Le città del “terzo incomodo”(di Alessandro Cossu)

A Genova, nelle primarie per la candidatura a Sindaco della città per il centro-sinistra (mi dicono si chiami ancora così) vince il terzo incomodo, come a Napoli, come a Milano, come a Bologna. E come negli altri casi, molti media parlano oggi di voto di protesta. La mia protesta invece è contro di loro e contro questo modo semplicistico e superficiale di leggere la realtà.

Si tratta in tutti di casi di città ed elettorati “maturi”; ed il senso di quelle scelte sta, a mio modestissimo parere, nell’indicare chi meno sembra imbrigliato dai vecchi schemi partitici e dal solito modo di fare politica che privilegia le alleanze con chi appare essere più forte promettendo scelte favorevoli “a chi conta” nell’economia cittadina.

I tre che sono poi diventati sindaci sono stati sostenuti da una maggioranza di elettori che è andata bel oltre il voto di schieramento. Credo che basterebbe solo questo a far capire che non si tratta di “protesta”, bensì di scelta consapevole, basata su programmi chiari e discussi, complessi, articolati e in alcuni casi davvero ambiziosi.

Definirlo voto di protesta fa comodo proprio a quell’establishment che promette da anni di cambiare tutto affinché nulla cambi. E mi dispiace, tra questi, inserire anche il Sindaco di Genova uscente, una persona che si è presentata al suo elettorato, nella precedente tornata elettiva, come un volto pulito, attento alle persone, e che voleva davvero investire sulla città. Su come sia andata davvero sarebbe il caso che parlassero i genovesi. Di certo, nessuno di noi dimenticherà le dichiarazioni rilasciate nelle ore a ridosso della recente alluvione, in cui, di fronte alla evidente débacle della macchina comunale, ha parlato di “problemi di comunicazione”. Dichiarazioni superate solo da Alemanno dopo l’eccezionale nevicata su Roma. Strano che anche la Vincenzi non si sia fatta ritrarre con la vanga mentre spalava fango.

La Sindaca, appresa la sconfitta, non ha saputo fare di meglio che riversare la sua rabbia attraverso i “cinguettii” di Twitter, tutti contro i vertici locali del PD, ma anche contro Doria, reo di avere addirittura la “benedizione di Don Gallo”, uno dei preti più scomodi d’Italia. Dal mio punto di vista, un punto di forza piuttosto che una colpa.  Di meglio hanno fatto solo esponenti del PDL (area scajoliana) che hanno dichiarato “Con Doria adesso Genova diventerà la città dei viados, dei transessuali e delle prostitute” (Il Fatto Quotidiano, pagina 4, 14/02/12).

La vera sconfitta è, però, per il PD, che ha perso in molte delle occasioni in cui ha candidato dei “propri” esponenti, a Napoli come a Milano o Bologna. Eppure, quasi sempre, gli “osservatori più attenti” o gli “editorialisti di punta”davano sempre per vincente, almeno all’inizio, il candidato del partito. dimostrando con ciò di leggere ancora una volta la realtà attraverso lenti divenute oramai ingiallite per la polvere e il tempo, convinti che in nessun caso la volontà libera dei cittadini sarebbe riuscita ad andare oltre la ragnatela di rapporti consolidati dei maggiori partiti.  Cari miei signori, sarebbe invece il caso di fare una buona visita oculistica, e iniziare davvero a interrogarsi sui cambiamenti più o meno visibili nella nostra società.  Che è in molte occasioni molto più matura di quanto i media vogliano dirci.

Per la cronaca, a Genova, i risultati hanno finalmente aperto una fase di crisi nel PD, con segretari provinciale e regionale dimissionari, e il dito puntato contro Roma, rea di non aver appoggiato il candidato di partito.

