Raccolta differenziata: i ritardi dell’Italia e il ruolo dei cittadini (di Tiziana Toto)

La nuova direttiva europea sui rifiuti, recepita in Italia nell’aprile 2010, supera il concetto di raccolta differenziata per dare spazio a quello di recupero della materia. L’attenzione, dunque, non è più rivolta tanto alla modalità di raccolta dei rifiuti in sé e alle percentuali di rifiuti raccolti in maniera differenziata, quanto piuttosto all’effettivo riciclaggio della materia raccolta. In pratica, è come se si desse per scontato che gli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa precedente siano ormai raggiunti, e quindi si può guardare oltre, concentrandosi sulle modalità di recupero di quanto viene raccolto in termini di materia e di energia.

Ma come stanno le cose nel nostro Paese? Se solo per recepire la direttiva, che è del 2008, l’Italia ha impiegato due anni, per applicarla quanto tempo ci vorrà? Purtroppo per noi, siamo in netto ritardo: l’obiettivo del 48% di raccolta differenziata da raggiungere entro il 2008 non è stato affatto centrato, e ci sono seri dubbi che si possa realizzare quello del 60% entro il 2011, visto che attualmente l’Italia si colloca ad una soglia del 31%.

Va anche detto che la situazione è notevolmente diversa a seconda delle aree del Paese: alcune regioni del nord quali Trentino Alto Adige e Veneto hanno superato la soglia obiettivo fissata per il 2009 (pari al 50%), mentre regioni come Sicilia e Molise non arrivano al 10%.

In media il nord si attesta al 46% della raccolta differenziata, il centro al 23% ed il sud al 15%.

Perché differenze così marcate all’interno dello stesso Paese? Perché in Trentino Alto Adige si producono 496 kg di rifiuti per abitante e si riesce a differenziarne il 57% mentre in Basilicata a fronte di una produzione pro capite di 386 kg si arriva a differenziarne solo il 9%?

Di sicuro, della famigerata raccolta differenziata si parla da tanto tempo ed in alcuni casi anche da troppo tempo, arenandosi però sempre su quale sia la modalità migliore per effettuarla (il porta a porta piuttosto che i cassonetti stradali o le ecopiazzole…) senza badare troppo a quale possa essere la strategia migliore. Dal nostro punto di vista, qualunque sia la tipologia adottata, la raccolta differenziata richiede, per la sua riuscita, una seria collaborazione tra i cittadini e gli enti che la realizzano.

I cittadini rappresentano l’elemento cruciale di questo sistema e non possono essere semplicemente chiamati ad eseguire la raccolta differenziata senza un adeguato coinvolgimento nel processo di definizione della stessa e senza le informazioni sufficienti su tutte le fasi che vanno dalla raccolta all’effettivo smaltimento differenziato dei rifiuti.

Del resto la stessa Direttiva europea all’art. 31, Partecipazione del pubblico, afferma che “Gli Stati membri provvedono affinché le pertinenti parti interessate e autorità e il pubblico in generale abbiano la possibilità di partecipare all’elaborazione dei piani di gestione e dei programmi di prevenzione dei rifiuti e di accedervi una volta ultimata la loro elaborazione….”.

Sempre in tema di partecipazione civica il comma 461 dell’art.2 Legge 244/2007 (Legge Finanziaria per il 2008) sostiene che ai cittadini occorre richiedere non solo il pagamento di quanto dovuto per usufruire del servizio pubblico, ma un contributo proattivo per misurare la qualità di questi servizi, controllare il migliore uso delle risorse e per mettere a punto programmi di sviluppo.

Di certo, è utopistico pensare alla raccolta differenziata come allo strumento risolutivo del problema rifiuti nel momento in cui ci si trova di fronte a situazioni di emergenza. Per definizione ogni novità ha bisogno dei suoi tempi per entrare a regime e produrre degli effetti tangibili, soprattutto quando tali novità riguardano abitudini e modi di fare ben radicati.

Il punto è che su tematiche così importanti come quella dei rifiuti un ruolo particolarmente importante potrebbe essere giocato dalla cosiddetta “educazione civica” e concetti come quello della raccolta differenziate dovrebbero entrare a far parte del nostro bagaglio culturale a partire dai primi anni della scuola, per imparare sin da subito che i rifiuti, benché li chiamiamo con un unico nome, comprendono categorie di materiali molto diversi tra di loro e come tali possono essere raccolti, riciclati o smaltiti in modo diverso e quindi più sicuro.

Se la partecipazione dei cittadini è determinante, la corretta organizzazione del servizio non lo è di meno. Se gli impianti deputati al trattamento differenziato dei rifiuti sono inesistenti o insufficienti, come accade per la realtà romana, è evidente che la raccolta differenziata non produrrà risultati soddisfacenti in quanto i cassonetti stradali saranno sempre saturi e la gente sempre meno incentivata a proseguire la raccolta.

Ancora peggio: può capitare, dopo aver pazientemente depositato separatamente negli appositi cassonetti la plastica, la carta e il vetro, veder caricare tutto insieme su un unico camion. In alcuni casi anche l’organizzazione del cosiddetto “porta a porta” non è esente da critiche nel momento in cui il ritiro dell’umido non avviene quotidianamente e i cassonetti stradali sono ormai un miraggio.

Un ultimo aspetto riguarda i fantomatici risparmi in bolletta che dovrebbero derivare da una corretta applicazione della raccolta differenziata. Se l’ottica è quella del “chi più inquina più paga” dovrebbe valere anche il contrario, e cioè “chi meno inquina meno paga”, ma nella realtà dei fatti la carente organizzazione del servizio, nella maggioranza dei casi, rende impossibile individuare e premiare i comportamenti più virtuosi. Di conseguenza ci sarà chi continuerà comunque a differenziare i propri rifiuti per un suo personale spiccato senso civico, e chi invece rinuncerà e tornerà al semplice sistema dell’indifferenziato.

Tiziana Toto, Responsabile Servizi pubblici locali di Cittadinanzattiva

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