Spero che i miei figli possano studiare (di Marta Boneschi)

Gebré è un contadino etiope. Abita con la famiglia in un villaggio a nord di Addis Abeba, dove possiede due costruzioni rotonde in pietra, di un vano ciascuna: la prima contiene i silos dei cereali, la provvista dell’acqua nella tanica di plastica gialla, un paio di giacigli; l’altra ricovera il bestiame, pecore e galline. Da sotto il turbante bianco, tenendo la croce copta sul petto (è anche custode della chiesa locale), Gebré dichiara: «Spero che i miei figli possano studiare, perché potranno scegliere la loro vita. Io non l’ho fatto e sono rimasto contadino, come mio padre, e suo padre prima di lui».

Se pure privo di istruzione, Gebré sa – e lo dichiara alla telecamera che esplora il suo modo di vita a beneficio degli spettatori dell’intero globo – che dentro al villaggio, da tempo immemorabile, le cose vanno nello stesso modo. Là fuori, invece, esiste un mondo libero, dove l’istruzione è una risorsa che apre molte porte su orizzonti impensabili.

Essere liberi di scegliere in famiglia e nella società è una grande conquista civile, per la quale i nostri avi e ave si sono battuti. La libertà di scelta ha costruito il mondo moderno, un mondo dove non c’è più posto per la schiavitù. Come mai il contadino etiope Gebré è così fiducioso nella libertà dei figli, mentre il professore italiano Luigi Frati se ne infischia e, anzi, dispone dei parenti con potere feudale? Privo di istruzione, ma non di sogni, Gebrè non ha niente da perdere. Frati invece, rettore della Sapienza di Roma, non può abdicare all’impero acquisito palmo a palmo, e occupa porzioni crescenti della scacchiera dove già ha annidato moglie, figlio e nipote.

Se Gebrè parla da padre, che desidera la libertà per i figli, Frati si comporta da padrino, che dispone per i “suoi” e intralcia prepotentemente i “non suoi”. E’ curioso, ma Gebré appare come un miglior cittadino rispetto a Frati (e ai “baronetti” come lui, attivi e operanti, oltre che nelle accademia, anche nella professioni, nell’imprenditoria, nel commercio), il quale blocca la dinamica della società, ostacolando il riconoscimento del merito e deprimendo il valore degli studi.

Se Gebré non conosce i fondamenti della convivenza che in occidente si sono venuti formando dal Settecento in poi, pazienza. Non è colpa sua. Ma un “barone” (che in questo caso, grazie alle mirabili potenzialità del lessico italiano, usiamo come accrescitivo di “baro”, imbroglione) dovrebbe sapere che lo “spirito di famiglia”, quando pretende di governare la comunità, è pernicioso. Il mondo moderno ha accantonato il capofamiglia onnipotente e indiscusso, privilegiando l’individualità, il talento, la volontà libera di esprimersi. Non da Gebré ma da Frati ci potremmo aspettare un maggior rispetto per i classici; avrebbe potuto, lui sì, leggere e assimilare la bella pagina di Cesare Beccaria nella quale il capofamiglia, come proprietario assoluto delle cose e delle persone, è contestato con argomenti inoppugnabili. E smantellato, per il bene di tutti. Peccato, anche perché Dei delitti e delle pene, citato di solito come il primo manifesto mondiale contro la pena di morte e contro la tortura, è invece ricco di spunti sul diritto alla felicità per il più gran numero di persone, utili anche nel secolo ventunesimo.

L’«aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini» ha generato ingiustizie come questa, illustrata da Beccaria: «Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che le rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini e ottantamila schiavi; se l’associazione è di uomini, vi saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono, nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della miseria e della felicità degli uomini».

Le ragioni della famiglia non possono schiacciare quelle degli individui, perché in questo caso la felicità è iniquamente distribuita e l’infelicità dilaga. A quanti meritevoli di gestire un’azienda, di insegnare da una cattedra o di esercitare una professione il nepotismo sbarra la strada? E quanti inetti il familismo mette in posizione di potere, con un doppio danno per la società?

Nonostante il fatto che la Costituzione riconosca la parità in famiglia – un approdo del quale siamo debitori all’età dei lumi e ai suoi preveggenti philosophes – troppi italiani credono sia loro dovere proteggere i figli, metterli al sicuro, tracciare la loro strada professionale, collocandoli a viva forza in un posto e in uno stipendio. «E’ per il suo bene», e niente è più ripugnante che ammantare di buoni sentimenti un’azione iniqua e incivile, un gesto da padrino (che, sempre grazie alla meravigliosa flessibilità del lessico italiano, usiamo come diminutivo di padri, cioè padri infimi).

Quindi per il nostro bene, quello vero, ricordiamo di prendere adeguate informazioni genealogiche prima di farci tagliare la pancia, riparare un dente, acquistare una casa o un mobile. Meglio sapere se il dentista è figlio di falegname: il tavolo lo compreremo dal padre, tranquilli di poterci masticare sopra un pranzo e una cena grazie alla protesi ben realizzata dal figlio.

Marta Boneschi da www.lib21.org

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