In attesa che magari anche nel centrodestra si affacci l’idea di sottoporsi alla scelta dei propri elettori, e non a quelle delle stanze di partito, i prossimi mesi potranno portarci nuove importanti sorprese. A partire dal 4 marzo, dove in Sicilia si sceglierà tra l’eurodeputata Rita Borsellino, l’Idv (in uscita) Fabrizio Ferrandelli, il deputato regionale (che parla il linguaggio Renziano) del Pd Davide Faraone e il consigliere comunale Antonella Monastra. In attesa che, dopo l’ufficiosa candidatura di Nicola Zingaretti, attuale Presidente della Provincia di Roma, anche nella Capitale spuntino dei candidati inattesi.

Alessandro Cossu

Neve a Roma: scagionato Alemanno, la colpa è di Giove (di Alessandro Cossu)

La classe dirigente e lo stile. Sembra un titolo degno di Piero Ottone, ma non ne ha assolutamente l’intenzione, anche solo per mie ragioni anagrafiche. E lo stile non è acqua, bensì sostanza perché rivela anche ciò che non si vorrebbe ammettere. In questi giorni Alemanno, valoroso Sindaco di Roma, ha esibito uno stile vivace, iracondo, reattivo come se avesse condotto una battaglia vittoriosa benché impervia a favore dei cittadini vittime delle avversità della natura. Essendo lui il massimo responsabile della città dovremmo esserne contenti. Eppure lo stile esibito in questo caso non ci piace e non ci convince e rivela una grande fragilità e un’incapacità di dominare le situazioni complesse che possono capitare nel governo di una capitale che ha milioni di abitanti. Insomma lo stile di chi urla di essere classe dirigente, ma non ne è all’altezza.

Esattamente come capita sempre più spesso bisogna ch’io parli del disagio (o mal di pancia) che, oramai, provo senza sosta per i comportamenti a dir poco indecorosi della stragrande maggioranza di quelli che una volta si chiamavano “i rappresentanti del popolo”, politici semplici o anche con responsabilità di governo, nazionale o locale che sia. Comportamenti che oggi, a confronto con l’ostentato aplomb e con lo stile sobrio del premier, stridono ancora di più.

Per spiegarmi meglio, voglio partire dagli ultimi episodi “alemanniaci” nella città di Roma, in particolare da quanto avvenuto nella Capitale in vista dell’annunciata nevicata del week end del 4-5 febbraio. Sono così emblematici dello stile e della sostanza di una parte della classe dirigente che meritano una breve disamina.

Si parte dalla magnifica invenzione della “chiusapertura” delle scuole inaugurata con il venerdì precedente. Avete letto bene, la “chiusapertura” è una nuova parola del vocabolario “alemanneo” e sta ad indicare una strana attività: le scuole chiuse (alle attività didattiche) ma aperte. Mi sono chiesto: aperte ma per fare che? Niente lezioni, docenti che non avevano la certezza di esserci, genitori che, una volta accompagnati i figli a scuola, hanno dovuto passare la giornata sul chi va là, in attesa di una chiamata dagli istituti che avrebbero potuto annunciare la chiusura totale.

E, mentre lo show andava avanti, a ora di pranzo quella cattivona della neve ha deciso di scendere copiosa sulla città. I risultati immediati sono balzati subito evidenti agli occhi di tutti: assoluta impreparazione della macchina amministrativa capitolina a dare adeguate (o anche minime) risposte ad una situazione che non era di emergenza sia perché annunciata con molto anticipo, sia perché non era caduto, venerdi 3 febbraio, un metro di neve. Eppure gli autobus erano in giro senza catene e dalle 14 circa in poi, li potevate osservare fermi lungo molte vie cittadine come vecchi dinosauri in attesa dell’avvento della glaciazione.

Il traffico cittadino impazzito, anche perché la polizia municipale si era quasi tutta dileguata riuscendo a ripararsi nei propri uffici. Altri mezzi del trasporto pubblico a singhiozzo, nella migliore delle ipotesi, se non , addirittura bloccati come è stato il caso delle ferrovie metropolitane. Insomma, proprio il contrario dell’immagine di una capitale europea del XXI secolo.

