Scuola statale: funerale o rinascita? Intervista a Patrizia Carboni dell’ITIS E. Fermi di Roma

Venerdi 11 giugno all’istituto tecnico Fermi a Roma si è svolta una cerimonia funebre in memoria delle discipline scomparse o mutilate per effetto della politica del Governo e per il colpo che questa sta arrecando alla scuola pubblica. Si tratta di una iniziativa che nasce spontaneamente all’interno della scuola e che si è svolta secondo le regole di un vero funerale. Ci può dire come è nata questa idea, quali sono le sue motivazioni e come è stata accolta nella scuola da alunni, docenti e personale amministrativo e famiglie?

Voglio prima sottolineare che non abbiamo celebrato il funerale della scuola statale, ma una cerimonia per ricordare le materie che risentiranno dei tagli orari imposti dalla riforma Gelmini; perché la scuola è viva e vuole continuare a vivere. Proprio dalla consapevolezza che la scuola non è morta è nata l’idea di questa iniziativa: volevamo organizzare qualcosa che desse visibilità al nostro “disagio” e a quello del mondo della scuola in genere, utilizzando modalità diverse, non solo aderendo al blocco degli scrutini che peraltro nella nostra scuola è stato totale in entrambi i giorni, 14 e 15 giugno. L’iniziativa è stata accolta positivamente dai docenti, dagli alunni e dal personale amministrativo, più tiepidamente dalle famiglie, che forse ancora non si rendono conto dei gravi danni che questa riforma porterà alla scuola statale superiore.

Il vostro giudizio sulle politiche messe in atto dal Governo è, quindi, decisamente negativo anche se si tratta di un depotenziamento della scuola pubblica che non nasce negli ultimi due anni. Ricordiamo che, non molto tempo fa, c’era anche un movimento che chiedeva di aumentare il sostegno per le scuole private. Oggi, invece, sta rinascendo la protesta contro il degrado dell’istruzione pubblica. A suo parere è ancora giusto investire in questo campo? Che senso e che valore ha la scuola pubblica in un mondo nel quale circolano più informazioni di quelle che si riescono a conoscere e i mezzi di comunicazione dispongono di una potenza e di una rapidità che impressiona e che affascina i giovani?

Investire sulla scuola è un dovere per uno stato civile e democratico, perché la scuola è la prima agenzia formativa per i giovani, uno stato che non investe su formazione e ricerca è uno stato destinato al declino, uno stato che non guarda al futuro. Dobbiamo stare molto attenti quando parliamo di degrado dell’istruzione pubblica, perché questo è spesso voluto e costruito ad hoc per favorire l’istruzione privata; ma vorrei andare oltre specificando che dobbiamo parlare di scuola statale e non solo scuola pubblica, richiamandoci sempre con forza all’art. 33 della nostra Costituzione. E’ la scuola statale che sta subendo duri colpi da questa riforma e non è casuale: la scuola rappresenta, molto spesso, uno spazio formativo non omologato alla cultura imperante. Mi spiego: la mole di informazioni che circolano, la potenza dei mezzi di comunicazione, la rapidità, di cui lei parla,  rappresentano sicuramente una ricchezza e i giovani ne sono affascinati, ma per usufruirne in modo corretto, autonomo, consapevole e responsabile, devono avere gli strumenti per comprendere, decodificare e rielaborare. Chi dà loro questo strumenti? La scuola, ma quella libera, quella statale!

Ecco perché non solo è necessario, ma fondamentale investire sulla scuola statale; perché significa investire sulla formazione dei futuri cittadini, cittadini consapevoli e responsabili. Un governo che taglia questi investimenti è un governo che si pone sicuramente obiettivi diversi nell’ ambito delle libertà del cittadino e dei suoi diritti.

 Si ha, però, l’impressione che gli italiani abbiano accettato la realtà di una società nella quale la competizione si svolge in modo che ognuno cerchi soluzioni individuali a problemi collettivi. Lei è d’accordo con questa interpretazione e la vede anche nella situazione dell’istruzione pubblica?

Sono d’accordo con l’interpretazione, ma non condivido la realtà di partenza. Purtroppo è vero che, oggi, si tende a dare soluzioni individuali a problemi collettivi, è proprio questo il modello culturale imperante contro cui dobbiamo lottare, e la scuola in questo percorso ha un ruolo fondamentale. La scuola è forse una delle ultime zone di resistenza al dilagante azzeramento della prospettiva storica in senso individuale e collettivo. In una società dominata dall’ideologia del presente, dai valori del denaro e del successo personale, la scuola è rimasta uno degli ultimi luoghi dove si elaborano modelli culturali diversi e valori umani improntati al benessere collettivo e non all’individualismo, dove si educa e si forma nell’orizzonte dei valori civili . Nella scuola il livello di autonomia del pensiero è ancora alto, è ancora presente un forte spirito critico ed è ancora alta la coscienza dell’unità nazionale, forse sono elementi che in questo momento la rendono una istituzione pericolosa, come pericolose sono viste la magistratura e l’informazione.

Ultima domanda: il funerale della scuola pubblica è stato organizzato da persone che lavorano nella scuola. Come risponderebbe a chi vi accusasse di pensare, in realtà, al vostro posto di lavoro e non agli interessi dei cittadini?

Credo che questa risposta sia contenuta nelle precedenti: innanzi tutto, lo ribadisco, non si è celebrato il funerale della scuola pubblica, perché la scuola è viva e i docenti la mantengono e la manterranno viva, a dispetto di tutte le riforme. In secondo luogo, i docenti non difendono il posto di lavoro, ma difendono una istituzione, le sue funzioni e i suoi obiettivi; i docenti sono in primo luogo cittadini e come tali consapevoli del valore dei loro diritti e di quelli della collettività. Se viene meno il nostro posto di lavoro, vuol dire che sta subendo un attacco tutta la scuola statale e ciò che rappresenta, che ho cercato di spiegare in precedenza.

Non la atterrisce come cittadino questa prospettiva?

 
(intervista a cura di Claudio Lombardi)

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