e delle istituzioni e trasformazione della politica nel regno degli affaristi e dei banditi all’assalto del denaro pubblico. Basta un esempio.

Se fosse vero che Berlusconi, come capo del Governo, abbia “costretto” l’ENI a fare scelte di approvvigionamento del gas nell’interesse di Putin, facendo così pagare un sovrapprezzo a tutti gli italiani per mettersi in tasca una gigantesca tangente (pagata all’estero e transitata su una delle numerose società offshore nella disponibilità del Presidente del Consiglio come risulta da tante indagini dei magistrati).

Se fosse vero ciò cui alludono i documenti riservati dei diplomatici USA resi noti da Wikileaks allora ci troveremmo all’apoteosi della trasformazione del sistema di governo italiano, quella famosa Costituzione materiale cui si richiamano sempre i politici che vogliono superare quella scritta: avremmo finalmente istituzionalizzato lo Stato mafioso dominato dai banditi che rubano avendo conquistato le istituzioni e facendo le leggi nel loro unico interesse. Se fosse vero ciò a ben poco servirebbero le “punzecchiature di spillo” di una magistratura delegittimata e di una giustizia azzoppata a cui sono stati tolti i mezzi per funzionare.

Se questa fosse la verità dietro le ipocrisie e le finzioni tutti noi saremmo i sudditi genuflessi di un potere feudale costretti a chiedere mille raccomandazioni e favori per avere ciò che ci spetterebbe come diritto: la rimozione della spazzatura, un posto di lavoro, un letto in ospedale, una scuola pubblica decente.

Speriamo che non vada a finire così.

Claudio Lombardi

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