Bene, cosa decide di fare il Sindaco, di fronte a questa evidente débacle? Decide di adottare la strategia di “crisis management communication” più vecchia del mondo: individuare qualcuno su cui scaricare tutte le responsabilità. Che si attua anche, secondo le nuove mode, presentandosi in TV con un bel maglione di pile, o facendosi fotografare con in mano la vanga e il sale (peccato che fosse quello alimentare e non quello che serviva).

Questa volta la freccia delle responsabilità si è fermata sul capo della Protezione Civile,  Gabrielli il cui aiuto era stato fermamente rifiutato da Alemanno deciso a fare da solo. Nulla di nuovo perché in questi mesi pochi sono quelli sfuggiti a questa strategia, dal Viminale (se Roma è violenta è colpa delle poche forze dell’ordine…) a molti altri. E infatti i problemi di Roma si sono costantemente aggravati.

Però, alla lunga, questa strategia servirà a qualche cosa? A mio parere, al massimo a galleggiare sino alle prossime elezioni, di certo non a servire i cittadini. Ecco, era proprio il punto a cui volevo arrivare: lo spirito di servizio a cui sembra che molti non riescano proprio ad ispirarsi.

Credo che, di fronte ad una débacle enorme per la Capitale, il Sindaco avrebbe fatto meglio a mostrare un minimo di senso dello Stato: invece di aprire inutili guerre tra organi istituzionali, era meglio chiedere scusa ai cittadini romani per i disagi, e poi, eventualmente, ad emergenza finita, avventurarsi in una disamina delle responsabilità. Di certo però, non per liberarsi dalle proprie, ma per spiegare i limiti di una operazione il cui fallimento era visibile sin dalle prime ore. O per urlare dai vari palchi televisivi, sbracciandosi ed ergendosi a estremo difensore dei propri cittadini.

Intanto, io sono qui in attesa delle piogge di fine inverno e inizio primavera: quando il Tevere inizierà a gonfiarsi di acqua e con lui le polemiche, di certo il nostro sindaco ci aiuterà meglio di Nero Wolf a scoprire il colpevole. Chissà se questa volta saranno gli dei dell’Olimpo i responsabili. Se troveremo traccia di un fulmine i dubbi saranno subito fugati: è tutta colpa di Giove.

Alessandro Cossu

La Rai, lo smantellamento e quel tanto utile telecomando (di Alessandro Cossu)

“Umpf, la stanno smantellando …… e se lo avessero già fatto?”. Lucia Annunziata, volto noto televisivo e già DG Rai, rispondeva così l’altra sera, nel corso del sit-in di protesta organizzato davanti ai cancelli della Rai per cercare di non abbassare la guardia su quello che sta avvenendo nel servizio pubblico guarda caso “in concomitanza con criminal minds” come ricordava Giulietti, presidente di Articolo 21 che aggiungeva: “ringraziamo i dirigenti per aver trovato la giusta definizione per quanto sta avvenendo”. Un altro tassello si è aggiunto infatti ieri al disegno di smantellamento del servizio pubblico: “Parla con me”, la trasmissione di Serena Dandini, quest’anno non andrà in onda con una decisione a sorpresa arrivata dopo una estate in cui si susseguivano le rassicurazioni da parte della dirigenza.

Si è trattato solo dell’ennesimo episodio di quello che a molti osservatori pare ormai un disegno di medio-lungo periodo ben strutturato, e che sembra anche quasi in porto.

