Una soluzione per i migranti c’è

Sintesi del “Manifesto per una terza via sull’immigrazione” redatto dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Né tutti dentro né tutti fuori, ma una terza via tra i due estremi. La destra nazional-populista ha alimentato un’ingiustificata idea di invasione, trasformando gli immigrati nel capro espiatorio su cui sfogare ogni tipo di frustrazione e risentimento.

Ma la gestione dell’immigrazione attuata dai governi a guida Pd, per una buona parte della legislatura, ha contribuito a radicare l’idea di un fenomeno fuori controllo. Fuori controllo gli sbarchi, disomogenea ed emergenziale la distribuzione sui territori, discutibili e spesso censurabili le modalità d’accoglienza, inefficiente la politica dei rimpatri, inarrestabile la produzione di illegalità e degrado legata alla permanenza sul territorio nazionale di tutti coloro cui viene negato (o che perdono, a causa della Bossi-Fini) il permesso di soggiorno.

Minniti è arrivato tardi, si è concentrato sugli sbarchi e non ha avuto il tempo per affrontare altri aspetti legati alla gestione a terra del fenomeno.

La linea di Salvini – tutti fuori – non è però né realizzabile né utile al paese. La sola repressione degli ingressi illegali non azzererà nel lungo termine i flussi, né si vede come possa essere mantenuta la promessa elettorale dei 500 mila rimpatri.

Soprattutto non si elimina il paradosso: il futuro del Paese – la sostenibilità della sua economia, del suo welfare, del suo tenore di vita – è appeso all’immigrazione almeno quanto il suo assetto democratico è oggi minacciato dalle conseguenze di un’immigrazione non adeguatamente gestita.

Le proiezioni demografiche parlano chiaro. Al 2065, tra poco meno di cinquant’anni, si prevede un saldo naturale negativo per 14,8 milioni di abitanti. Nonostante gli immigrati, prevede l’Istat, la popolazione è destinata a calare di 6,5 milioni di individui, dagli attuali 60,6 milioni a 54,1.

Non possiamo permetterci né di accogliere tutti, né di lasciare tutti fuori dalla porta. Quindi?

Occorre una terza via che si basa su una gestione organizzata di flussi di immigrazione legale e su una progressiva bonifica del bacino di immigrazione irregolare che si trova oggi nel nostro paese.

Il boom degli arrivi irregolari si è avuto (anche) a causa della pressoché totale chiusura dei canali di ingresso legali che, invece, dovrebbero essere per i migranti economici la strada principale per arrivare in Italia.

La stessa logica con cui è stato costruito il sistema dell’accoglienza ne è una conseguenza. Dopo aver costretto centinaia di migliaia di migranti economici a confondersi con i profughi e a formulare un’improbabile richiesta di protezione internazionale, abbiamo messo in piedi un complesso, farraginoso e costoso sistema di accoglienza “temporanea” – che si protrae in realtà per un anno e mezzo o due, durante i quali la maggior parte dei richiedenti asilo non fa assolutamente nullala cui unica finalità è arrivare a distinguere i rifugiati, meritevoli secondo il Trattato di Dublino delle diverse forme di protezione internazionale, dai migranti economici.

In pratica è come se si fosse realizzata una “fabbrica della clandestinità”, in perenne funzione. Quelli ai quali viene negata la protezione internazionale non vengono rimpatriati per oggettiva impossibilità e vanno ad ingrossare il numero dei clandestini. Privi di documenti, di alloggio e della possibilità di lavorare legalmente  il loro destino è chiaro: degrado, lavoro nero o schiavismo, attività illegali o criminali.

L’alternativa c’è: ingressi legali cioè controllati, regolati, con una programmazione basata sugli effettivi bisogni demografici ed economici, e realizzati attraverso la riattivazione dei decreti flussi; oppure direttamente affidati all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso l’intermediazione di soggetti accreditati (agenzie per il lavoro, rappresentanze d’impresa) operanti anche nei paesi d’origine dei migranti. In sintesi: una politica di ingressi selettiva che permetta di decidere quanti e quali immigrati sia possibile e utile accogliere e integrare.

Ciò non risolverebbe il problema degli sbarchi, ma li sgonfierebbe drasticamente. Dunque resterebbe la necessità di esercitare un efficace controllo dei confini, di individuare gli aventi diritto alla protezione internazionale e di rimpatriare velocemente gli irregolari, ma tutto sarebbe ridimensionato.

Lo stesso approccio vale per gli immigrati irregolari già presenti sul territorio nazionale. La loro condizione è identica a quella di coloro ai quali viene negato lo status di rifugiato. Privati del permesso di soggiorno (che si può perdere anche a seguito di un licenziamento come prevede la Bossi-Fini) hanno solo due opzioni: o farsi sfruttare in una delle tante forme di lavoro nero, o dedicarsi ad attività illegali.

Con la cancellazione della protezione umanitaria voluta da Salvini e approvata col decreto sicurezza e immigrazione potrebbe crescere il numero dei nuovi “irregolari” da qui alla fine del 2019 fino a 130 mila persone che si andrebbero a sommare ai 490 mila che si stimano già presenti sul territorio nazionale. Questa è la vera emergenza.

La terza via, a questo riguardo, richiede che s’imbocchi una strada del tutto diversa. Bisogna frenare la “fabbrica di clandestini” e prosciugare il vasto bacino di illegalità che è stato creato in questi anni.

Sui rimpatri non c’è da farsi grandi illusioni. Dunque frenare la produzione di clandestini significa una sola cosa: cambiare i criteri di ammissione. Se è vero che non possiamo “accoglierli tutti” e che l’Italia ha però bisogno di migranti, purché utili alla sua demografia e alla sua economia, il criterio di ammissione non può fermarsi alla provenienza (rifugiati o migranti economici). Serve un criterio di merito, che riconosca e premi chi vuole davvero integrarsi nel nostro paese, lavorare onestamente e rispettarne le regole.

