Salute delle donne e strumentalizzazioni politiche (di Alberta Ferrari)

la salute delle donne48200 nuovi casi di tumore al seno in Italia nel 2014; si stima che nel 2020 saranno 51500 (fonte AIRTUM-AIOM). Nel 2011 (dato più recente) il carcinoma mammario ha rappresentato la prima causa di morte per tumore nelle donne, con 11.959 decessi (fonte ISTAT), al primo posto anche in diverse età della vita, rappresentando il 29% delle cause di morte oncologica prima dei 50 anni, il 23% tra i 50 e i 69 anni e il 16% dopo i 70 anni.

La PREVENZIONE del tumore al seno, come già ribadito diverse volte su questo blog, è uno degli argomenti più dibattuti e controversi nel mondo scientifico e oggetto di comunicazione divulgativa sovente scorretta. Con questo termine si allude infatti impropriamente allo screening, che è una forma di DIAGNOSI PRECOCE: usare i giusti termini sarebbe già una prima misura per uscire dall’ambiguità rispetto alla prevenzione primaria, quella che ha lo scopo di impedire lo sviluppo della malattia.

Poiché non conosciamo davvero le cause del cancro al seno, la prevenzione primaria al momento non è attuabile; si può agire sulla riduzione dei fattori di rischio noti, sulle possibili (e probabili) cause ambientali nonché nei tumori da causa genetica (5-10% del totale, problematica complessa che va trattata a parte).

Per oltre 20 anni la diagnosi precoce è stata venduta come “prevenzione“, strategia con cui si prometteva di debellare il cancro al seno. Del resto le premesse scientifiche potevano in parte giustificare questa impostazione: allora si postulava che il tumore al seno fosse una patologia omogenea quasi sempre “guaribile” se identificata in tempo.

mammografiaCon oltre 12.000 donne morte nel 2014 in Italia per cancro al seno nonostante una cultura dei controlli e dello screening ventennale anche se non ancora ottimizzata, un ripensamento è d’obbligo. Oggi sappiamo che esiste una famiglia di sottotipi di tumore al seno diversissimi tra loro che richiedono pertanto un’estrema personalizzazione: il che rappresenta non solo una nuova sfida per lo screening, com’è ben consapevole Livia Giordano Presidente del GISMa, ma suggerisce anche di puntare contestualmente l’obiettivo su altro: in particolare sulla prevenzione primaria (ricerca e rimozione di cause ambientali, correzione di stili di vita) e sulla gestione della patologia in ambito corretto (breast unit): entrambe responsabilità squisitamente di politica sanitaria.

Questo implica comprendere che le campagne di “prevenzione” devono abbandonare i consueti toni trionfalistici e comunicare correttamente invece che oggi “prevenzione”, “diagnosi precoce” e “miglior cura” sono parte di una strategia complessa del contrasto alla crescente incidenza e alla mortalità del tumore al seno.

Una strategia che al momento include anche il prezioso ruolo dello screening mammografico, che in base alle attuali seppur controverse evidenze non è da rottamare. Certo è necessario ricollocarlo in un ruolo più realistico. Ovvero:evita 7-9 decessi su 30 attesi ogni 1000 donne (dati di E. Paci e EUROSCREEN Working Group), rende meno aggressivi gli interventi terapeutici migliorando la qualità di vita, presenta luci e ombre di cui le donne devono essere consapevoli: ma non può essere lo strumento in grado, da solo, di debellare la mortalità per cancro mammario e meno ancora la malattia in sè.

domande sul tumore senoHo ritenuto offensivo, all’indomani della pubblicazione di un importante (e altrettanto controverso) studio canadese che concludeva con la sostanziale inefficacia dello screening mammografico nel ridurre la mortalità per neoplasia mammaria, il voltafaccia dei media: repentinamente passati dall’eccesso di ottimismo comunicativo (“sconfitta del cancro al seno entro 2010-2020“, “guarire con 3 semplici regole“) alla rivoluzione copernicana “la mammografia non salva la vita“. E’ offensivo perché le donne che hanno sviluppato un tumore vengono disorientate, manipolate, confuse. E perché queste semplificazioni sono più simili a slogan pubblicitari che a corretta informazione sanitaria.