Vale la pena qui ricordare alcuni dei momenti salienti di questa strategia relativi al solo 2011. Solo alcuni episodi che, nel mio piccolo, considero importanti, ma una lista che sarà inevitabilmente piena di “buchi”. Partiamo dal defenestramento del  Direttore del Tg1 in carica per la nomina di Augusto Minzolini, assolutamente estraneo al mondo televisivo, ma molto noto nei corridoi parlamentari. Via approfondimenti e dibattiti dalla rete ammiraglia, ad eccezione del sempreverde Bruno Vespa (ascolti in calo nel 2011) e un appalto (milionario) per avere Vittorio Sgarbi in prime time, con contratto blindato che gli consentirà di intascare un bel cachet anche se la trasmissione registrerà ascolti disastrosi e sarà chiusa in breve tempo. Un bel palinsesto per il nuovo anno zeppo di tante cosettine come fiction, quiz a premi, film per la famiglia, cartoni animati, vecchie serie e l’immarcescibile “Vita in diretta” (di cui certamente non potremmo fare a meno, no?).

Via Annozero da Rai2 dai palinsesti 2011-2012 dopo continue  frizioni e il reintegro “forzoso” del conduttore dovuto solo ad una sentenza del Tribunale, nonostante una raccolta pubblicitaria della trasmissione sempre elevata (ricavi maggiori dei costi di produzione) e uno share sempre al di sopra della media della rete. La stessa rete che registra incessantemente la diminuzione dei propri telespettatori e che punta chiaramente solo sull’intrattenimento, al pari di una vera e propria rete commerciale che, almeno a mio parere, ha molto poco a che fare con il servizio pubblico. Ah, dimenticavo, anche qui via il Direttore del Tg (promosso a direttore dell’intera rete RaiUno, l’uomo che cancella una puntata di una fiction perché fa vedere un matrimonio tra gay).

Su Rai3, la dirigenza Rai è in aperta rottura con il Direttore della rete, Paolo Ruffini, non solo per le continue voci di sua sostituzione (anche qui si tenterà di sostituirlo con Di bella, già direttore del Tg3, e il colpo non riuscirà solo grazie ad una ennesima sentenza del Tribunale) ma per le continue difficoltà per tutti i contratti delle trasmissioni di inchiesta come Report (si minaccia la mancata copertura legale) e Presadiretta. Ma anche la satira ovviamente infastidisce chi è al potere, nonostante il dichiarato amore per la comicità del nostro Presidente del Consiglio: via, a scadenza di contratto, Enrico Bertolino, continue voci su presunti “costi stratosferici” (smentiti con dati ufficiali) della produzione di Parla con Me (a cui a settembre, unica trasmissione, si impone un abbassamento del budget). E poi, la “cessione” a la7 di una delle trasmissioni “culto” dell’anno passato, Vieni via con me, con concomitante azzittimento televisivo di Roberto Saviano. Il colpo di teatro arriva questa estate: defenestrato il Direttore di Rete Ruffini, che andrà a La7. Ancora nessuno sostituto nominato al suo posto, ma quello che contava, evidentemente, è che lui non stesse più lì. Chissà perché no?

Non voglio parlare di quella che Repubblica definisce la “struttura Delta”, ma non si può, a questo punto, non credere all’esistenza di una strategia di medio-lungo periodo che, a quanto pare, sta portando i suoi frutti.

E le novità non sono di certo finite qui.  Per l’ennesima volta, dopo vari tentativi esperiti nella prima parte dell’anno in corso, si ricomincia a parlare della sostituzione anche del Direttore di RaiNews24, Corradino Mineo (con una giornalista televisiva molto vicina sembra alla corrente politica del Ministro della Difesa). Lo stesso che ha dato nuovo impulso alla rete anche attraverso la produzione di nuovi format e la copertura di eventi ignorati dalle altre reti Rai, come ad esempio le manifestazioni di piazza a favore dell’informazione pubblica e indipendente, quella delle donne di “se non ora quando” o dello sciopero indetto dalla Cgil, solo per fare alcuni degli esempi possibili.

