Sacconi a Venezia: come ti ‘blindo’ i cittadini attivi (di Vittorino Ferla)

La Conferenza di apertura dell’Anno Europeo del volontariato, svoltasi a Venezia il 31 marzo e il 1 aprile scorsi, è nata male. Un programma costruito a tavolino, senza alcun coinvolgimento delle associazioni e dei volontari. Un evento a numero chiuso, fatto del tutto inaudito, al quale si partecipa solo se si è in quota a canali, più o meno ufficiali, di legittimazione. Tant’è che sul sito della Conferenza ci si poteva registrare, certo, ma solo a una condizione: sottoscrivere il form nella parte in cui annuncia che i posti sono limitati. “Per motivi di sicurezza”, stava scritto.

 Una zona rossa per la cittadinanza attiva

La verità è un’altra. Anche per il mondo della cittadinanza attiva esiste una ‘zona rossa’. Serve per dividere gli interlocutori e indebolirli. Per ridurre all’impotenza le organizzazioni che avrebbero qualcosa da dire. Blindare la Conferenza è un modo in più, non solo simbolico, ma pratico, per blindare la partecipazione dei cittadini.

Dentro questa ‘zona rossa’ sono ben accolti soltanto gli amici (gli altri possono stare si, ma senza fare troppo rumore) e gli ideologi di questa nuova stagione politica.  E’ la stagione dell’uso privatistico delle istituzioni, dei beni comuni e dei servizi pubblici. L’obiettivo è chiaro: indebolire l’azione delle amministrazioni pubbliche, smontare una serie di garanzie di tutela di diritti fondamentali, favorire quelle imprese amiche che, con la veste buona dell’ente caritatevole o dell’utilità sociale, raccolgono i resti di alcuni servizi essenziali.

 Un visione privatistica della sussidiarietà

In questa prospettiva privatistica il concetto di sussidiarietà viene utilizzato impropriamente, in modo del tutto contrario al dettato costituzionale. La sussidiarietà diventa strumento a vantaggio delle corporazioni, occasione di scambio con una politica consenziente, metodo di spartizione di risorse pubbliche per premiare imprese che si dicono sociali. Soprattutto, vengono meno le responsabilità dello Stato, le reti di protezione vengono strappate, i più deboli sono lasciati a se stessi e alle loro famiglie. Basterebbe leggere il Libro Bianco sul Welfare del ministro Sacconi per rendersi conto di questa new wave del ‘si salvi chi può’. Senza oneri per lo Stato. Sarà per questo che, in questi mesi, il Ministero dell’Economia ha cercato di tagliare tutto il possibile, specie se aveva a che fare con le politiche sociali. Lo stesso 5×1000 è allargato e ridotto a capriccio a seconda delle necessità del momento. Sacconi è stato chiaro a Venezia: “lo stabilizzeremo per legge ma il fondo da distribuire sarà deciso di anno in anno e le associazioni non devono farci troppo affidamento”. Più chiaro di così…

 Un ruolo gregario

In compenso, qualche risorsa per gli ospedali privati o per le scuole confessionali si trova anche in tempi di crisi, con la scusa che le imprese – specie quando sono amiche – sono sempre efficienti. Non importa, ovviamente, se non garantiscono l’accesso universale ai servizi e la tutela eguale dei diritti. In questo contesto, i volontari sono ‘quelli che puliscono il culo’, come il ministro Sacconi ha avuto la delicatezza di dire. Sono, tutt’al più, i ‘pesci pulitori’ nell’acquario predisposto dai poteri in sella. O i giardinieri che tengono fresco l’orto intorno al Palazzo in cui si chiudono gli affari veri. Cittadini attivi, ma privati di qualsiasi ruolo pubblico e politico che darebbe solo fastidio al Palazzo.

Non è un caso, dunque, che le relazioni principali della Conferenza del volontariato siano espressione di una precisa opzione culturale. L’unica buona per un progetto di riforma ispirato dalla retorica tipica del conservatorismo compassionevole di provenienza anglosassone. Qualcosa che vorrebbe assomigliare alla Big Society promossa in UK da David Cameron. Ma l’iniziativa del governo britannico, assai contestata in patria per il suo contenuto anti-equitativo, ha ben altra ambizione e ben altri strumenti in campo.

 Impegni costituzionali

Noi sappiamo invece che la Costituzione italiana, quando parla di sussidiarietà, offre una prospettiva  completamente diversa: l’alleanza tra cittadini e istituzioni per la soluzione di problemi di interesse generale, un concorso di responsabilità condivise che ha come obiettivo la cura dei beni comuni, una democrazia partecipata che si pone la meta dello sviluppo sociale, civile e ambientale per tutti. Ma di questa sussidiarietà progressiva a Venezia se n’è vista molta tra i volontari, molto poca da parte delle Istituzioni. Anche perché tante organizzazioni di cittadini che la pensano così hanno partecipato con il ‘mal di pancia’. Oppure hanno preferito restarsene a casa. Per far sentire più forte il proprio ‘NO’.   

VittorinoFerla.blogspot.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *