Sicilia: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Lo spoglio dei voti delle regionali siciliane non è ancora finito, ma un commento si impone a prescindere dai risultati elettorali. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che vengono attribuiti con la rappresentanza nelle assemblee elettive. È un dato clamoroso e preoccupante perché in quella metà che non ha votato sicuramente il 90% è fatto di gente che non ha alcun potere e che rinuncia a quello di scelta consegnandolo ad una minoranza del corpo elettorale.

La riflessione riguarda in primo luogo le formazioni politiche che si sono presentate al voto. Con la sola esclusione del M5S e delle formazioni che si collocano a sinistra del Pd tutti gli altri hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco, quindi, le formule e le alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

I problemi della  Sicilia sono stati, come troppo spesso avviene nelle competizioni fra partiti, il pretesto per imbastire discorsi pro o contro i diversi candidati. Ma il cuore non svelato è rimasto quello dei giochi e delle alchimie di chi muove le sue pedine perché pensa solo alla conquista del potere. In questo quadro anche la rabbia e l’insoddisfazione dei cittadini ha un ruolo essenziale perché è il serbatoio a cui attingere per sminuire le proprie responsabilità e per promettere grandi trasformazioni. Un po’ come avviene per i problemi mai risolti dello sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate che cercano una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

Ma la rabbia dei cittadini non può e non deve più garantire la rendita di posizione di chi non vuole risolvere proprio un bel niente perché sennò dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e vedrebbe sfumare il suo potere di intermediazione.

I cittadini devono crescere e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma solo il suo tornaconto personale e di gruppo.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi. Una volta ci si sarebbe rivolti ad una ideologia, oggi non avrebbe più senso. Una bussola oggi deve essere costituita da valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

La solidarietà, la tensione verso l’eguaglianza delle possibilità, la prevalenza dell’interesse collettivo che si esprime attraverso quel complesso processo di formazione delle decisioni che si chiama politica, la giustizia e l’equità, la responsabilità. Questi sono alcuni dei principi e dei valori che possono guidare nuove forme di partecipazione dei cittadini.

Chi rappresenta i partiti (e anche chi si camuffa dietro liste civiche finte) deve partire svantaggiato perché deve avere l’onere di dimostrare la propria buona fede e deve partire dall’ammissione delle proprie responsabilità. Non può invocare le solite promesse per il futuro come giustificazione per la sua presenza: deve dire anche e innanzitutto che parte ha avuto negli errori di cui è accusata tutta la politica.

Senza questo le promesse e la retorica dei comizi non hanno più senso e servono solo ad allontanare i cittadini dalla politica.

Claudio Lombardi

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