Oggi possiamo aggiungere alla confusione ingenerata dai media la strumentalizzazione politica, comunicata con una superficialità imbarazzante ancora peggiore. Come ancora inadeguate appaiono le “controffensive”.

Vorrei dire a Beppe Grillo che la comunicazione sanitaria va fatta in modo prudente, competente, priva di strumentalizzazioni e con la consapevolezza che si trattano temi sensibili e specialistici, spesso ancora controversi in ambito scientifico: non si possono ridurre a pericolose semplificazioni.

breast unitVorrei anche suggerire alla ministra Lorenzin di domandarsi, prima di indignarsi, cosa è stato fatto (e con quali tempi e fatica!) per il percorso breast unit, che offre un contesto di trattamento che assicura il 18-20% di guadagno sulla mortalità rispetto alla gestione della patologia affidata a Enti generalisti. Lorenzin è artefice della tanto sospirata firma sulla delibera per le breast unit giunta a dicembre 2014 in Conferenza Stato-Regioni, ma non dimentichiamo che questo passo era da fare a partire dal 2003-2006. E oggi vorrei vedere maggior rigore e velocità nell’attuazione della delibera stessa, che numerose regioni stanno ancora ignorando.

Vorrei chiedere alla Ministra di non reagire a un’affermazione semplicistica con slogan altrettanto semplicistici: “l’arma più efficace, talvolta l’unica, per sconfiggere il cancro è la prevenzione” (leggi diagnosi precoce). Vorrei che il problema del tumore più diffuso nel sesso femminile e in allarmante crescita d’incidenza (soprattutto nelle fasce d’età giovanile) fosse affrontato, dopo tanti anni di manipolazione e minimizzazione, con l’obiettivo di garantire risultati concreti. Ovvero un miglioramento nella prevenzione primaria e qualità dei percorsi di cura accanto all’ottimizzazione dello screening che in Italia è sempre in progress: obiettivi che dopo 20 anni di ottimismo puerilizzante, pinkwashing e santificazione della “prevenzione” non sono stati raggiunti, come dimostrano i dati epidemiologici.

E’ tempo e non da ora che la salute femminile venga affrontata con la serietà che richiede un fenomeno socio-sanitario di proporzioni allarmanti. E la direzione corretta non sono comunicazioni mediatiche mirate alla spettacolarizzazione, non sono campagne offensive e demenziali, non sono la strumentalizzazione politica di ogni colore.

La doverosa precisazione ex post di Grillo è corretta ma tardiva: ” Non penso che la mammografia non sia utile o necessaria. Anzi penso che sia utilissima. Ce l’avevo con la cattiva informazione che fa credere che facendo questo esame non venga il tumore. Credo che le donne si debbano informare perchè a volte ci sono dei falsi negativi o dei falsi positivi che possono allarmare inutilmente”. Ne è consapevole la società scientifica che si occupa in Italia di screening (GISMa), tanto che promuove impegno la presenza di opuscoli informativi con informazioni corrette ed esaustive. Queste nuove precisazioni cambiano completamente la questione e il messaggio, però. Se si vuole affrontare il tema della politica sanitaria allora è necessario acquisire padronanza della materia.

Giornalisti, ma soprattutto politici, il mio messaggio è questo: le donne stanno sempre meglio comprendendo che i loro diritti in ambito di salute di genere sono sottovalutati, disattesi, strumentalizzati. Non si informano più prevalentemente (spiace deludere la sua convinzione misogina Beppe Grillo) su “Donna Letizia“. Sono sempre più consapevoli e agguerrite dei curanti che incontrano.

Invito ogni genere di sciacallo a non sottovalutarle più.

E invito chi ha a cuore il tema a farsene carico, con tutta la complessità e talvolta la scomodità che implica. Decisori di questo Paese, non agitatevi in vuoti proclami sul fatto che avete a cuore la salute delle donne: semplicemente, dimostratelo.

Alberta Ferrari tratto da http://ferrari.blogautore.espresso.repubblica.it/

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