Serve cioè un permesso umanitario condizionato a quanto i migranti abbiano concretamente, oggettivamente, dimostrato di volersi integrare. Questa è la rivoluzione che serve per tutto il sistema di accoglienza. Oggi non esiste infatti alcun serio incentivo a costruire percorsi di formazione e di integrazione dei richiedenti asilo, né ad organizzarli né – per i migranti – a parteciparvi con impegno. La regola non concede infatti alcun beneficio a chi lo faccia. Il migrante che impara l’italiano, che partecipa alle attività di volontariato e persino trova un lavoro non ha alcuna possibilità in più di ottenere il permesso di soggiorno rispetto a quello che passa le sue giornate ciondolando per la città. Oggi conta solo la provenienza.

Condizionare il permesso umanitario ad una “comprovata volontà di integrazione” significa rivoltare come un calzino il sistema di accoglienza, dargli una finalità, delle regole, degli standard a cui attenersi. Significa dare ai migranti un obiettivo: imparate bene l’italiano, studiate la nostra cultura, rispettate le regole della nostra società, partecipate ai programmi di volontariato, datevi da fare per trovare un lavoro, o quantomeno per iniziare un tirocinio – e avrete il diritto a restare legalmente nel nostro paese. I molti soldi che oggi vengono spesi per un’accoglienza “inutile” verrebbero a quel punto dedicati a corsi di lingua intensivi, a progetti di orientamento e di formazione professionale, investiti per produrre integrazione.

Si tratterebbe di realizzare un sistema di regolarizzazione su base individuale che tratti allo stesso modo i nuovi arrivati e quelli che già risiedono nel territorio nazionale pur essendo irregolari. Dobbiamo riuscire a separare chi vuole lavorare onestamente da chi non ha intenzione di farlo, offrire una chance di integrazione ai primi e espellere gli altri.

La terza via fa sul serio e richiede un impegno anche da parte degli immigrati. In sintesi: apertura di canali di ingresso legali orientati alle necessità del mercato del lavoro; gestione europea dei confini; accordi con i paesi d’origine per l’esecuzione dei rimpatri; investimento in politiche di formazione linguistica, culturale e professionale; ammissione (o regolarizzazione su base individuale) subordinata a “comprovata volontà di integrazione”. Una terza via esiste. Punta a tenere insieme principi umanitari, legalità, sicurezza e interessi economico-demografici del nostro paese. Non è una passeggiata, ma è l’unico modo per provarci seriamente

Una proposta su accoglienza e integrazione

Con una lettera a Repubblica Giorgio Gori sindaco di Bergamo fa una proposta per gestire l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. Dopo aver riconosciuto la giustezza della battaglia di Matteo Renzi “per un maggiore coinvolgimento dell’Europa e per una politica di investimenti che riduca i flussi dall’Africa” osserva però che all’interno del nostro Paese ci sono troppe criticità che derivano, in primo luogo, dall’aver affrontato la questione immigrazione come un’emergenza. E invece emergenza non è, ma un fenomeno di lunga durata che continuerà per molto tempo. La particolarità della nostra situazione è che, dopo la chiusura delle frontiere, da luogo di transito oltre che di permanenza, siamo diventati “una destinazione finale”. Questo è il motivo per cui la pressione sulle strutture di accoglienza si è fatta così forte e lo è in particolare per quei pochi comuni (500 su 8.000) “che portano sulle spalle tutto il carico dell’ospitalità”.

accoglienza migrantiIn primo luogo “la base dell’accoglienza va assolutamente ampliata e l’unica strada è una seria incentivazione dei Comuni centrata sullo sbocco delle assunzioni”. Occorre, però, un vero e proprio piano nazionale che “tenga conto di due evidenze:

1) La gran parte dei richiedenti asilo è destinata a vedere respinta la propria istanza. A Bergamo, dall’inizio dell’anno, i “no” della Commissione territoriale sono stati il 93%. Qualcuno verrà riammesso dai Tribunali, ma il 75-80% resterà fuori (la gran parte dei migranti arriva da Paesi in cui non sono riconosciuti conflitti o persecuzioni).

2) Per questi “diniegati” la legge prevede il rimpatrio, ma i rimpatri eseguiti sono un’eccezione. Mancano gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine (tutt’altro che facili da fare) e ci sono grossi problemi burocratici ed economici. Per rimpatriare 10.000 migranti servono 116 voli e 20.000 poliziotti. Ogni rimpatrio assistito costa tra i 3.000 e i 5.000 euro. Non è quindi realistico (almeno nel breve) che se ne possano fare molti di più”.

immigrati-1Osserva Gori che i “diniegati” restano comunque sul territorio nazionale “espulsi dai luoghi di accoglienza, senza documenti, senza soldi, senza un luogo dove stare, irregolari consegnati ad una vita di espedienti e di attività illegali, in attesa di trasformarsi in un problema di sicurezza e di ordine pubblico”. E’ chiaro che questo è uno degli aspetti cruciali della questione immigrazione ed è quello che determina le reazioni più negative.

La proposta di Gori è che si dia una possibilità a “chi tra loro ha voglia di fare, di imparare e di rispettare le nostre leggi” con un percorso organizzato di integrazione che obbligatoriamente “preveda l’apprendimento dell’italiano e di elementi culturali di base, accompagnato da attività lavorative (centrate sulla manutenzione del territorio) e da moduli di formazione professionale”. Più o meno è ciò che oggi accade solo per i profughi cui è stato riconosciuto il diritto di protezione. Secondo Gori invece “lo schema va esteso a tutti i richiedenti e attuato sin dalla fase di seconda accoglienza, ben prima che le commissioni si pronuncino, moltiplicando le strutture Sprar e i luoghi di accoglienza diffusa”. E solo chi rifiuta di stare dentro questo percorso deve essere rimpatriato.

lavoro-integrazione-migrantiPer chi lo accetta invece “impegno e livelli di apprendimento dei migranti devono essere misurati e diventare decisivi ai fini della concessione del permesso umanitario. Che non può essere concesso a tutti, ma solo a chi accetta un patto fondato su formazione, lavoro e concreta volontà di integrazione”.

Solo così, sottolinea Gori, “possiamo evitare di diseducarli lasciandoli per quasi due anni senza far nulla, e insegnare loro che l’accoglienza ricevuta richiede una “restituzione”. Solo così possiamo ridurre il numero dei rimpatri da eseguire ed evitare di generare una massa crescente di irregolari indirizzati verso attività illegali”.

La proposta sembra valida, ma, soprattutto punta decisamente a far cessare l’ipocrisia di un’emergenza in corso da anni che tale è solo perché mancano piani e obiettivi. L’emergenza alimenta il degrado e il rifiuto. I percorsi di integrazione costruiscono il futuro

Claudio Lombardi

Nel giorno della memoria l’Europa smemorata

Oggi si celebra il Giorno della Memoria per non dimenticare l’orrore e per non scordare l’atrocità delle leggi razziali. Il 27 gennaio 1945 è la data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Oggi ricordiamo la Shoah e la persecuzione dei cittadini ebrei e di quelli che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte. Un appuntamento importante per ricordare e per formare una coscienza collettiva soprattutto tra i giovani. Purtroppo gli europei sembrano aver dimenticato il proprio passato: il 2015 ha visto la creazione di nuovi muri e filo spinato ai confini tra paesi UE ed extra UE ma anche nel cuore dell’Europa come a Calais in Francia.

E proprio in questi giorni 6 paesi europei (Austria, Germania, Danimarca, Francia, Svezia e Norvegia) chiedono la sospensione di Schengen per due anni e il ripristino dei controlli alle frontiere.

Europa egoismi nazionaliIn Danimarca il governo minoritario di destra che si regge sull’appoggio esterno della formazione xenofoba Partito del popolo, ha approvato una legge che mira a ridurre il flusso dei migranti. Nel 2015 ne sono arrivati 21 mila il 2% del totale in Europa. La normativa prevede il sequestro di denaro e di beni come telefoni, computer ed orologi ad eccezione di quelli con un valore affettivo come le fedi nuziali. Il governo danese si giustifica affermando che servono per coprire i costi di vitto e alloggio. Dopo un lungo viaggio attraverso mille pericoli per cercare rifugio dalle guerre in Europa lasciandosi alle spalle le proprie case, i propri affetti e i propri amici non sappiamo far altro che spogliarli dei loro averi sequestrandoli per pagare il loro “soggiorno”. Ditemi voi se questo è un comportamento del quale possiamo esser fieri nella civile Europa del 21 secolo?

In tutto questo si aggiungono i ministri degli interni di Olanda, Germania, Austria e Belgio che chiedono alla Grecia di rispettare gli accordi sulla registrazione di profughi e migranti minacciandola di escluderla dall’area Schengen: insomma dopo la tragedia di questa estate si paventa una nuova Grexit e non per motivi economici. Di fronte a questa situazione drammatica il Presidente del Consiglio Donald Tusk ha ammonito i 28 Stati membri: “Abbiamo due mesi di tempo per salvare l’Unione europea” e proporre il superamento del regolamento di Dublino. La Commissione europea vorrebbe istituire una Polizia di frontiera comune ma non riesce neanche a far rispettare la redistribuzione dei rifugiati tra i paesi UE: da settembre ne sono stati redistribuiti appena 414 su 160.000. Insomma Schengen è sull’orlo del tracollo e rischia di portarsi dietro l’intera costruzione europea.

giovani europei erasmusIn questi giorni in molti si chiedono dove sia la generazione Erasmus. La generazione, che è nata nell’Europa senza frontiere e che ha fatto della libertà di movimento una delle sue prerogative irrinunciabili, dovrebbe scendere in piazza con le bandiere europee per riaffermare tale libertà. Ma non è la sola generazione a doversi sentire in colpa. Che dire della generazione dei quaranta-cinquantenni che guardano la situazione europea dalla finestra come semplici spettatori. Cosa racconteremo (mi ci metto anche io tra questi) ai nostri figli quando ci chiederanno cosa abbiamo fatto per evitare il baratro verso il quale stiamo scivolando?

Senza dover aspettare la fine basta guardare The Great European Disaster Movie, Il Film del Grande disastro europeo dei registi Annalisa Piras e Bill Emmott. Le scene iniziali si aprono in un futuro prossimo venturo (la data non è chiarita, potrebbe essere tra 5 o 10 anni), dove l’Unione Europea è stata smantellata, caduta sotto le spinte centrifughe dei movimenti nazionalisti. Il continente è in fiamme, divorato dalla crisi economica e politica, da nuove guerre e da rivolte.

muri EuropaTornando ai giorni nostri la situazione è a dir poco esplosiva: alle problematiche suindicate si intrecciano i controlli e la paura di nuovi attentati dell’Isis ad ampio raggio su tutto il territorio europeo. Senza dimenticare le pulsioni autoritarie di paesi come l’Ungheria e la Polonia, i cui governi nazionalisti si oppongono fermamente alle decisioni europee di redistribuzione dei rifugiati e approvano leggi per restringere le libertà democratiche e per controllare direttamente i media.

