RU 486: chiacchiere e ipocrisie (di claudio lombardi)

Quando non si sa cosa dire di nuovo e di importante ci sono questioni che attirano sempre l’attenzione e danno l’impressione a chi ascolta e a chi parla di dedicarsi ai grandi temi della vita. Fra queste l’aborto è una delle più gettonate. Chissà perché viene ritenuta una questione discriminante. Forse perché è diventata un’emergenza e l’aborto dilaga e produce danni di tutti i tipi? O forse perché si ricorre all’aborto sistematicamente per rimediare all’assenza di qualunque metodo anticoncezionale? Oppure perché si pratica il sesso in maniera selvaggia senza curarsi delle conseguenze cui si rimedia sempre con le interruzioni di gravidanza? Insomma l’aborto deve veramente essere diventato una piaga sociale di massa se le autorità religiose e alcune di quelle politiche sentono il bisogno di ricordare continuamente che occorre difendere la vita, che l’aborto è un assassinio e che va combattuto senza tregua. Strano perchè i dati sembrano dire il contrario. L’ultima trovata è la minaccia da parte di due neo governatori (Piemonte e Veneto) di negare il ricorso alla famosa pillola RU486 autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco e regolarmente utilizzata in tutta Europa. Subito spalleggiati da una gerarchia ecclesiastica tanto concentrata sulla gestione della sessualità e sui momenti che precedono la formazione di un essere vivente (o la conclusione della vita), da non avere abbastanza energie per occuparsi di tutto ciò che si verifica dalla nascita in poi e per fare molta attenzione a quello che succede in casa propria. L’impressione che se ne ricava, dal punto di vista di un uomo come è chi scrive, è che ci sia una gran discussione sulla funzione riproduttrice che spetta alle donne le quali, evidentemente, assolvono ad un compito di fondamentale importanza per la società; tanto importante che di questa loro funzione fisiologica non hanno alcun diritto di occuparsi in prima persona. Insomma una donna, una volta fecondata, perderebbe il diritto a decidere cosa deve fare il suo corpo. E tutti gli altri, maschi soprattutto, riceverebbero il diritto di controllare e decidere. La preoccupazione principale non è che questa persona che già esiste e che (per sua sfortuna?) è di sesso femminile, debba condurre la vita che più gli aggrada e, quindi, decidere se dar vita ad un nuovo essere che sarà suo figlio quando ritiene giunto il momento e si sente pronta a farsene carico con gioia e responsabilità. No, la preoccupazione principale è che questa donna accetti la sua funzione di riproduttrice, accetti di essere guidata da altri (di solito tutori della morale maschi) e porti a termine la gravidanza a prescindere dalla sua effettiva volontà e, nei casi più estremi, anche dalla sua stessa sopravvivenza. Giacché uomini saggi e difensori della “giusta” morale giungono ad accettare il sacrificio della madre pur di avere una nascita in più. Coerenza vorrebbe che tali principi portassero ad una società tutta concentrata sulla riproduzione, dove le madri fossero sollevate da qualunque altra incombenza, dove i bambini e le famiglie fossero assistiti senza risparmi e difesi da qualunque insidia. Purtroppo non è quello che si verifica e la severità si esercita solo nel momento del concepimento e fino alla nascita per riconsegnare al proprio destino madre e figlio subito dopo.

Questa solenne ipocrisia si ripete adesso con la pillola che consente di evitare l’aborto chirurgico. Logica vorrebbe che ne fosse incentivato l’utilizzo perché meno rischiosa per la salute della donna e più semplice da gestire in un Paese in cui le percentuali di obiettori di coscienza fra i ginecologi raggiungono a livello nazionale il 70% (64% al nord, 71% al centro, 80% al sud). Tutti rigorosi difensori della vita ovviamente, ma non della vita delle donne si presume, dato che una tale percentuale fa dubitare che al centro dell’attenzione vi sia l’essere umano già esistente. Evidentemente si ha una visione “giocosa” dell’aborto che richiederebbe un severo freno da parte dei medici i quali, altrimenti, sarebbero subissati da folle di allegre ragazze in fila per far interrompere le loro gravidanze. Evidentemente qualcuno ha capito che abortire è diventato per le donne italiane quasi un passatempo con cui combattere una vita dissoluta e noiosa. E così ha deciso di metterci un freno ostacolando in tutti i modi questa pratica. Se qualcuno la pensa così dovrebbe guardarsi allo specchio e interrogarsi a lungo prima di vergognarsi.

Per le persone più sensate qualche domanda è necessaria. È, forse, eccessivo affermare che un Governo serio, anzi, una società seria, fondata sui valori della vita e non sulle ideologie, debba occuparsi della salute delle persone, fisica e psichica, come fondamento di una maternità e di una paternità responsabile? Qualcuno si offende se si afferma che questa salute e la stessa sorte dei nascituri viene sempre compromessa quando è frutto di una forzatura o quando non vi sono le condizioni per accogliere una nuova vita? Allora è logico considerare l’aborto un rimedio ad una situazione non sostenibile, un rimedio che va praticato con il massimo rispetto per la donna posta di fronte ad una scelta sempre dolorosa e con le più forti garanzie perché non ne derivi alcun rischio per la salute. La RU486 significa questo e le persone serie che credono nei valori della vita che realmente esiste lo sanno bene. Dovrebbero queste persone incominciare a rimettere i puntini sulle “i” perché si esca dalla solenne ipocrisia di un dibattito sulla vita tutto concentrato sul controllo di alcuni momenti di vita delle persone, quelli più intimi, e sul disinteresse per tutto il resto come sanno bene le madri che lavorano o che devono mandare avanti una famiglia e non vivono di rendita né dispongono di una servitù a loro disposizione. Bisognerebbe ricordare che lo Stato non esiste per dettare principi di vita e regole morali, ma per creare condizioni di convivenza fra individui che facilitino la vita delle persone. Sarebbe arrivato il momento per tracciare una linea di confine all’invadenza di chi pretende di imporre a tutti le proprie convinzioni (ammesso e non concesso che nella sua vita privata le rispetti veramente) e di rivendicare da chi governa quei servizi e quell’assistenza che servono alla vita vera che popola le strade, le scuole, i luoghi di lavoro.

Claudio Lombardi

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