La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

Europa ed Africa: il timore e la speranza

Europa ed Africa. Le previsioni demografiche dicono che la prima è destinata a perdere da qui alla fine del secolo più di 100 milioni di abitanti. La seconda quasi li quintuplicherà. In numeri le cose stanno così: oggi 456 milioni l’Europa contro 540 dell’Africa, nel 2050 374 milioni e 1,3 miliardi, nel 2100 324 milioni e 2,53 miliardi. Di qui il parere unanime che un travaso di esseri umani ci dovrà essere e pure in misura consistente. Per l’Italia alcuni prevedono che per mantenere l’attuale livello della popolazione serviranno milioni di immigrati. In tutta l’Europa più di cento. Arriveranno tutti dall’Africa? Non è detto e d’altra parte già oggi il mix delle provenienze è molto vario. Ma certo l’Africa è vicina e dunque sarà inevitabile che da lì verrà la quota più consistente dell’immigrazione.

natalità caloLe cause di questa situazione sono note: natalità in calo, mancata sostituzione dei morti, invecchiamento della popolazione e decrescita netta della sua consistenza. Non tutti i paesi sono uguali però. Francia, Irlanda e Svezia sono vicine al tasso ideale di natalità (2,1 figli per donna); l’Italia è molto lontana con il suo 1,4. Alcune domande sono ovvie. Il tasso di natalità è modificabile? Se sì vuol dire che può anche crescere. Non è detto che i giovani e le famiglie non possano essere aiutati e che non decidano di generare più figli. Certo gli stili e le scelte di vita contano molto, ma la Francia dimostra che qualcosa si può fare. Ipotizziamo che si riuscisse a ridurre molto il declino demografico, ciò significherebbe che ci sarebbe bisogno di meno immigrati? Se ci si limita a prendere come base i numeri attuali la risposta dovrebbe essere sì: siamo 60 milioni e tanti dobbiamo rimanere non ci serve aumentare di numero.

E invece fare più figli potrebbe non bastare perché ciò che cambierà sarà la composizione della popolazione ovvero gli anziani aumenteranno, moriranno di meno e assorbiranno risorse. Dunque la stabilità non risolve il problema. Ci vorrebbero più nascite ben oltre il tasso di sostituzione ovvero più giovani in età di lavoro. A meno di non trasformare le donne italiane (ed europee) in fattrici dedite solo alla generazione dei figli qualcuno da fuori dovrà arrivare a darci una mano.

famiglie numeroseDa fuori significa innanzitutto dall’Africa che non va, però, considerata solo un serbatoio di mano d’opera a buon mercato e nemmeno una minaccia. Negli ultimi anni l’incremento del Pil di molti paesi africani si è avvicinato ai livelli cinesi, il tasso di natalità è diminuito ed è destinato a crescere l’invecchiamento della popolazione. È probabile, inoltre, che lo sviluppo economico porti a stili di vita diversi da quelli attuali e anche ad una ridefinizione del ruolo della donna. Probabilità non certezza, ma una probabilità che può essere aiutata ed aiutare molto nel diminuire la pressione verso l’emigrazione. E cosa può aiutare? La collaborazione con l’Europa che possiede capitali e tecnologie per spingere lo sviluppo dei paesi africani. La Cina lo sta già facendo e non certo per scongiurare una possibile ondata migratoria verso i suoi confini. Però la strada è quella. Ed è una strada chiaramente indicata dal governo italiano già da un paio d’anni con il suo Migration Compact.

Non si tratta, quindi, di eliminare l’immigrazione, ma di disciplinarla e di inserirla dentro una politica che abbia al suo centro l’integrazione. Possiamo pensare che l’immigrazione del prossimo futuro potrà essere quella dei barconi o, meglio, quella gestita dai trafficanti (con o senza Ong a completarne l’opera)? Evidentemente no. Nel prossimo futuro l’automazione progredirà velocemente e molti lavori non specializzati saranno effettuati da macchine robotizzate. È un cambiamento al quale dovremmo prepararci da adesso e che riguarderà innanzitutto chi è nato qui. Le cose non saranno facili e molti lavori bisognerà reinventarli. In questo scenario un’immigrazione incontrollata potrà solo creare tensioni micidiali e non servirà all’economia.

sbarchi migrantiÈ dunque quanto mai giusta la linea adottata dal governo italiano (e condivisa adesso dai principali partner europei) di bloccare il traffico di migranti, di avviare una politica di coinvolgimento dei paesi africani con l’obiettivo non di aiutarli genericamente, ma di collaborare a progetti che favoriscano lo sviluppo economico locale e, contemporaneamente, organizzarsi per selezionare sul posto e con il controllo di organismi internazionali le domande di asilo politico. E per raccogliere le richieste di permessi finalizzati alla ricerca del lavoro (magari dando la precedenza a chi ha una formazione professionale).

In ogni caso l’integrazione è e sarà il punto centrale. Abbandonando ogni buonismo multiculturalista dobbiamo essere consapevoli e far capire a chi arriva (e prima ancora che parta) che l’integrazione sarà innanzitutto culturale e non sarà alla pari. Ovvero su alcuni punti non ci saranno compromessi e non dovrà essere possibile dire “nel mio paese si fa così e lo voglio fare anche qui”. Senza fretta e senza animosità, ma su questioni come la libertà, la parità tra uomini e donne, la separazione tra potere civile e religione, il rispetto dell’individuo non ci sono compromessi possibili. Fare chiarezza su questi punti farà bene anche a noi e, se accanto ai corsi di italiano per i richiedenti asilo riattiveremo l’educazione civica nelle scuole magari trasmetteremo anche ai giovani italiani il valore di questi principi

Claudio Lombardi