Chissà che il pellegrinaggio di Matteo Renzi a Ventotene previsto per sabato 30 gennaio non sia dovuto alla ricerca del bandolo della matassa europea, alla ricerca di quell’elemento giusto che può risolvere una soluzione intricata, quasi disperata. Sull’isola troverà il sindaco ad accompagnarlo tra le rovine del carcere di Santo Stefano ma soprattutto ci saranno gli intrepidi militanti federalisti che con striscioni e bandiere, lungo le strade dell’ex confino fascista, gli ricorderanno che la sola soluzione, che può consentire al primo ministro italiano di rispedire al mittente le accuse di populismo antieuropeo alla Salvini e alla Grillo, è quella di farsi promotore di una iniziativa costituente per gli Stati Uniti d’Europa. Come richiede, tra l’altro, l’iniziativa dei sei presidenti della camere basse promossa da Laura Boldrini. L’Italia è un paese fondatore è ha il dovere di fare proposte concrete per salvare l’Europa. A quel punto Francia e Germania non potrebbero più trattare l’Italia dall’alto in basso. Ma dovrebbero assumersi le proprie responsabilità di paese fondatore. Chissà che lo spirito di Altiero Spinelli non possa fare il miracolo nei confronti di un Premier alla ricerca di maggior rispetto tra i colleghi europei. Altrimenti sarà un’altra occasione persa per Renzi ma soprattutto per l’Europa.

Nicola Vallinoto tratto da http://www.europainmovimento.eu

I fatti di Colonia e i valori da trasmettere

Interessante riflessione dello scrittore algerino Kamel Daoud sui fatti di Capodanno a Colonia pubblicata domenica 10 gennaio da Repubblica. La riproponiamo in sintesi perché con equilibrio e chiarezza tocca i vari aspetti di questa vicenda.

confronto con musulmaniI fatti di Colonia riflettono “l’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro, il rifugiato/immigrato: spiritualismo esasperato, terrore, riaffiorare della paura di antiche invasioni e base del binomio barbaro/civilizzato”. … e ciò “ha già riaperto il dibattito sull’opportunità di rispondere alle miserie del mondo accogliendo o asserragliandosi”.
Continua Kamel Daoud “Spiritualismo esasperato? Già. In Occidente l’accoglienza pecca di un eccesso di ingenuità. Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura. È la vittima sulla quale gli occidentali proiettano pregiudizi, senso del dovere o di colpa. Si scorge in lui il sopravvissuto, dimenticando che è anche vittima di una trappola culturale che deforma il suo rapporto con Dio e con la donna.

In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna  –  fondamentale per la modernità dell’Occidente  –  rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità”.

valori occidenteOsserva lo scrittore algerino che il rifugiato non è certo un selvaggio, ma è sicuramente un diverso che ci pone problemi molto più grandi del munirlo di pezzi di carta che giustifichino la sua presenza ed offrirgli un posto dove dormire. “Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita”.

Tutte le colpe della donna si concentrano sul suo corpo perché “Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei”. “La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere”.

sesso e islamSecondo Daoud “È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”. Ed è per questo che “Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da velare”.

Prosegue la riflessione “Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno”. Insiste Kamel Daoud in un concetto chiave del suo scritto “non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità”.

aggressioni alle donneQui arriva il giudizio più duro sull’immaginario che deriva dalla religione islamica. “Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in Occidente, dove la libertà appare così insolente. Perché “da noi” non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza”.

La conclusione di Kamel Daoud è che non bisogna chiudere né le porte né gli occhi. Bisogna concepire l’accoglienza come una lunga opera nella quale i rifugiati e gli immigrati “non possono essere ridotti a una minoranza delinquenziale”. La loro presenza “ci pone di fronte al problema dei “valori” da condividere, imporre, difendere e far capire”. Una responsabilità della quale non possiamo non farci carico

http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/10/news/colonia_molestie_capodanno_un_articolo_dello_scrittore_algerino_daoud-130973948/

7 Luoghi comuni sui migranti e sulle migrazioni

Ancora una volta i migranti sono al centro del dibattito politico. Ancora una volta il dibattito è caratterizzato da luoghi comuni. I partiti conservatori e populisti in Italia attaccano Bruxelles colpevole di averci prima costretto ad aprire le frontiere poi abbandonato a noi stessi. Secondo molti italiani, opportunamente “nutriti” dai politici l’unica opzione sostenibile è quella della tolleranza zero: occorre presidiare meglio i confini ed espellere tutti gli irregolari. Le cose non sono così semplici però. Vediamo perchè

LUOGO COMUNE NUMERO 1: l’immigrazione è un problema creato da Bruxelles

luogo comune migrantiL’immigrazione oggi infiamma il dibattito politico di molti paesi del mondo. Obama ha promesso una sanatoria per un milione di irregolari che sono arrivati negli Usa da bambini, Hillary Clinton, che potrebbe presto sostituire Obama alla Casa Bianca, ha affermato che sarebbe assurdo procedere all’espulsione di milioni di residenti che lavorano regolarmente. In Canada il governo conservatore ha reso più difficile l’assunzione di lavoratori stranieri tra le proteste dell’opposizione e delle associazioni di imprenditori che considerano il provvedimento antieconomico. David Cameron in Gran Bretagna ha promesso di rendere fiscalmente più onerosa l’assunzione di lavoratori stranieri. Il Sudafrica è al centro di un furioso dibattito sull’immigrazione e nel sudest asiatico migliaia di Rohingya cittadini di una minoranza musulmana del nord del Myanmar stanno fuggendo sui barconi. Tutti i paesi coinvolti nella vicenda dei Rohingya fanno parte di una comunità nata nel 1967 prendendo esempio dalla Comunità Economica Europea, l’Asean che si sta dimostrando meno efficiente dell’UE. Stati come la Thailandia e l’Indonesia sono disponibili a salvare i migranti, nessuno ad accoglierli.

