Riforma della Rai: una tv di governo

televisione e riforma

Diciamo le cose come stanno. La politica è anche lotta e gestione del potere che, nei sistemi democratici, conta molto sulla comunicazione cioè sulla capacità di trasmettere informazioni, contenuti e senso all’opinione pubblica precondizione per acquisirne il consenso senza il quale non si governano società complesse. Tutto ciò è ormai tanto assodato che quasi non si osservano più le manovre sul fronte dell’informazione e dei media che la veicolano.

controllo della tvAnche nell’epoca di internet controllare un quotidiano a larga diffusione con relativi siti internet ed edizioni online è molto importante. Lo stesso dicasi per il controllo di una o più reti Tv le quali pure hanno le loro brave proiezioni su internet.

Ovviamente per farlo è fondamentale disporre di grandi capitali specie se si tratta di reti Tv a diffusione nazionale, presenti dovunque e capaci di mantenere una programmazione che spazia dall’informazione all’intrattenimento in tutte le fasce orarie. In quasi tutti i paesi, però, esiste un’alternativa già pronta che si chiama Tv pubblica o di servizio pubblico. I capitali ce li mettono tutti gli utenti che pagano di tasca loro via canone o via imposizione fiscale. In Italia c’è la Rai e, per conquistarne il controllo, basta raggiungere la maggioranza dei voti e il gioco è fatto. Seggi in Parlamento, governo e, come bonus, il controllo della Rai. Così è da molti anni e la riforma in discussione alla Camera non smentisce questo caposaldo del sistema italiano.

pluralismo informazioneOddio a rigore non dovrebbe essere così. Nel corso degli anni si sono succedute sentenze della Corte Costituzionale e atti di indirizzo dell’Unione Europea che hanno affermato principi diversi, ma le leggi approvate per disciplinare il sistema televisivo hanno sempre fatto finta di non capire. Quando c’è di mezzo il potere si va per le spicce e non si sceglie per il meglio

Oggi siamo all’ultimo atto di una riforma della Rai che non riforma nulla perché ribadisce l’assetto della governance che resta saldamente nelle mani della politica. Gli unici cambiamenti vanno in direzione di un’assoluta preminenza del governo nelle nomine che prima era mediata dall’esigenza di accontentare tutti i partiti. Dunque un bel CdA e un Amministratore delegato tutti derivanti da scelte della maggioranza al governo. L’unica novità sarà la presenza nel CdA di un rappresentante dei dipendenti che in questo schema avrà l’unica funzione di una mediazione corporativa.

rai governativaCon questa riforma la tv pubblica pagata dai cittadini (ben più di oggi visto che si vuole, giustamente, combattere l’evasione del canone) non potrà che essere un’azienda che risponderà al proprio committente politico, la maggioranza di governo. Il cerchio, dunque, si può chiudere all’insegna di un’aziendalizzazione che certo non potrà fare male all’azienda Rai così mal gestita fino ad oggi, ma che non potrà prescindere dai suoi referenti politici.

Il punto è come mai tutto ciò sta passando senza riscuotere l’interesse dell’opinione pubblica. Che la Rai pagata dai cittadini diventi la Tv del governo non colpisce che pochi osservatori. Forse si accetta con fatalismo che chi comanda faccia quello che vuole. Forse si spera che i vertici aziendali comunque impongano la loro impronta manageriale. Forse non si sa più che ci sta a fare un servizio pubblico radiotelevisivo nell’epoca delle tv on demand digitali o satellitari. O forse ci si illude che una Rai governativa nell’epoca di internet non conti più molto.

Esistono mille ragioni per imboccare una via diversa da quella che il Parlamento si accinge a prendere, ma il governo vuole realizzare il suo progetto e basta. Eppure alcuni hanno indicato una strada diversa fra cui Art21 e MoveOn con le loro proposte di ampliare la governance del servizio pubblico basando una più forte managerialità aziendale sulla liberazione dal controllo dei partiti. Niente da fare, queste proposte non sono nemmeno state prese in considerazione. Si sa, al cuore non si comanda e il potere è una passione che non accetta consigli. Vuol dire che gli italiani, prima o poi, giudicheranno dai risultati.

Claudio Lombardi

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