Spazi pubblici, virtù civiche e intervento dei cittadini (stralci di un’intervista di Marco Cammelli)

Pubblichiamo una selezione di brani tratti da un’intervista, realizzata per il sito www.unacitta.it , a Marco Cammelli professore ordinario di diritto amministrativo presso l’Università di Bologna

Il senso civico e l’attività pubblica del cittadino

L’argomento è legato alla centralità degli spazi pubblici, che sono ciò che denota la città. La città è fatta di spazi pubblici. Solo gli spazi pubblici determinano la città, le sue funzioni di integrazione, di connessione, di coesione, le funzioni di scambio, di governo, di legittimazione, eccetera. Qual è il problema? Che i forti processi di scomposizione e di frammentazione dei sistemi urbani e sociali attuali, frutto di dinamiche globali, hanno comportato una fortissima privatizzazione e accentuazione dell’individuo come singolarità e, quindi, un arretramento nella fruizione degli spazi pubblici, meno presidiati dal cittadino.

Aggiungiamo il fatto che per popolazioni urbane come immigrati e studenti, che non hanno alternative all’uso dello spazio pubblico, tutto questo può avere conseguenze sulla coesione sociale.

La cura dello spazio pubblico diventa quindi un problema fondamentale proprio per bilanciare processi di disgregazione.

Così come nel welfare in generale, se c’è una cosa temibile è questa specie di gioco a somma zero: se il pubblico arretra, rimane uno spazio vuoto, sostanzialmente primitivo, e allora chi ha quattrini se la caverà per conto suo, sennò pazienza.

La via d’uscita è proprio quella, invece, di scoprire, promuovere e sostenere altre forme di sostegno e di possibili soddisfazioni dei diritti sociali che non dipendano dallo Stato. Ecco, anche per quel che riguarda gli spazi pubblici, ritengo che il problema sia questo: vedere quali altre presenze e quali altre forme di intervento possano esserci.

Le altre forme d’intervento sono del privato. Mi riferisco a due importanti aree, quella del “privato-privato”, proprio del singolo intendo, e quella del “privato comunità”.

Credo, cioè, che non vada sottovalutato l’aspetto virtuoso che possono avere elementi collegati alla naturale e legittima cura, da parte dei privati, dei propri interessi, che non necessariamente sono egoistico-negativi o depravati.

 Appartenenza civica

Poi c’è una seconda possibile forma di energia da utilizzare e valorizzare, che riguarda invece l’appartenenza civica, cioè forme non più solo privatistiche individuali, ma allargate, collettive, di gruppo, che un tempo si occupavano storicamente di una parte del territorio e che forse vanno riscoperte. Sono forme di tutela dell’ambiente e dei beni pubblici che possono gravare sui proprietari, come lo scolo dell’acqua, lo sgombero della neve, il taglio dell’erba che nasce dalle prode e che rischia di nascondere alla vista chi c’è dietro la curva. Sono tutte cose che nascono da un’appartenenza proprietaria, ma anche civica, e che hanno piena legittimazione costituzionale.

Un tempo su questi aspetti c’erano significative differenze fra centro, nord e sud. Nel Mezzogiorno l’idea che dove finiva la porta di casa, una casa pulitissima, iniziava una terra di nessuno in cui poter buttar di tutto, è stata lungamente dominante. Che poi era la vecchia consuetudine di tutta l’Europa.

Non dimentichiamoci che gli hotel particulier, i palazzi privati, nascono esattamente per creare, nella corte, uno spazio aperto pulito, perché nella strada non si poteva girare in quanto rovesciavano veramente di tutto. Nell’Inghilterra di Shakespeare era così.

Lo spazio pubblico come luogo di condivisione pubblica è una conquista recente, dopo che per lungo tempo era stato il regno di spazzatura, cani randagi e malandrini. Ecco allora che, per avere uno spazio vivibile per far passeggiare le dame si fanno questi hotel con giardino interno curato. Il problema, quindi, di una concezione per cui fuori dell’uscio di casa mia c’è la giungla, di cui non mi interesso, ha radici lunghe e viene superata decisamente solo con la Rivoluzione francese, che porta alla grande scoperta degli spazi pubblici, dove si tengono assemblee, feste comuni, si erigono monumenti-simbolo. Negli spazi pubblici le persone unite dalla fraternità e dall’uguaglianza si trovano.

Il nostro paese che, notoriamente, è stato toccato solo parzialmente dalla Rivoluzione francese, ha reagito in modo parziale.

Ecco, io temo che questa visione del pubblico come luogo residuale fuori dalla porta di casa mia, sia ritornato in qualche modo d’attualità anche al centro nord in questi ultimi decenni di enfatizzazione dell’individuo e del ritorno al privato.