LUOGO COMUNE NUMERO 2: perché spendere 35 euro al giorno per aiutare in Italia chi si può aiutare a casa propria con 2 euro al giorno.

immigrati in ItaliaAlle migrazioni economiche causate dalle disuguaglianze si sommano quelle dovute all’instabilità politica ed alle violenze. Le migrazioni oggi sono come gli attentati di Charlie Hebdo e del Bardo figlie del “nuovo disordine globale”, degli Stati falliti e della crescente diffusione di gruppi terroristici e network criminali. Gli afgani scappano dai talebani, i mediorientali dall’Isis, molti uomini e molte donne provenienti dall’Africa subsahariana che avevano provato a ricostruirsi una visita in nord Africa scappano dall’anarchia della Libia, i musulmani del Myanmar dalle persecuzioni religiose, i messicani dai Narcos. Nessuno di loro può oggi essere aiutato a casa propria con investimenti esteri, che prima delle recenti ondate migratorie non erano certo una priorità nell’agenda politica degli europei.

LUOGO COMUNE NUMERO 3: l’Italia è un paese buonista, è necessario chiudere le frontiere

Gli Stati Uniti, esempio invocato dalle destre di tutto il mondo per le sue frontiere ermetiche, sono il primo paese al mondo per immigrati irregolari, la Russia il secondo. Presto gli Stati Uniti potrebbero procedere alla più grande sanatoria di immigrati irregolari della storia. Oggi non esistono paesi in grado di blindare le proprie frontiere. A ciò si aggiunge che gli Stati Uniti, severi all’ingresso concedono la cittadinanza facilmente ai lavoratori residenti e di diritto ai loro figli nati nel territorio nazionale. Oggi in Italia vivono molte centinaia di migliaia di irregolari, un’espulsione costa in media 7.000 euro ed espellerli tutti costerebbe almeno 10 miliardi. Espellere l’irregolare che lavora onestamente dal punto di vista economico è una follia.

LUOGO COMUNE NUMERO 4: in Europa solo noi Italiani accogliamo i migranti

migranti EuropaL’Italia, insieme ad altri paesi mediterranei per ragioni geografiche è molto impegnata nella prima accoglienza, tuttavia Gran Bretagna, Francia e Germania hanno molti più immigrati del nostro paese. Ad Oslo il 40% dei residenti è nato fuori dai confini nazionali, a Londra e Parigi più del 20%. A Milano e Roma i cittadini stranieri sono circa il 10%. A ciò si aggiunge che l’Italia è uno dei paesi meno generosi per la concessione di asilo. L’asilo politico per tutta la guerra fredda dal nostro governo è stato concesso solamente ai cittadini di paesi comunisti e ancora oggi non viene mai concesso asilo ai cittadini di “paesi amici”. Il caso Shalabayeva è un esempio drammatico ed imbarazzante.

LUOGO COMUNE NUMERO 5: Bruxelles ci obbliga all’accoglienza.

La politica dell’immigrazione comune si limita al presidio delle frontiere. Con Schengen è stata stabilita un’area di libera circolazione senza frontiere all’interno e senza una frontiera comune; il trattato di Maastricht introduce una cittadinanza europea di derivazione da quella nazionale senza fissare regole comuni per la sua concessione. Gli Stati membri determinano autonomamente quali immigrati sono irregolari ed hanno la possibilità di espellerli, vi sono poche regole minime “di ragionevolezza” per l’espulsione degli immigrati regolari. La “non politica” europea dell’immigrazione è figlia delle scelte dei governi, che preferiscono tenere nelle proprie mani poteri che non sono più in grado di esercitare efficacemente solo perché sensibili ai fini elettorali, salvo poi chiedere solidarietà quando i nodi vengono al pettine

LUOGO COMUNE NUMERO 6: Dublino II è un accordo fatto per favorire gli altri paesi Europei

barconi migrantiDublino II sfavorisce i richiedenti asilo extracomunitari. E’ un accordo molto criticato perché stabilisce quale è il solo paese UE che deve verificare se un cittadino extracomunitario ha diritto d’asilo. In sostanza con Dublino II tutti i paesi dell’UE eccetto uno vengono meno agli obblighi della Convenzione di Ginevra di cui sono parte. In prima battuta il paese che deve esaminare la richiesta d’asilo del migrante è quello in cui risiede un suo familiare, poi quello in cui il richiedente asilo è entrato legalmente e per ultimo quello in cui è entrato illegalmente. L’accordo fu siglato nel 2003 dal governo espressione di Berlusconi, di Alfano e della Lega. Nei primi anni del nuovo millennio le migrazioni verso l’Italia erano molto più ordinate di quanto lo sono oggi e Dublino II nel breve periodo favoriva paesi come l’Italia che avevano relativamente pochi immigrati e in gran parte provenienti da paesi relativamente stabili i cui cittadini non avevano diritto d’asilo: Marocco, Cina, Albania, Romania.

LUOGO COMUNE NUMERO 7: non siamo un paese abbastanza ricco per accogliere migranti

accoglienza migrantiLa popolazione italiana è in acuto invecchiamento. L’Italia è uno dei paesi d’Europa con la più grave situazione demografica. I migranti sono in media più giovani degli Italiani, producono circa il 9% del Pil, ovvero incidono sull’economia in misura più che proporzionale alla loro presenza. I benefici della loro presenza, nonostante molti di loro lavorino nell’economia informale si vedono sul fronte pensionistico. Tra l’altro molti migranti che decidono di tornare nel paese d’origine con cui non esiste una convenzione dopo aver versato i contributi per anni non hanno diritto ad alcuna pensione. E’ un luogo comune che l’Italia non può accogliere tutti perché non può allargarsi, poiché anche in anni di “violente migrazioni” è continuato il declino demografico del paese.

In definitiva è possibile un gestione più ordinata dell’immigrazione in Italia, incidendo su squilibri quali quelli prodotti dall’economia sommersa, chiedendo agli immigrati di pagare le tasse e sottraendoli allo sfruttamento dei caporali. E’ poi possibile un nuovo accordo europeo basato sulla condivisione dei rischi e dei benefici. E’ giusto chiedere un aiuto ai partner europei, ma solo nel contesto di un’ampia riforma dell’Unione, con una politica dell’immigrazione e della cittadinanza che deve essere creata dal nulla. Non si può certo chiedere ai paesi del nord e dell’est di affrontare insieme l’emergenza del Mediterraneo, senza scrivere regole che possano consentire di affrontare insieme un’eventuale futura emergenza ai confini orientali dell’Unione.

