Se non ci fossero più gli immigrati?

Il titolo è una provocazione, che nasce da una stanchezza istintiva e incontenibile, che mi assale ormai, appena sento parlare di immigrazione. Di questo argomento, almeno per come viene trattato, forse siamo tutti un pò stufi. La domanda nasce da questa sensazione di insofferenza al chiacchiericcio da bar, ai discorsi fatui e inconcludenti, al miserevole teatrino a cui stanno dando vita da troppo tempo i nostri governanti, governanti di cosiddetti Paesi ricchi, occidentali e civili, capaci di creare pantani insuperabili, peggiori delle sabbie mobili, mentre uomini, donne e bambini, che cercano solo una migliore qualità di vita muoiono, semplicemente annegano tra l’indifferenza generale.

Mentre si discute se si debbano accogliere solo i rifugiati politici o anche i migranti economici, su come e dove farli approdare o respingere, si dimentica o non si vuole vedere che il fenomeno è inevitabile, strutturale e semplicemente “naturale”, come la storia ci insegna. Quindi, questo punto di discussione è un’inutile “fuffa” elettorale, inconsistente, che viene utilizzata ad arte, ma che non ha alcuna utilità.

La questione, perciò, non dovrebbe riguardare il tema dei respingimenti, perché alla fine non si può respingere per definizione oltre un miliardo di esseri umani (tanti sono gli abitanti del continente africano), e chiunque sostenga questo è un pazzo o uno sconsiderato, né certo si possono accogliere, senza alcuna organizzazione, milioni di individui senza che questo provochi problemi economici e sociali di portata inimmaginabile nelle nostre società.

C’è solo un’unica via, seria e responsabile, da seguire: preoccuparsi di gestire un fenomeno migratorio di così grandi proporzioni che, lasciato a se stesso, rischia di travolgerci tutti.

Noi italiani, certo, siamo in prima linea, perché rappresentiamo l’approdo più vicino per venire in Europa, ma solo un’Europa unita può pensare di far fronte al fenomeno. Nell’incontro di Malta di qualche settimana fa (23 settembre 2019) si è giunti (apparentemente) ad un accordo europeo sulla ripartizione automatica dei migranti e sulla rotazione dei porti di approdo, ma molti sono stati i Paesi europei che si sono tirati fuori (ad esempio tutti i Paesi del trattato di Visegrad). Perciò, debole è risultata la forma di collaborazione messa in piedi. Infatti, in caso di eccessivo afflusso dei migranti ogni impegno potrebbe cessare. Ci si domanda “e allora che cosa sarà fatto in quel caso?”. Naturalmente nulla si è deciso in tal senso.

Il tema dell’immigrazione è e resta il primo serio banco di prova di un’Europa che dichiara di volersi mantenere unita in un mondo globalizzato, ma che appare, ad oggi, totalmente incapace di produrre uno straccio di proposta condivisa per affrontare un fenomeno che si complica ogni giorno di più. Dovrà spuntare un’altra Greta Thunberg a rivendicare i diritti e la dignità degli immigrati, perché i politici si rendano conto che queste questioni vanno improrogabilmente affrontate con serietà?  Come si può pensare che ci sia l’intenzione vera di affrontare il fenomeno migratorio quando la stessa Commissione europea, ora targata Ursula von der Leyen,  qualche settimana fa ha scelto come nome del portafoglio alle Migrazioni “Proteggere lo stile di vita europeo”. Il messaggio che vuole dare la von der Leyen è molto chiaro: la Commissione intende difendere l’Europa contro l’immigrazione. E’ difficile, dunque, che cambi l’approccio dell’Ue in senso umanitario e solidaristico.  Di fronte a questa evidente scelta inopportuna è intervenuta anche Amnesty International per sottolineare come questa denominazione dia un messaggio preoccupante sulla posizione che l’Europa vuole assumere relativamente al fenomeno dell’immigrazione.