Ma parliamo anche dei risultati economici di tutta questa strategia: la raccolta pubblicitaria arranca, mentre quella dei concorrenti commerciali cresce a favore dei diretti concorrenti. L’Auditel segnala una continua discesa degli ascolti del Tg1, e in generale delle reti 1 e 2 del servizio pubblico, con aumento invece delle reti “semiclandestine”, come Rai4 e Rai5. Ovviamente, i concorrenti non stanno a guardare. Sky aumenta l’offerta di informazione, costruisce un Tg credibile e ben confezionato. La7 assolda una “vecchia volpe” dell’informazione televisiva, Enrico Mentana, che con professionalità e investimenti ridotti mostra come un concorrente che si considerava come l’eterna incompiuta possa infilarsi in questa situazione aumentando non solo l’ascolto delle edizioni, ma puntando ad una informazione che non fa della cronaca nera il 75% del proprio giornale. E che sfata anche il mainstream: l’informazione politica non fa ascolti.

L’altra sera alla manifestazione eravamo in tanti. E soprattutto in tanti che non hanno a che fare con il mondo dei media se non come fruitori, e che avevano voglia di manifestare la loro preoccupazione per quanto sta avvenendo. Lorenza Lei, attuale Direttore Generale, non si è (ovviamente) sentita chiamata in causa, il suo silenzio la dice lunga sull’aria che tira in Viale Mazzini.

Questa Rai ci preoccupa, tanto impegnata in queste piccole grandi beghe tutte di matrice politica. Mentre tutto il mondo si interroga sul futuro dei media, sul continuo passaggio delle nuove generazioni alla piattaforma internet, sulla “cross” e “multi” medialità, noi potremo rifocillarci con un bel piattone di fiction dal sapore d’antan e dalle sceneggiature a dir poco deboli e lente, di mille repliche della “signora in giallo” e di tanti tanti editoriali minzolineschi.

O utilizzare l’unica arma che molti di noi hanno sino ad oggi utilizzato: il telecomando per lasciare la Rai al suo destino. Ma siamo convinti che questo serva a cambiare le cose o aiuterà solo nel completamento del tanto ben congegnato piano di smantellamento della Rai? “E se lo avessero già fatto”?

Alessandro Cossu

Intercettazioni: ciò che interessa ai cittadini e il comodo bavaglio (di Alessandro Cossu)

Ci risiamo. Ogni qual volta le intercettazioni riguardino da vicino il mondo della politica o esponenti ad esso prossimi, riparte la guerra contro il loro uso, al grido di “buttiamo via i soldi”, “cose penalmente irrilevanti”, “la macchina del fango”, e così via.

Questi carissimi benpensanti, che si nascondo anche dietro i microfoni di network televisivi e radiofonici in cui si definiscono “indipendenti” e “amanti della sola giustizia”, sostengono però un mare di banalità e molte volte vere e proprie falsificazioni. Tra tutti questi, mi ha particolarmente colpito l’uscita di Massimo D’Alema, indignato da “questa valanga di intercettazioni che di penalmente rilevante non hanno nulla”. Che tempismo, mister Max, e chissà perché questa uscita solo ora.

Partiamo anzitutto con il valore economico delle intercettazioni. In effetti, secondo i dati forniti da Eurispes, l’incremento delle intercettazioni negli ultimi 7 anni è stato notevole: se nell’anno 2001 i telefoni intercettati erano 32.000 circa, nel 2002 sono diventati 45.000, nel 2003 quasi 78.000, nel 2004 quasi 93.000, nel 2005 oltre 107.000, con un ulteriore incremento nell’ultimo biennio sino a giungere al numero di 112.623 nell’anno 2007.

La spesa complessiva nel periodo 2001/2007 è stata di € 1.600.000.000 e ha raggiunto la somma di € 224.000.000 nel 2007, pari a poco meno del 3% del Bilancio del Ministero della Giustizia.

I costi delle indagini variano in relazione alle tariffe praticate dalle società private che si occupano della materiale attività di intercettazione, non avendo lo Stato strutture adeguate, in assenza di una normativa destinata a calmierare e unificare questo ricco “mercato”. In secondo luogo, potrebbe accadere che il costo apparentemente notevole di una singola inchiesta, potrebbe essere ampiamente coperto se non addirittura superato dal denaro recuperato attraverso le successive fasi processuali. Nel caso delle intercettazioni che hanno riguardato Antonveneta, la spesa di circa € 7.900.000,00 è stata “surclassata” dalle restituzioni e dai risarcimenti di coloro che hanno patteggiato la pena, giunti ad oggi ad un importo vicino ad € 350.000.000,00.