Salvatore Sinagra

I migranti fuori dalla retorica

corona di fiori migrantiOgni volta che muore qualcuno nei barconi dei trafficanti di esseri umani si levano alti e accorati appelli contro l’orrore dei disperati che vogliono fuggire dall’Africa e trasferirsi in Europa.

Da che mondo è mondo nessuno mai ha fermato le migrazioni degli esseri umani. Se la razza umana non fosse nomade per sua natura adesso staremmo tutti in Africa dove è diventato bipede il primo ominide. Ovviamente le migrazioni sono sempre state accompagnate da tragedie rispetto alle quali le morti nel Mediterraneo sembrano cosa lieve, molto lieve, ma inaccettabile (e per fortuna!) per la nostra sensibilità di occidentali nel XXI secolo.

Guerre, massacri di intere popolazioni, distruzioni, scontri cruenti  di ogni tipo hanno costantemente accompagnato le migrazioni. La favola di un’umanità che si sposta sul pianeta Terra in amorosa concordia non può essere proposta nemmeno ai bambini talmente è irreale. L’idea di un occidente che organizza la migrazione di milioni di persone andando a prelevarle nei loro paesi senza limiti di numero e assicurando a tutti casa e lavoro sulla base del “sacro principio” di accoglienza è talmente fuori dalla realtà che rischia di scatenare la reazione opposta.

barcone migrantiCiò detto bisogna pure fare delle scelte politiche più sensate di quelle che sono state fatte sinora perché le scelte politiche hanno sostituito le guerre e i massacri (in occidente oggi è così e speriamo lo sia per sempre). Innanzitutto, come ripetono in tanti, queste scelte devono essere compiute a livello europeo perché la destinazione dei migranti è l’Europa e non solo l’Italia. In secondo luogo bisogna puntare a limitare le partenze selezionando sul posto le richieste di asilo e aiutando i popoli a vivere meglio nei loro territori perché i paesi europei non hanno capacità illimitate di accoglienza.

In terzo luogo chi chiede asilo lo deve chiedere a tutti i paesi dell’UE che devono ripartire gli arrivi sulla base di scelte condivise. In quarto luogo e infine il trasporto deve essere realizzato a spese e con la garanzia dell’UE.

Soltanto così si riuscirà a gestire un fenomeno epocale che l’Italia da sola non può fronteggiare. La missione “Mare nostrum” è un generoso tentativo di fare qualcosa che costa molto e incentiva gli scafisti a mettere in mare imbarcazioni destinate al naufragio sapendo che, probabilmente, una nave militare italiana salverà i migranti. Continuare così non serve a nulla: o c’è una svolta o arrendiamoci al prezzo da pagare ad una migrazione di massa lasciata a se stessa

Claudio Lombardi

Di naufragio in naufragio

Il via vai di barconi nel Mediterraneo lascia una scia di morti che ormai sono diventati un peso intollerabile. La situazione della sponda sud, quella africana, è tale che si rischia un esodo di centinaia di migliaia di disperati. Se li lasciamo nelle mani della criminalità che organizza i viaggi il massacro sarà cosa certa. Ma anche se continuiamo con l’operazione “Mare nostrum” non riusciremo ad evitarlo perché l’Italia da sola non ce la può fare e non è giusto chiederle di farsi carico del dramma di interi popoli.

Non è giusto, non ha senso ed è anche pericoloso. Oltre un certo limite si rischia il rifiuto della pietà anche da parte di chi vorrebbe aiutare, ma si sente sotto assedio e non sa più come far fronte ad un fenomeno che un singolo paese non può affrontare ed ancor meno possono affrontare i nostri territori.

Se la risposta all’insostenibilità della situazione è la retorica fondata sull’appello ai buoni valori si rischia di scatenare una reazione contraria molto pericolosa.

Ormai tutti dicono che l’unica risposta è un intervento dell’Unione europea che prenda in mano la gestione della fuga dalle guerre, dalle persecuzioni e dalla fame. Senza questo intervento le reprimende sui nostri doveri morali di accoglienza rischiano di essere inutili manifestazioni di buona volontà senza collegamento con la vita reale.

Il governo italiano deve convincere gli altri stati che o si fa così o si dovrà proclamare che loro sono i responsabili della strage dei migranti e che l’Italia da sola si sta facendo carico di una migrazione di massa che vale più dello 0,3% del deficit rispetto al Pil che tanto preoccupa gli ottusi vertici europei. Renzi ha già iniziato a dirlo a voce alta, ora non deve mollare

CIE: basta discutere, vanno chiusi

cie prigionieriL’ennesima protesta estrema messa in atto ieri da 8 migranti detenuti nel Cie di Ponte Galeria è su tutte le prime pagine dei quotidiani. Le centinaia di visite svolte da associazioni, parlamentari e operatori degli organi di informazione hanno ormai portato alla luce molto bene la disumanità di strutture che limitano la libertà personale di persone che non hanno commesso alcun reato.

