Segnali dall’economia e classe dirigente inadeguata

crescita economica

Alle analisi critiche siamo abituati, ma per capire cosa è in ballo davvero dobbiamo anche guardare a ciò che c’è di buono in questo nostro Paese. Se ne occupa un recente articolo di Alberto Orioli pubblicato dal Sole 24 Ore che si concentra sui segnali che provengono dall’economia. Il dato più rilevante è che la produzione industriale è in ripresa e a ritmi intensi. esportazioni italianeL’export di quella che è pur sempre la seconda manifattura europea segue questa tendenza avendo realizzato nel 2016 il miglior avanzo commerciale degli ultimi 25 anni (51,6 miliardi) con un boom di vendite per 417 miliardi. Con buona pace di chi farnetica di rotture in Europa e di nuova autarchia la Germania è il primo mercato di sbocco dei semilavorati italiani. Si tratta di un’integrazione delle catene del valore dove i confini spariscono per lasciare spazio a produzioni integrate con beni targati made in Italy e made in Europe. Forse la svolta protezionista di Trump porterà dei problemi, ma bisognerà vedere come il danno causato dai dazi si bilancerà con l’altra svolta annunciata sul boom di investimenti infrastrutturali interni che, probabilmente, avranno bisogno di far ricorso ad alcune eccellenze italiane del settore. La globalizzazione non cessa perché un politico lo vuole.

Un altro segnale da cogliere riguarda le vendite di capannoni industriali in grande fermento in tutto il Nord Italia con un aumento delle compravendite superiore al 18%. Osserva Orioli che l’edilizia “è il punto più debole dell’economia italiana ed è anche il settore che più di altri fa da volano a investimenti nei comparti collegati e per questo è il vero catalizzatore della ripresa economica”. industriaEcco quindi l’importanza di un altro segnale, quello che arriva dall’incremento dei mutui per l’acquisto delle abitazioni accompagnato dalla crescita nelle costruzioni di edilizia residenziale e non residenziale, con un vero boom nella costruzione di capannoni industriali (+11,9%). I capannoni significano investimenti che, in effetti, “sono esplosi con i bonus legati al progetto di Industria 4.0 che ha consentito di cambiare pelle agli impianti e di compiere finalmente quell’avvio di upgrading tecnologico suggerito da anni da tutti gli analisti del caso-Italia”. E infatti i macchinari (eccellenza del made in Italy) sono tra i protagonisti del boom di esportazioni verso il mercato tedesco. E poi “c’è un atteggiamento diverso rispetto al ruolo strategico dell’Italia: Amazon raddoppia a Rieti con 150 milioni, FedEx punta su Malpensa con 15, Microsoft fa la nuova sede a Milano con 20, Apple guarda al centro ricerca di Napoli per realizzare il centro di sviluppo delle app per l’Europa, i cinesi investono sul porto di Venezia, Barilla raddoppia l’impianto hi tech con 50 milioni, Whirlpool scommette su Fabriano con 14 milioni” e senza citare l’industria automobilistica e l’altro boom collegato ai successi di FCA.

prodotti italianiTutto ciò si riflette sulla Borsa dove le imprese non bancarie registrano oltre 23 miliardi di utili. A conferma che qualcosa sta cambiando sta il regresso del numero dei fallimenti che “sembra tornato ai livelli pre crisi almeno nell’industria manifatturiera, settore dove sono calate vistosamente anche le sofferenze bancarie”. Contemporaneamente però aumentano i finanziamenti alle imprese da parte delle banche che detengono sempre un posto di assoluto rilievo nel nostro capitalismo bancocentrico. Ciò si spera che porti anche ad un aumento dei profitti bancari e ad un conseguente alleggerimento delle sofferenze dei crediti non esigibili. Tra i segnali positivi anche il boom del turismo cresciuto del 6,6% (più della zona sud dell’Europa e più della crescita globale del settore). Mettiamoci anche il record di viste ai musei e ai luoghi della cultura con incassi cresciuti in un anno del 12%, a 172 milioni (con buona pace di chi fantastica di abolizione dei biglietti di ingresso).

politicaTutto ciò nonostante un anno disastroso per i terremoti che hanno colpito l’Italia centrale con un impatto diretto in zone importanti per le attività economiche (dall’agroindustria al turismo) e danni stimati in 23 miliardi di euro.

Ora mettiamo a confronto questi segnali con i temi di cui si occupa il dibattito politico e con l’incapacità di arrivare ad una legge elettorale decente in grado di portare stabilità ad un futuro governo o con le stramberie di chi delira sulle uscite dall’euro e sulle monete parallele (il M5S accreditato come primo partito dai sondaggi) e traiamo la conclusione logica e inevitabile che l’Italia non riesce a selezionare una classe dirigente decente. La nostra economia è una cosa seria rispetto a tanti, troppi ciarlatani incompetenti che popolano partiti e movimenti. Devono decidere gli italiani se vogliono seguirli oppure no. Basta che poi non si lamentino delle conseguenze. Forse bisognerebbe scrivere sulle schede elettorali “pensa a quello che fai”.

Claudio Lombardi

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