O, ancora, i risultati di una inchiesta condotta  a Firenze su di una azienda locale, permetteranno da soli di coprire il costo dell’intero anno di lavoro.

Al di là poi della copertura economica, lascio a voi immaginare come si potrebbero mandare avanti indagini in settori come la criminalità organizzata, il terrorismo, o la corruzione senza poter fare ricorso alle intercettazioni. Anche qui, i miei cari benpensanti hanno risposto dicendo: “così gli investigatori ricominceranno a fare il lavoro di indagine vero”. Come a dire che sebbene io possa utilizzare un aereo per andare da Roma a New York debba andarci con una barca a vela. Così ricomincio a viaggiare come una volta. E chissà perché poi, molti di questi stessi sostenitori non rinuncino alla loro bella auto blu a favore di una bicicletta, così potrebbero ricominciare a pedalare.

Come tutti sapete, il nuovo tentativo di imbavagliare l’informazione, franato più volte sotto la spinta popolare, è il risultato delle intercettazioni su uno degli uomini meno noti ai più, ma presente e pesante lì dove conta, Bisignani. Le trascrizioni delle intercettazioni che lo riguardano, anche lì dove non ci siano risvolti penalmente rilevanti, credo però siano fondamentali per l’opinione pubblica, per tutti noi. Come avremmo potuto avere una fotografia più nitida dello spessore culturale e gestionale di un uomo come l’ex Direttore Generale della Rai Mauro Masi? O dei movimenti intorno al servizio pubblico per fare di tutto per far scendere gli ascolti della Rai a favore del suo diretto concorrente? O capire ancora, al di là delle belle dichiarazioni di facciata, degli amorevoli scambi di opinioni sui diversi componenti della maggioranza? Della reale tenuta politica di una maggioranza parlamentare raccogliticcia?

E’ anche se tutto questo non avesse rilevanza penale (visto che saranno poi i Tribunali veri a dircelo ufficialmente), fa emergere un sistema in cui “eminenze grigie”, come si sarebbe detto una volta, possono permettersi di dettare una linea politica o una strategia di azione a organi dello Stato. Penalmente rilevante no, ma stomachevole e ributtante si, non credete? E senza neanche bisogno di ricordare gli aggettivi e le espressioni utilizzate durante queste conversazioni.

Non voglio certo sostenere che sia giusto mettere in piazza i fatti di tutti, ma ricordiamoci sempre che stiamo parlando di personaggi pubblici, e che, come tali, non possono non vedere ristretta la loro sfera privata. Vale la pena ricordare che in molti luoghi del mondo è bastato molto meno per far sparire dai parlamenti e dalla politica personaggi anche di primissimo piano. Da noi no,  tutti uniti in coro a dire che “lo scandalo non è nei comportamenti tenuti, piuttosto nella pubblicazione di intercettazioni che di penalmente rilevante non hanno nulla”. Gli stessi che poi vi ricorrono in quantità industriali per eliminare un concorrente sgradito al gruppo di riferimento.

Credete davvero, voi signori, che in una epoca come questa una leggina bavaglio servirà davvero a salvarvi dai vostri comportamenti? O forse varrebbe la pena che per una volta vi convinceste che i cittadini sono molto meglio e meno facilmente raggirabili di quanto voi pensiate?

Alessandro Cossu

Referendum e disinformatia, primo passo il nucleare (di Alessandro Cossu)

Due giorni fa, annunciato da grandi titoli dei principali media, è stato finalmente approvato il regolamento per l’informazione in tema referendario della Commissione di Vigilanza della RAI. Finalmente perché, per chi non lo sapesse, era atteso il 4 di aprile; è stato licenziato il 4 sì, ma di maggio.