Il punto è che le visite, le denunce, le dichiarazioni, i rapporti delle organizzazioni antirazziste non si contano più, ma il sistema di detenzione amministrativa è ancora in piedi e nulla è cambiato. L’indignazione che cosparge le pagine dei quotidiani e che straripa dalle dichiarazioni dei parlamentari che visitano le strutture scompare quando si tratta di tradurre in scelte politiche conseguenti l’analisi di quanto avviene.

cie immigratiI migranti questo lo hanno capito. Per questo scelgono sempre più spesso forme di protesta disperate: gli atti di autolesionismo come quello scelto dai 15 migranti che dal 21 dicembre si sono cuciti la bocca a Ponte Galeria, i danneggiamenti alle strutture come quelli che più volte sono stati realizzati a Gradisca e a Lampedusa, le proteste sui tetti come quella di Bari. Oppure: i casi di suicidio come quello avvenuto nel Cara di Mineo qualche giorno fa e di cui si è parlato pochissimo. Sì perchè non sono solo i Cie a dover essere chiusi: è l’intero sistema di quelli che il Ministero dell’interno e la stampa si ostinano a definire “centri di accoglienza” ma che dell’accoglienza non hanno niente che va smantellato, CARA, CDA e CPSA compresi.

La politica ha tutte le informazioni necessarie per assumersi le sue responsabilità ma non lo fa.

clandestinità immigratiIl 9 dicembre alla Camera sono state discusse diverse mozioni presentate da Pd, Scelta Civica, Sel, PDL e M5S in materia di detenzione amministrativa. La Camera ha approvato una mozione di compromesso che sebbene nella premessa sottolinei la disumanità, l’inefficacia e l’inefficienza del sistema dei Cie e dei Cara si chiude con un dispositivo (la parte che chiede un impegno al Governo) molto debole e continua di fatto a legittimarne l’esistenza.

Il sistema dei Cie, come ha efficacemente evidenziato MEDU in un comunicato diffuso il 9 dicembre, è già imploso. Solo sei dei tredici CIE presenti sono attualmente in funzione; non solo, ma queste sei strutture sono operative al 50%. Il fallimento del sistema di detenzione è sotto gli occhi di tutti, persino degli operatori delle forze dell’ordine.

Eppure. Eppure quando si tratta di agire politicamente di conseguenza, la “timidezza” prevale.

lasciateci entrareIeri il Ministro dell’Interno Alfano è stato invitato a riferire in Parlamento sui trattamenti inumani e degradanti che un servizio del Tg2, grazie alla denuncia coraggiosa di un migrante “ospite” nel CPSA di Lampedusa, ha portato alla luce. Come spesso avviene, il “caso” sotto i riflettori della stampa nazionale e internazionale, ha partorito un topolino: è stato rescisso il contratto con l’ente gestore del CPSA di Lampedusa; la Legacoop, cui aderiva la cooperativa Lampedusa accoglienza ha aperto un’inchiesta interna; si procederà, sembra, ad affidare la gestione del CPSA alla Croce Rossa. Si fa finta di fare qualcosa per rassicurare l’Europa ed evitare le procedure di infrazione annunciate, ma in realtà tutto torna come prima.

C’è appello della campagna LasciateCIEntrare ( http://lasciatecientrare.it )

Decine di associazioni, avvocati, giornalisti l’hanno elaborato dopo anni di monitoraggio sistematico, di denunce, di proteste. Chiede alla politica di rinunciare alla retorica e di agire: un sistema che non assolve le funzioni affidategli dal legislatore (solo il 46,2% delle persone detenute nei Cie tra il 1998 e il 2012 sono state effettivamente rimpatriate) è un sistema inutilmente disumano.

Dunque non c’è più niente da scoprire, ne sappiamo abbastanza. Basta discutere, queste moderne strutture di concentramento devono essere chiuse.

Di www.antirazzismo@lunaria.org

Perché saliamo su una barca (di Awas Ahmed)

rifugiati in ItaliaA chi chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, rispondo: “Non siamo stupidi, né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile. Tu che sceglieresti? O meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?”

Due giovani ieri sono stati uccisi a Mogadiscio perché si stavano baciando sotto un albero. Avevano 20 anni. Non festeggeranno altri compleanni. Non si baceranno più.

A chi domanda: “Cosa speravate di trovare in Europa? Non c’è lavoro per noi figurarsi per gli altri”, rispondo: “Cerchiamo salvezza, futuro, cerchiamo di sopravvivere. Non abbiamo colpe se siamo nati dalla parte sbagliata e soprattutto voi non avete alcun merito di essere nati dalla parte giusta”.

Mio cognato scappava con me.  Prima del mare c’è il deserto che ne ammazza tanti quanti il mare. Ma quei cadaveri non commuovono perché non si vedono in Tv. Perché non c’è un giornalista che chiede ripetutamente quante donne e bambini sono morti, quante erano incinte.

Perché qui in occidente a volte sembra che l’orrore non basti, c’è bisogno di pathos. Mio cognato è morto nel deserto. Per la fame. Dopo 24 giorni in cui nessuno ci ha dato da mangiare. A casa c’è una moglie che non si rassegna e aspetta una telefonata che io so non arriverà mai.

barcone migrantiA casa c’è quel che resta di un sogno, di un progetto, di una vita. Un biglietto per due i trafficanti se lo fanno pagare caro e loro i soldi non li avevano. Se fosse restato li avrebbero ammazzati tutti e due. Il suo ultimo regalo per lei è stata la vita. Lui è scappato e lei non era più utile, l’hanno lasciata vivere.

A chi chiede: “Come si possono evitare altre morti nel Mediterraneo?”, rispondo: “venite a vedere come viviamo, dove abitiamo, guardate le nostre scuole, informatevi dai nostri giornali, camminate per le nostre strade, ascoltate i nostri politici.

Prima dell’ennesima legge, dell’ennesima direttiva, dell’ennesima misura straordinaria, impegnatevi a conoscerci, a trovare le risposte nel luogo da cui si scappa e non in quello in cui si cerca di arrivare. Cambiate prospettiva, mettetevi nei nostri panni e provate a vivere una nostra giornata. Capirete che i criminali che ci fanno salire sul gommone, il deserto, il mare, l’odio e l’indifferenza che molti di noi incontrano qui non sono il male peggiore”.