Quindi, tornando al Mezzogiorno, la cosa è innegabile: anche se non in tutto il Mezzogiorno, resta molto diffusa la concezione per cui se uno spazio è di tutti non è di nessuno e quindi non è tutelato. Ma nel centro nord non era così. La caratteristica di Bologna era che il cittadino considerava suo anche il palo della luce e il cartello stradale, tant’è che segnalava quando era deteriorato. Non succede più, quindi qui è successo qualcosa.

 Statale e pubblico sono la stessa cosa?

La grande semplificazione pubblico/privato in realtà è frutto dello Stato ottocentesco, dello Stato liberale nato dalla Rivoluzione francese, che per demolire ciò che c’era precedentemente, affermò che tutto doveva stare nel binomio Stato-individuo e in mezzo niente.
Un dato così schematico serviva a liberarsi di tutto il ciarpame, di tutti i vincoli, i lacci e i laccioli dei sistemi precedenti. Il fatto è che i vincoli non erano solo quelli feudali, c’era anche il diritto dei territori, delle città, che avevano un proprio ordinamento che non era dato dal parlamento ma dai luoghi stessi.

Con la Rivoluzione francese chi detiene il potere è colui che dà la legge, non colui che si fa garante delle regole che trova.

Questo è fondamentale perché, se non ricostruiamo questa enorme opera di demolizione che fa la Rivoluzione francese, che Napoleone poi estende dappertutto, e che genera le nostre istituzioni, non capiremo mai perché certe cose facciano tanta fatica a tornar fuori. Il perché sta appunto nel fatto che sono sepolte dallo spesso strato di cemento ideologico del binomio “Stato=pubblico” versus “singolo=egoistico-privato”. E in mezzo non deve esserci niente perché ciò che è in mezzo frena lo Stato e frena l’individuo. Ecco perché, allora, la lotta contro i sindacati, contro le leghe, eccetera, perché alteravano il binomio.

Questa è l’origine delle difficoltà in cui ci imbattiamo nell’affrontare la questione degli spazi pubblici.

La sussidiarietà, quindi…

Sì, con modus in rebus però. Io sono contrario a certe forme di irenismo del sociale, della sussidiarietà. Sono forme che vanno riscoperte con molta cura, con molta attenzione, con molto discernimento. Teniamo presente che queste forme di privato vanno bene se c’è una società forte e robusta, con valori propri. Voglio dire che l’autonomia deve avere una cornice condivisa e riconosciuta.

Ecco, in una situazione come quella italiana, in cui questa precondizione è fragile, e si è mostrata assai più fragile di quanto molti di noi credessero, certamente “il pubblico” deve mantenere molte delle sue funzioni. Ma è un pubblico che comunque deve essere profondamente rivisto.

Cos’è una città

Noi sappiamo pochissimo delle città. Esiste il Comune, che è la veste amministrativa della città, ma la città non sappiamo definirla pur sapendo benissimo cos’è. Noi, in realtà, dovremmo rifare tutta la strumentazione: le città non hanno più confini, non hanno più un territorio limitato, non hanno più una popolazione definita perché hanno molte popolazioni; le città hanno le popolazioni degli studenti, dei residenti, dei pendolari, di quelli che la usano semplicemente perché vengono una settimana all’anno a fare le fiere, degli uomini della business community, dei turisti, eccetera. Allora di quali popolazioni stiamo parlando?
Le istituzioni sono costruite su basi completamente diverse, non conoscono questa complessità. Come dicevo, la veste giuridica è il Comune, ma è una veste straordinariamente antica, disegnata su tre elementi definiti: un luogo, una popolazione, un governo. Ma noi oggi non abbiamo né un luogo, perché la città è esplosa al di fuori, né una popolazione, perché ne abbiamo almeno quattro o cinque, né un governo perché è diviso fra mille centri e sedi, non solo in verticale, ma anche in orizzontale. Oggi non c’è decisione pubblica di una città che non cominci e non finisca altrove passando per mille sedi. Qualunque decisione non banale passa per una serie di livelli non cittadini.

Insomma, in sintesi, noi abbiamo ancora una veste giuridica e istituzionale totalmente sfasata rispetto alla realtà.

È per questo che ritengo che le città dovrebbero avere uno statuto differenziato, dove vengono delegati anche poteri regolativi e dove si possono mettere a punto forme di equilibrio pubblico-privato che oggi sarebbero impensabili, perché sono formule da trovare all’impronta, di volta in volta, a seconda di come si mettono le cose.

Dall’intervista a Marco Cammelli su www.unacitta.it

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