Saranno stati gli eccessivi impegni dei membri della Commissione, la preoccupazione per le sorti di Masi, magari un blocco del sistema di accessi a Palazzo san Macuto (sede della Commissione – ndr) la ragione di tutto ciò? Visto quello che accade, spero non me ne vogliate se proprio non credo alla buona fede. E cercherò di spiegarmi.

Il referendum del 12 e 13 giugno prevede quattro quesiti distinti: due riguardano la privatizzazione dei servizi idrici, uno il ricorso all’energia nucleare e l’ultimo riguarda la legge sul legittimo impedimento.

Anzitutto, il referendum sul nucleare. Il Governo lo ha temuto e lo teme, per diversi motivi. Anzitutto, gli enormi interessi economici del business nucleare. Investimenti faraonici tutti a carico dello Stato, gestione e guadagni tutti a favore del privato. Cosa imporrebbe quindi la vittoria del si? Almeno uno slittamento di qualsiasi intenzione nuclearista di oltre dieci anni.

Ma il nucleare nel mondo è davvero in fase di sviluppo, e gli arretrati saremmo noi? Un recente studio del WorldWatch Institute evidenzia come l’energia atomica abbia iniziato la propria parabola discendente già dal 1980, e nel 1990 per la prima volta il numero di reattori arrestati ha superato il numero di avviamenti. Un trend confermato anche da ulteriori e più recenti analisi: con riferimento ad aprile 2011, risultano in funzione nel mondo un totale di 437 reattori nucleari per 30 Paesi, 8 in meno rispetto al massimo storico di 444 reattori nel 2002.

A partire da quest’anno i reattori avviati sono stati 25, mentre quelli spenti 32, compresi i 6 dell’impianto giapponese ed esclusi i 7 chiusi ‘provvisoriamente’ in Germania dopo gli eventi del Giappone. Per quanto riguarda la produzione mondiale di elettricità dall’energia nucleare, “nel 2009 – si legge nel documento – gli impianti hanno prodotto 2558 TWh, registrando un calo di 103 TWh (circa il 4%) dal 2006.

Ma cosa si deciderebbe con il referendum?

Il quesito prevede l’abrogazione di un importante numero di articoli e commi: in breve, la vittoria del si impedirebbe la costruzione di centrali sul territorio italiano. Il Governo ha però annunciato una moratoria che di fatto posticiperà ogni decisione sull’argomento per almeno un anno. Insomma, un rinvio a cui non corrisponde alcuna decisione importante. Un rinvio, nel tentativo di depotenziare il referendum e sviare l’attenzione.

Insomma, mentre i movimenti incalzano per una informazione corretta, esponenti del mondo della politica ci incolpano di voler impedire lo sviluppo, a danno (?) dei nostri figli, la Fondazione Veronesi gira le nostre scuole propagandando la bontà dell’energia nucleare (http://www.fermiamoilnucleare.it/?p=2364), esponenti dell’ambientalismo della prima ora si convertono alla “bontà” dell’atomo.

Mentre voi meditate sulla necessità del voto e della corretta informazione, io continuo a chiedermi: ma le scorie dove le metteremo? Ma questa non è una domanda per uno stupido come me. A queste cose ci penseranno “loro”.

Ma se proprio volete saperne qualcosina in più, cliccate qui, http://daily.wired.it/news/scienza/2011/04/27/dove-mettere-scorie-nucleari.html , e buone notti insonni.

A proposito, in tutto questo ho dimenticato la RAI. Ad oggi, 9 maggio, di dibattiti sui referendum neanche l’ombra. Ma solo uno spot sul voto in tarda fascia serale. Speriamo che il recente avvicendamento alla guida del servizio pubblico serva a dare nuovo coraggio a chi progetta i palinsesti, a fornire informazioni corrette ai telespettatori sui quesiti e un giusto spazio al confronto tra le posizioni opposte. Visto il passato, voi ci contate?

Alessandro Cossu