Awas Ahmed (rifugiato somalo in Italia) tratto da Servir mensile del Centro Astalli

L’Italia delle finte emergenze: i rifugiati (intervista a padre Giovanni La Manna)

Domanda: quanto sta avvenendo a Lampedusa non è un evento inatteso né una catastrofe. Eppure l’attenzione dell’opinione pubblica è attirata dalla situazione sull’isola ai limiti del collasso. Sembra che l’Italia sia presa d’assalto da chi scappa dal Nord Africa. È così ?

Risposta: quanto sta avvenendo in Libia e in altri paesi del Maghreb costituisce un evento storico di enorme portata che va considerato non solo in relazione al probabile intensificarsi di arrivi di rifugiati verso l’Europa, ma in primo luogo guardando alle enormi potenzialità positive, sul piano economico, sociale e culturale che si aprono, per l’Europa nel suo complesso e per i paesi del Mediterraneo in particolare, a seguito della caduta di quei regimi corrotti e violenti che per decenni hanno dominato l’area.  

L’Europa e l’Italia hanno il dovere di sostenere concretamente l’avvio dei processi di trasformazione democratica in questi paesi e, con senso di responsabilità debbono evitare allarmismi e il possibile diffondersi, nella popolazione italiana ed europea, di sentimenti di paura verso coloro che fuggono dalle violenze in atto. Al contrario, è il momento di realizzare, anche con il concorso delle istituzioni locali e della società civile, iniziative di accoglienza e di solidarietà e l’avvio di programmi di aiuto ai paesi interessati per un ritorno il più rapido possibile alla democrazia.

In particolare è necessario garantire un efficiente sistema di soccorso in mare, anche in acque internazionali, come avvenuto in passato seguendo la migliore tradizione del nostro Paese, evitando tassativamente ogni operazione di contrasto e respingimento in mare degli arrivi, attuata direttamente, con uomini e mezzi italiani, o indirettamente, con appoggi logistici a unità militari e di polizia dei paesi interessati dalla crisi. Una simile ipotesi costituirebbe una scelta foriera di tragedie.

Va naturalmente garantito l’accesso alla procedura ­di asilo, nel rispetto rigoroso del principio di non refoulement. Si preveda inoltre una forma di protezione temporanea per tutti coloro che fuggono dalle aree di crisi. 

Domanda: Ora sembra sia stato raggiunto un accordo per distribuire sul territorio le persone arrivate a Lampedusa. Eppure i rivolgimenti in corso nel Nord Africa durano ormai da mesi e da anni la nostra costa è il punto di arrivo principale per chi scappa dal suo paese. Come mai non ci è pensato prima?

Risposta: La grave crisi del Maghreb sta portando ad una fuga di massa verso l’Italia, in particolare dalla Tunisia. Stanno arrivando migliaia di persone sulle coste italiane, prevalentemente giovani tunisini tra i 16 e i 25 anni. Un vero e proprio esodo che purtroppo ha già mietuto molte vittime.  Siamo davanti a una pagina fondamentale della storia dei paesi mediterranei a noi vicini e l’Italia deve assumersi le proprie responsabilità nei confronti di uno stato limitrofo che sta vivendo una situazione di vera e propria crisi umanitaria.  

 Molto c’è da fare ad ogni livello: prima di tutto garantire l’accoglienza e il rispetto dei diritti dei migranti che in queste ore continuano ad arrivare sulle nostre coste. Gli strumenti giuridici per la loro tutela esistono: il Centro Astalli chiede che venga applicata da parte del governo la Direttiva comunitaria 2001/55/CE relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati ed alla cooperazione in ambito comunitario, recepita dall’Italia con il decreto legislativo n. 85 del 2003.

Accogliere i migranti dalla Tunisia e dalla Libia è l’ennesima sfida di civiltà che il nostro paese si trova ad affrontare: l’Italia si impegni a che tutto si svolga nel rispetto dei diritti e della dignità di queste persone. 

Domanda: sull’intera questione immigrati continuano a confrontarsi due versioni opposte: una afferma che nei prossimi decenni l’Italia ha bisogno di molti di loro per mandare avanti l’economia e i servizi; l’altra li vede come una minaccia da respingere con ogni mezzo. Dove sta la verità e cosa è giusto fare?

Risposta: il fenomeno migratorio appare strutturale: gli stranieri tendono ormai alla stabilità, nonostante politiche di integrazione a volte carenti, e si inseriscono in quegli spazi del mercato del lavoro rifiutati dagli italiani. Ma purtroppo una parte dei cittadini non la pensa così e nutre un senso di paura per l’arrivo degli immigrati, considerandoli la principale fonte di insicurezza, non tanto dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma da quello della sicurezza sociale.

Nella loro percezione gli stranieri aumenterebbero la disoccupazione, nonostante in realtà siano impiegati in mansioni indispensabili dalla comunità, rifiutate dagli autoctoni.
Uno dei fattori che incide sui timori dei cittadini riguarda i flussi irregolari, tra l’altro presentati dai media, esagerando di molto la realtà, come un fenomeno continuo e inarrestabile.

Quote d’ingresso inadeguate, carenze nei meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro, lavoro nero e precario che vengono percepiti come un ulteriore indebolimento del lavoro regolare sono argomenti all´ordine del giorno. Per non parlare poi di come tv e giornali mostrano l’arrivo dei clandestini e le espulsioni come sta avvenendo in queste ore in Italia. Infatti, nel nostro Paese, spesso, i media ingigantiscono le paure degli italiani presentando gli stranieri come una minaccia all’ordine pubblico. In realtà solo lo 0,3% degli stranieri regolarmente residenti in Italia è colpevole di reati. Una percentuale minore di quella degli italiani.

Sarebbe quindi forse il caso di regolarizzare e inserire con maggiore flessibilità gli immigrati nei paesi europei con politiche di integrazione adeguate affinché il numero di irregolari diminuisca e con esso anche le nostre insicurezze.

Giovanni La Manna responsabile del Centro Astalli