Referendum sul nucleare: una vera opportunità? (di Mauro Chessa)

Se fossi tornato oggi da un lungo viaggio, che mi avesse tenuto all’oscuro dei fatti nostrani, saluterei il referendum voluto dall’Italia dei Valori con entusiasmo. Non è così e devo articolare la mia opinione.

La proposta referendaria di Di Pietro è nata male, senza alcun tentativo per un raccordo, un confronto, una collaborazione con la galassia dei movimenti per il no al nucleare. Galassia costituita da corpi dispersi e tutt’ora non sufficientemente interagenti, ma dotata di alcuni grandi attrattori, che Di Pietro avrebbe dovuto considerare interlocutori.

Non vorrei essere frainteso, non si tratta della contestazione di una primazia usurpata, dico invece che se Di Pietro avesse voluto ascoltare chi è impegnato sul versante anti nuclearista avrebbe colto alcune criticità.

La maggiore delle quali sta nella sensazione che la coscienza collettiva non sia matura, che il tema del nucleare non avvertito come prioritario dai cittadini anche perché gli effetti di questa scelta non sono, oggi, percepibili e bisogna decidere con una visione strategica proiettata al futuro.

Siamo, quindi, anni luce lontani dal coinvolgimento che, purtroppo anche a causa di Chernobyl, precedette il referendum del 1987.

Oggi si tratta di una questione la cui penetrazione sociale richiede tempo e impegno, che sconta l’enorme potenza mediatica della lobby nuclearista, già dispiegata dal Forum Nucleare con budget plurimilionario.

Il caso della vertenza per la ripubblicizzazione dell’acqua è esemplare: ha condotto a risultati eccezionali, ma è stato il frutto di una straordinaria capacità di coordinamento delle realtà locali, di un impegno prolungato e convinto di migliaia di attivisti.

Tutto questo sul versante del nucleare a tutt’oggi non c’è. Ci troviamo quindi ad affrontare il referendum con la necessità di ottenere in corsa un diffuso coinvolgimento, e di realizzare ancor prima la struttura operativa che dovrebbe conseguire questo scopo; questa è proprio la seconda criticità: la sostanziale assenza di un coordinamento nazionale.

Sono in corso diversi tentativi di strutturarlo: il 5 e 6 febbraio a Cremona si tiene un Forum che vedrà coinvolte varie realtà del Nord e, in minor misura, del centro; già dal 2010 è attivo un Comitato nazionale che serve da raccordo tra i vertici di alcune associazioni ambientaliste; c’è il gruppo che ha sostenuto la presentazione della proposta popolare della legge per le rinnovabili ed il no al nucleare; ci sono poi altre realtà che costituiscono forme di coordinamento, come il LIGAS (Lega Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale) e il Coordinamento Toscano per il No al Nucleare. Tutte queste realtà stentano a dialogare tra loro, ci sono motivi di merito ed attriti di altra natura; francamente non so se l’impellenza della costituzione del comitato referendario potrà funzionare come collante.

C’è poi la non trascurabile questione di merito. Non sono un giurista e il testo del quesito referendario è particolarmente ostico, ma ho raccolto diverse perplessità sull’efficacia risolutiva di un eventuale successo. Questo avrebbe comunque un significato politico rilevantissimo, ma un’ampia condivisione avrebbe consentito il coinvolgimento di altre competenze (come è accaduto per i referendum volti alla ripubblicizzazione dell’acqua) che certamente avrebbe migliorato il testo e fortemente favorito un convinto sostegno.

Ora siamo di fronte al fatto compiuto, non serve rimpiangere quello che avrebbe potuto essere e dobbiamo gestire lo scenario che Di Pietro ci ha confezionato. Il rischio è grande, se il referendum ottiene il sostegno (ob torto collo, nella maggior parte dei casi) delle maggiori associazioni ambientaliste, ma vince l’astensione, avremmo un depotenziamento del contrasto al nucleare. Se invece il movimento no nuke prende le distanze dal referendum si crea una situazione facilmente strumentalizzabile dai sostenitori del nucleare.

A detta di molti le reali possibilità di successo del referendum sono legate all’effetto traino dei quesiti sull’acqua, il cui movimento ha ottimamente svolto il lungo e faticoso percorso di avvicinamento alle urne; il movimento no nuke dovrà rapidamente decidere se questa rappresenta una garanzia sufficiente e come affrontare una situazione comunque difficile.

Mauro Chessa – ‘Ambiente e salute’ di Cittadinanzattiva Toscana e membro del Coordinamento Toscano per il No al Nucleare

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