Rai Vendesi? No grazie, non ci provate (di Claudio Lombardi)

Rai vecchio logoTarak Ben Ammar è un produttore cinematografico e imprenditore tunisino attivo nel campo dei media. Notoriamente molto vicino a Berlusconi si sente libero di parlare senza remore. Tanto non è italiano, non ha fondato nessun partito e non ha processi in corso in Italia.

Cosa ci dice Ben Ammar? Se la Rai è in vendita mi faccio avanti per comprarla. E chi lo dice che la Rai è in vendita? Lo ha accennato il ministro Saccomanni pochi giorni fa. Il ministro ne fa una questione contabile evidentemente, se la Rai produceva pomodori per lui era lo stesso.

Peccato che la Rai produca il servizio pubblico radiotelevisivo e che gestisca un bene pubblico come le frequenze Tv. Peccato che la Rai sia stato il fattore di unificazione nazionale più forte dal punto di vista culturale e che lo sia ancora adesso sia pure in regime di duopolio con il finto concorrente Mediaset. Finto perché Berlusconi è stato così furbo di dedicare tanta parte degli anni passati al potere alla conquista della Rai per ricondurla ad un ruolo servente dei suoi interessi (e di quelli delle finte reti concorrenti, ovviamente).

opinione pubblicaPeccato perché se la Rai sfornava panettoni poteva avere un senso metterla nelle mani dei privati: in fin dei conti perché lo Stato deve impastare i dolci e venderli nei supermercati?

Ma poiché la Rai fa un mestiere diverso e ha un peso enorme nella formazione dell’opinione pubblica e nella gestione dell’informazione di privatizzazione è meglio non parlare.

Per motivi ideologici? No, per motivi pratici. Il servizio pubblico radiotelevisivo esiste perché il bene pubblico frequenze è limitato e se fosse interamente nelle mani dei privati avremmo, forse, un pluralismo, ma molto limitato, diciamo corrispondente all’ampiezza delle aziende concessionarie.

televisione catenaForse, perché poi, si sa, l’occasione fa l’uomo ladro e l’imprenditore nasconde sempre un’anima da monopolista. Studiosi importanti del sistema basato sulla libera iniziativa economica hanno stabilito già da molti anni che la tendenza a sconfiggere i concorrenti e a rimanere da soli sul mercato è una tendenza connaturata al capitalismo che, quindi, ha dentro di sé una forza che lo spinge contro il mercato e contro la concorrenza. Aggiungiamo che lo scopo degli imprenditori privati è sempre fare profitti non erogare un servizio pubblico e il quadro è chiaro.

Se solo i privati avessero le frequenze televisive in capo a qualche anno i più piccoli sarebbero risucchiati dai più forti e si creerebbero degli oligopoli in grado di dominare il mondo della televisione. E addio pluralismo.

pluralismo  tvLo scopo del servizio pubblico, invece, è proprio quello di garantire una libertà di espressione libera da condizionamenti economici e dall’asservimento a scopi privati. Per questo dovunque esiste un servizio pubblico televisivo.

Dice: ma se servizio pubblico deve essere perché fanno pure gli spettacoli e Sanremo? Bè, veniamo da lontano, da quando di televisione ne esisteva una sola e doveva fare tutto e c’è sempre un effetto di trascinamento che tende a ripetere modelli e strade già percorse.

fazioMa non si tratta solo di questo perché servizio pubblico non è solo fare un bollettino quotidiano, non può essere solo questo sennò di che pluralismo si tratta? Se vogliamo il pluralismo culturale e artistico dobbiamo accettare anche lo spettacolo e la satira, i film e le fiction. Piuttosto il problema è la dipendenza dall’audience che anche per la Rai è diventata un obbligo.

Problema guadagni esagerati. È vero nella Tv pubblica i guadagni dovrebbero essere limitati, ma nei limiti di quello che si riesce a far accettare ai protagonisti. Il punto è se il loro lavoro fa guadagnare la Rai oppure no. Magari si potrebbe pensare a gettoni di presenza simbolici e a percentuali dell’incasso pubblicitario.

democrazia digitaleMa questi sono aspetti minori; ciò che conta e pesa di più è la feudalizzazione della Rai tra partiti, correnti e gruppi di potere cresciuti all’ombra della proprietà pubblica e del controllo politico. Ecco, questi sì sono problemi grossi di cui si discute da anni, ma sui quali non si fanno passi avanti. E perché? Ma perché quelli che dovrebbero decidere sono gli stessi che ricavano un vantaggio dal controllo sulla Rai per la loro parte politica o per loro stessi. E, invece, i proprietari della Rai sono i cittadini che pagano ogni anno un canone per finanziarla.

Allora ci vuole una riforma seria e radicale che sottragga la Rai al dominio dei partiti che, ricordiamolo, sono solo una parte della società al servizio della quale la Tv pubblica dovrebbe essere. Che riforma? Quella proposta da MoveOn Italia sicuramente che si basa su una gestione pluralista formata da eletti degli abbonati alla tv, di eletti dalle parti sociali e componenti culturali e professionali raccolti in un Consiglio nazionale delle comunicazioni televisive nel quale saranno presenti anche i rappresentanti dei partiti in quanto componenti delle istituzioni elettive.

L’unica strada è questa se si vuole fare sul serio televisione pubblica. Ovviamente ci dovrebbero essere anche norme più stringenti contro le posizioni dominanti e sul conflitto di interessi in modo che nessun prossimo Presidente del Consiglio possa essere anche il maggior proprietario di televisioni del Paese.

La strada suggerita da Saccomanni e da Tarak Ben Ammar è il solito ritornello che ci ha già fregati da decenni: diamo tutto in mano al mercato e il mercato ci restituirà meraviglie.

No grazie abbiamo già dato, non ci fregate più

Claudio Lombardi

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