I politici non vogliono perdere consenso elettorale e non vogliono dirci una verità scomoda, ma della quale dobbiamo prendere atto: i tempi sono cambiati. O decidiamo di modificare il nostro stile di vita, consentendo anche agli altri di beneficiare di condizioni di vita migliori, o verremo travolti. Nessuno vuole dircelo in maniera così brutale perché nessuno vuole perdere consensi elettorali per questo. Però, una politica miope, ottusa e conservatrice non conviene a nessuno. Non ci sarà niente da conservare e da salvare se non ci metteremo in mente di dover condividere, contribuendo a migliorare le condizioni di vita di queste popolazioni, costrette, loro malgrado, a lasciare i propri Paesi d’origine.

L’integrazione vera è un processo difficile e complesso, ma del resto noi europei e in particolare noi italiani dei migranti abbiamo anche bisogno.

Se la colpa del degrado della nostra società e delle nostre città, della mancanza di posti di lavoro, della violenza sociale, dell’indifferenza, dell’egoismo, della decadenza della nostra civiltà fosse tutta o principalmente degli immigrati, allora basterebbe che non ci fossero più per risolvere tutti i nostri problemi. Chi la pensa così forse, preferisce non guardare alla realtà, che dice ben altro.

Chi gestirebbe i nostri genitori sempre più anziani e non autonomi? Chi farebbe lavori che noi italiani non siamo più disposti a fare? Tagliare la legna nei boschi, mungere le mucche, fare il pane, lavorare nei campi, anche solo occuparsi delle pulizie nei locali. Discorsi scontati, dirà qualcuno, ma veri. Basta guardarsi intorno o semplicemente guardare nelle nostre famiglie e rendersi conto, come gli extracomunitari ci sono e sono funzionali alla nostra vita. E  spesso ci portano semplicità, umanità, vitalità, un maggior senso di comunità che noi abbiamo perso.

Ho avuto modo di parlare con piccoli imprenditori, che gestiscono strutture a conduzione familiare e che si sottopongono a ritmi di lavoro massacranti, oltre a dover sottostare a obblighi burocratici defatiganti, e tutti lamentano lo stesso problema, non trovano persone disposte a lavorare seriamente con loro. Offrono lavoro, ma nessun italiano risponde o è disposto ad accettare certi tipi di lavoro. E non parlo di condizioni di sfruttamento, ma di offerte di lavoro regolarmente pagate, ma che richiedono cura, attenzione, senso di responsabilità, come qualsiasi lavoro. Questi piccoli imprenditori che conoscono sulla propria pelle il senso della responsabilità e della fatica, sono estremamente preoccupati, perché il loro principale problema in futuro sarà proprio quello di trovare bravi lavoranti, che ad oggi sono rappresentati solo dagli extracomunitari che accettano di lavorare sodo, con disponibilità e con maggior spirito di sacrificio.

Così mi è tornato in mente il film “Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno, nelle sale cinematografiche nel 2012. Questa commedia  cercava di affrontare con intelligenza il tema dell’immigrazione. Così partiva da un’idea di fondo interessante, da un interrogativo … e se sparissero in una notte tutti gli immigrati di una cittadina del Nordest d’Italia, cosa accadrebbe? Nel film si generava una paralisi della vita di quel paese. La comunità dopo l’iniziale momento di stupore e disorientamento, provava a rimboccarsi le maniche ma il vuoto era incolmabile. Era il vuoto dell’Altro, entrato ormai a far parte delle vite dei cittadini.

Questo non significa che il fenomeno migratorio non presenti problemi di integrazione, di sicurezza, ma un uomo a cui viene riconosciuta la propria dignità di essere umano e a cui viene offerta la possibilità di una vita migliore avrà meno occasioni di essere preda di organizzazioni criminali e meno motivazioni per compiere azioni illecite. E’, dunque, principalmente una questione di gestione ed organizzazione. Vero è che noi non siamo più in grado di gestire nemmeno le nostre città e la nostra società. Probabilmente è questa totale inadeguatezza che ci fa paura. L’Altro, l’Immigrato fa emergere tutti i nostri limiti. Forse, però, sarebbe meglio farci i conti.

Se non faremo noi qualcosa, la storia, l’evolversi naturale, inevitabile degli eventi lo farà per noi e non so se questo comportamento da struzzi, andrà mai a nostro vantaggio.

Rossella Aprea tratto da www.lib21.org

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